Quando nel 2017 Jordan Peele aveva mostrato al mondo il suo Scappa – Get Out, aveva sorpreso pubblico e critica. Aveva sorpreso quel pubblico che conosceva il suo lavoro precedente – quello del comico – e aveva sorpreso chi non lo conosceva affatto con un film che univa magistralmente il thriller alla denuncia sociale, riuscendo a rimanere interessante anche per coloro che di argomenti politicamente impegnati non ne vogliono proprio sapere: Get Out era un bel film a prescindere da tutto. Due anni dopo torna con un progetto dichiaratamente horror, questa volta, ma che non manca di rimarcare una sotto-trama politica di cui Peele si nutre e vive. Noi – al cinema dal 4 aprile 2019 – è un inno al grande cinema horror e un assaggio di quello che sarà, ma è anche un messaggio molto poco velato a chi è talmente spaventato dal diverso da non accorgersi che è esattamente come lui.

Una cosa è abbastanza chiara, di Noi: è un grande film. Allo stesso tempo, però, è complicato e l’impressione è quella che il regista si sia perso nelle allegorie, nei simbolismi e negli immensi tunnel sotterranei del suo film. Noi non delude, ma confonde e non sempre in senso buono. Mentre Get Out era abbastanza aperto e auto-esplicativo quando si trattava di messaggi politici e sociali, Noi giocherella con tante grandi idee che non sembrano riuscire a co-esistere; almeno, non in maniera coerente. C’è la religione, la razza, la dualità, il libero arbitrio, esperimenti governativi. Il film cerca di essere cervellotico, ma allo stesso tempo – grazie a uno spiegone finale – lascia uscire lo spettatore dalla sala convinto che tutto abbia senso, che tutto fili.

Attenzione: l’articolo contiene SPOILER del film

Noi non è solo la storia di una ragazza che è stata scambiata con la sua sosia. L’orrore del film non sono le copie e la loro folle aggressività e voglia di rivalsa. Noi – cosa che diventa più convincente a ogni visione del film – è in realtà un’enorme allegoria sul fallimento del sogno americano. Tutto ciò che vediamo all’interno del film sono scorci sulla perfetta vita americana, dove ogni personaggio sembra essere assolutamente felice, ma dove ogni momento è vuoto, senza senso e deformato. A uccidere la popolazione non sono i cloni, sono loro stessi, “siamo noi” o, nella versione originale, “it’s Us”. Us, titolo in inglese del film gioca sul doppio significato: sta sia per la prima persona plurale – Noi -, ma anche per l’abbreviazione di USA, gli Stati Uniti d’America.

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Questo spiega uno dei dialoghi più strani del film, quando Adelaide – interpretata dalla bravissima Lupita Nyong’o – chiede alla sua sosia chi sia: lei risponde “Siamo americani”. Una frase del genere non può essere causale e, l’avrete immaginato, si colloca alla base del significato più ampio del film. Con questa frase in mente diventa chiaro che dall’inizio alla fine del film vediamo tornare in maniera ricorrente il tema dell’America e del sogno americano attraverso tutti gli eventi della storia raccontata.

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I primi minuti del film li passiamo a scoprire alcuni dettagli sul sistema di gallerie che si trova al di sotto del territorio americano: ora sono abbandonati, vuoti e dimenticati. Perché ci viene spiegato in maniera così emblematica, attraverso le prime parole in assoluto che vediamo sullo schermo? Ciò non avviene solo per farci capire dove abbiano vissuto i sosia fino a questo momento, non può essere. Quelle poche parole bianche su sfondo nero che ci immergono in Noi, fissano fin da subito “il sogno americano” come argomento principale della pellicola. L’America, come Paese, è spesso considerata superficiale (spesso a ragione); non c’è nulla sotto la superficie, è vuota, tutto ciò che l’America è, è in superficie. Sotto non ci sono altro che dei tunnel abbandonati, con nulla al loro interno.

Noi è un’enorme allegoria sul fallimento del sogno americano

Può sembrare un’allegoria forzata, ma basta osservare meglio un altro elemento chiave della storia per rendersi conto che in fondo non è un salto logico così ampio: Hands Across America, l’evento avvenuto nel 1986 e che i sosia – una volta preso il potere – imitano unendosi mano nella mano attraverso le due coste. Esso apre il film (attraverso una pubblicità in televisione) e lo chiude mostrandoci le copie unite per tutto il territorio americano. La manifestazione – avvenuta realmente nel 1986 – aveva visto milioni di persone tenersi per mano con l’obiettivo di risolvere il problema “dei senza tetto e della fame”. Avveniva all’apice dell’era Reagan, nel pieno di una crescita economica esponenziale e nel pieno spirito di positività degli anni ’80, ma anche attraverso un cieco capitalismo, noncurante delle conseguenze sociali, culturali (e ambientali) delle proprie azioni.

Hands Across American rappresenta tutto questo in maniera cristallina: l’evento ha raccolto 32 milioni di dollari, ma la compagnia organizzatrice – dovendo pagare costi di organizzazione e amministrazione – ne rese disponibili solo 17 milioni. Esso simboleggia perfettamente il modo di fare americano, la stereotipizzazione di quella positività vuota, ma grandiosa, che lo caratterizza: eventi enorme e colorati che, in fondo, sono solo stati venduti molto bene.

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Adelaide e la sua famiglia vivono la perfetta vita americana, o quasi, e Jordan Peele sparge attraverso il suo film simboli che comunicano questa contraddizione. Il padre, Gabe (un brillante Winston Duke), indossa una felpa della Howard University, un noto college afroamericano che, insieme alla Tuskegee University e all’Hampton University forma la Black Ivy League, un gruppo di scuole prestigiose rese disponibili appositamente per gli afroamericani quando la segregazione era ancora parte integrante della società statunitense. Di nuovo, da una parte sembra il perfetto sogno americano (frequentare un college prestigioso), ma dall’altra stiamo parlando di un triste risultato razzista.

Lo stesso vale – continuando a osservare il personaggio di Gabe – per la sua adorata barca. Nel film vediamo i protagonisti possedere ed esibire oggetti di valore, simboli della propria ricchezza e la barca è la punta di diamante. Essa è il simbolo ultimo di lusso, della possibilità di spendere in maniera frivola i propri guadagni, soprattutto se parliamo di quella piccola borghesia che Noi sembra prendere in considerazione. Gabe realizza il sogno, compra una barca, ma non funziona. Di nuovo il sogno americano è solo un’illusione. Esso non è un punto di arrivo, ma solo una spinta continua a ottenere più di quello che si ha già.

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Questo materialismo torna e ritorna per tutto il film: quando i Tyler vengono trucidati nella loro lussuosissima casa, Gabe non può fare altro che notare gli oggetti che la compongono; quando i sosia si presentano sul vialetto dei protagonisti, il primo istinto è quello di offrirgli beni materiali per convincerli ad andarsene. Il materialismo è uno scudo ed è la soluzione, soprattutto nella società americana. Ironicamente in questo caso è ciò che mette tutti in pericolo: nonostante l’arma favorita dei sosia siano le forbici, spesso i personaggi del film muoiono a causa di altri oggetti, simbolo dell’upper-class americana. Mazze da golf, auto costose, il motore di quella barca che a volte non funziona.

Noi è la vera immagine del sogno americano. Non si tratta di riuscire ad avere tutto quello che vuoi per essere felice, ma riuscire ad apparire felice. Tutto il resto è vuoto e abbandonato.

Noi e i problemi della grande rivelazione finale

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Per tutti questi motivi, la grande rivelazione finale che vede le due Adelaide invertite da bambine non ha senso dal punto di vista della narrazione in sé e per sé. Questo twist che lascia a bocca aperta rende totalmente insensato tutto ciò che è venuto, compreso quel fastidioso spiegone che, secondo questa enorme rivelazione, perde totalmente di significato. Peele ha confuso per un attimo la sottotrama con la trama, non rendendosi conto che solo alla luce della dietrologia sul sogno americano questo scambio potrebbe avere senso. E non basta. Non basta a un film che contraddice se stesso per riuscire a rimanere un’allegoria fino alla fine.

Jordan Peele, con quel twist finale, voleva dimostrare una cosa fondamentale: che non saremmo stati in grado di distinguere le due Adelaide se non fosse stato lui a farcelo notare. Né noi gli spettatori, né i personaggi contenuti nel film. La società che dipinge Peele è talmente basata sulla superficialità che una persona è stata sostituita da una copia e nessuno se n’è reso conto. Una copia che – dichiaratamente – non ha anima, non ha nulla al suo interno. Eppure, finché all’esterno tutto sembra normale, finché in superficie tutto appare uguale, nessuno si preoccupa di quello che c’è dentro.

L’enorme successo di Noi

Nonostante le dietrologie, Noi era uno dei film più attesi della stagione. L’horror di Jordan Peele ha già guadagnato (fino alla stesura di questo articolo) quasi 220 milioni dollari. Nel suo giorno di apertura ha guadagnato più di 70 milioni, il secondo debutto migliore di sempre per un film live-action originale dopo Avatar (che aveva portato a casa 77 milioni nel 2009). Al momento Noi è il terzo film horror più redditizio dopo IT e Halloween (2018).

Il modo di fare di film di Peele ha segnato un nuovo step nella filmografia horror. Il regista è attento alla forma e porta sullo schermo delle opere visivamente interessanti e innovative. Attente ai predecessori, ma consapevoli che la più grande urgenza del cinema e per gli spettatori è l’innovazione. Negli ultimi anni il cinema horror (e thriller) ha sfornato degli esempi eccellenti di questa necessità. Jordan Peele si unisce con Scappa – Get Out e Noi a opere come A Quiet Place – Un posto tranquillo (di John Krasinski, un altro comico prestato al terrore) e It Follows di David Robert Mitchell, dimostrando che il cinema di genere – in questo caso il cinema della paura – se esercitato bene può sempre fare da apripista, da cavallo di Troia per la novità e l’innovazione narrativa e contenutistica.

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Noi è un gran film con tanti difetti, fatto di strati che – al contrario dei tunnel statunitensi – sono tutt’altro che vuoti e abbandonati. Non possiamo fare altro che ammirare Jordan Peele e continuare ad aspettare con ansia ogni suo progetto perché ormai è abbastanza chiaro: lui, i film, li sa fare.

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