Nel corso della sua illustrissima carriera – quella che ora ci ha portato al cinema C’era una volta a… Hollywood –  Tarantino è diventato sempre di più simile a un funambolo: in equilibrio su un filo sottilissimo a 50 metri di altezza, strafottente nei confronti del pericolo, incurante di coloro che lo circondano e arrogante al punto giusto, come la tradizione vuole. Nell’ambiente buio, a eccezione del faretto che illumina l’artista, migliaia di paia di occhi studiano ogni movimento del suo corpo, ogni flessione dei suoi muscoli, ogni vibrazione del suo respiro, ogni accenno di insicurezza. Sono 10 i passi annunciati per arrivare alla fine della sua performance e, irrimediabilmente, meno ne mancano e più cresce la palpitazione, così come la nostalgia per i precedenti e l’impazienza di vedere il successivo.

C’era una volta a… Hollywood: la rivincita di Quentin Tarantino sulla Storia

Tarantino questo lo sa, è quello che vuole ed è quello che si è conquistato, questo è il suo primo successo, tutto il resto riguarda più che altro il pubblico, che vuole solo dividersi un’altra volta, discutere un’altra volta ed assistere a ciò che per tutti sarà comunque un evento memorabile, un’altra volta.

C'era una volta a... Hollywood di Quentin Tarantino cinematographe.it

In questo scenario, a 25 anni dalla Palma d’oro a Pulp Fiction, a 4 anni dal successo di The Hateful Eight e a 7 minuti di applausi dall’anteprima al Festival del Cinema di Cannes, esce nelle sale italiane C’era una volta a… Hollywood. Accompagnato, neanche a dirlo, dal solito cast stellare guidato da Leonardo DiCaprio, Brad Pitt e Margot Robbie e con Al Pacino, Kurt Russell, Margaret Qualley, Timothy Olyphant, Austin Butler, Emile Hirsch, Julia Butters, Dakota Fanning e Mike Moh. Oltre ovviamente agli immancabili afecionados Michael Madsen, Bruce Dern e Zoe Bell (nel montaggio originale compare anche Tim Roth). Nota a margine lo specialissimo biglietto da visita che recita 100esimo posto conquistato nella classifica dei 100 film del secolo, stilata dai critici del Guardian.

Tarantino prima di C’era una volta a… Hollywood

Le definizioni su cosa significhi essere un autore sono inutilmente numerosissime e tra le più svariate per toni e ambiti, ma bisogna comunque dare per certo che fin dal post Le Iene, Tarantino abbia reso ben chiaro a tutto il mondo quanto i suoi lavori siano assolutamente un’estensione della sua persona. E questo vuol dire essere un autore.

C’era una volta… a Hollywood è il terzo film di una trilogia

Ora che siamo a 27 anni suonati dalla sua prima opera, il regista non ha mai tradito questo assunto, anzi, lo ha addirittura rinforzato, non perdendo occasione per mostrare al mondo il suo carattere sopra le righe, il suo gigantesco ego, la sua arroganza e la sua saccenza cinematografica, consapevole di essere sempre (e a volte anche fastidiosamente), supportato dalla qualità altissima e dalla fattura inattaccabile dei suoi lavori. Tarantino è un uomo di cinema e con il tempo è riuscito a diventare un personaggio e una personalità del settore, arrivando a monopolizzare anche l’attenzione riguardo i suoi stessi lavori.

C’era una volta a… Hollywood in questo senso non fa eccezione.

C'era una volta a... Hollywood di Quentin Tarantino cinematographe.it

Come al solito la letteratura dietro la pellicola è enorme, il citazionismo (e a volte anche l’auto-citazionismo), superfluo e non, sgorga da ogni inquadratura e i riferimenti cinematografici sono tanti da riempire un libro, specialmente in questo caso, essendo presente una sostanziale dose di cinema-tributo. Elementi straordinari per la maggior parte dei cineasti, ma all’ordine del giorno per Tarantino, che ha reso la sua cultura cinematografica la base del suo lavoro e della sua personalissima poetica. A questo si aggiungono una regia e soprattutto un montaggio splendido, una fotografia di primissima qualità (firmata ancora una volta da Robert Richardson), per l’occasione impreziosita dall’uso della pellicola Kodak 35 millimetri (anche se all’inizio si era pensato a un nuovo uso dei 70 come in The Hateful Eight) e, dati gli interpreti, una qualità recitativa che rasenta la perfezione. Per non dimenticare la solita meravigliosa colonna sonora, elemento fondamentale della poetica tarantiniana, qui composta da ben 31 brani.

C’era una volta… a Hollywood: colonna sonora del film di Quentin Tarantino

Nonostante tutto questo, quella che vediamo sullo schermo è sempre e comunque la faccia di Quentin. E non potrebbe che essere così.

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C’era una volta a… Hollywood segna in un certo senso un punto di svolta nella filmografia del cineasta americano. Non fraintendete, è un film di Tarantino a tutti gli effetti, pieno della forma più classica e pura della sua poetica, del suo pensiero cinematografico, della sua logorroica scrittura e della sua immaturità, reale o voluta. Il regista non decide improvvisamente di mettersi in discussione né di autoanalizzarsi e diffidate da coloro che vi dicono che questa è la sua pellicola più consapevole (Tarantino consapevole lo è sempre stato). La svolta risiede nella natura totalmente personale dell’opera. Delusi? Vi spiego.

Quentin Tarantino e il foot fetish: una bizzarra storia d’amore lunga 30 anni

Tarantino è sempre stato il primo fan delle sue pellicole, ha sempre messo nei suoi lavori ciò che avrebbe voluto vedere da spettatore, sia nella forma che nel contenuto, ma ha sempre e comunque dato vita a delle opere capibili e recepibili anche dal suo pubblico, in modo tale da provocarlo, stimolarlo, divertirlo e ammaliarlo. In questo caso la cosa cambia totalmente: la pellicola è per pochi intimi, non è rivolta o comprensibile a tutti né si pone il minimo problema di esserlo. Anzi, anche in modo eccessivo, anche andando contro se stessa, decide di concentrarsi sulla parte intima, nostalgica e tarantinamente poetica.

C’era una volta a… Hollywood: una favola della buonanotte

Per la sua personalissima ballata losangelina, Tarantino ci racconta la sua Hollywood, quella dei suoi sogni, quella che avrebbe voluto vivere, quella che lo ha formato come autore e lo fa attraverso una favola. Una favola come quella che si racconterebbe a un bambino per farlo addormentare a patto che abbia uno stomaco forte e più di 18 anni. Una favola che, raccontandoci di un eroe dai due volti (in questo caso dalle due teste), di un antagonista crudele e spregevole e di una bella da salvare per conquistarsi il proprio posto in paradiso, ci parla del doppio riscatto di un cinema americano sul viale del tramonto e un’altro morto troppo presto per mano di uomini ridicoli, piccoli e crudeli.

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Los Angeles, 1969. Rick Dalton (DiCaprio) è stato per anni il volto di Bounty Law, costruendosi una grande carriera televisiva e garantendo un buon impiego anche alla sua controfigura di fiducia, nonché migliore amico, Cliff Booth (Pitt). Ora però i tempi sono cambiati e la carriera di Dalton sul grande schermo sta rovinosamente precipitando, schiacciata da un vecchio cinema che sta morendo e uno nuovo nel quale non sembra esserci posto per lui. Dal canto suo Booth non ha mai pensato di allontanarsi dall’amico fraterno, decidendo piuttosto di diventarne il tuttofare: autista, elettricista e, soprattutto, personalissima spalla su cui piangere.

C’era una volta a… Hollywood: le controversie sul nuovo film di Tarantino

In cerca di una svolta, Rick incontra il famoso agente Marvin Schwarzs (Pacino), il cui consiglio è quello di trasferirsi in Italia e prendere parte ai spaghetti western, come tanti attori americani in declino sono stati costretti a fare prima di lui. La prospettiva non è però molto gradita all’attore, il quale preferisce fantasticare su di un suo miracoloso rilancio, magari grazie all’aiuto dei suoi nuovi vicini di Cielo Dr., la coppia formata da Roman Polanski, all’epoca uno dei primi registi al mondo, e dalla moglie e attrice Sharon Tate (Robbie), la fresca diva americana simbolo della nuova era cinematografica nascente. Sullo sfondo della faccenda c’è l’ombra della Family di Manson, all’epoca residente allo Spahn Ranch ed in procinto di dare inizio agli omicidi che li hanno resi tristemente noti negli anni a venire.

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Lo scenario in cui si muovono i protagonisti è frutto di un enorme lavoro di scenografia che ha compreso una ricostruzione quasi priva di computer grafica di almeno sei isolati della Hollywood Boulevard degli anni ’60, con tanto di luci, insegne e teche espositive originali e della ricostruzione da zero, o quasi, di alcuni edifici e alcune aree (tra cui lo stesso Spahn Ranch), non più presenti al giorno d’oggi. Una cura ricercata, ossessiva e minuziosa, “alla Tarantino”, che però non va perfettamente d’accordo con la resa del film, non poco colpevole di qualche inesattezza storica (come la percezione del cinema italiano di allora in America) e di una trasposizione dell’epoca che sembra partorita più da qualcuno che quei tempi li ha sognati da bambino, piuttosto che da uno che li abbia vissuti o se li sia fatti raccontare senza cadere in odi o decantazioni di parte.

C’era una volta a… Hollywood: Divi, simboli, strumenti, belli, impossibili e irraggiungibili

C'era una volta a... Hollywood di Quentin Tarantino cinematographe.it

Leonardo DiCaprio e Brad Pitt, forse mai così “bellissimi e irraggiungibili”, sono i protagonisti assoluti di una pellicola che parla di cinema e del ruolo dell’attore, delle sue problematiche, dei suoi sogni e delle sue ambizioni. L’amicizia che lega i due personaggi è uno dei punti di forza della narrazione. Reale, tangibile, un peso specifico nel film, che permette allo spettatore di entrare da subito in contatto con i due protagonisti e di capire alcuni aspetti psicologici dell’uno e dell’altro che altrimenti sarebbero stati ben più difficili da afferrare.

C’era una volta a… Hollywood: la spiegazione del film di Quentin Tarantino

DiCaprio è, come al solito, magistrale. Perfettamente a suo agio nel poliedrico abito disegnato per lui da Tarantino, capace di cambiare faccia mille volte e di passare con una credibilità e una nonchalance straordinaria dall’interpretazione di momenti comici ad altri introspettivi e malinconici. Accanto a lui non sfigura assolutamente Brad Pitt, il divo americano per eccellenza dei giorni nostri, vincente per definizione e giustiziere per vocazione, un Robert Redford più moderno, complesso, ironico e sornione.

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A chiudere il triangolo la meravigliosa Margot Robbie, stupenda diva silenziosa tarantiniana, eterea, regale, ingenua, semplice, lucente ed innocente. Una figura fuori dal tempo e fuori dal mondo che balla davanti ai nostri occhi, piena di promesse sull’eterna gioventù e l’eterna bellezza.

C’era una volta a… Hollywood: la nona sinfonia di Quentin

C’era una volta a… Hollywood è un film con cui scendere a patti, lo sta facendo la critica e lo sta facendo il suo pubblico.

Perché se è vero che Tarantino ha sempre diviso con i suoi lavori, bisogna anche dire che le suddette divisioni ci sono state riguardo i messaggi e i contenuti veicolati, non in dibattiti sulla riuscita della pellicola o sulla messa in discussione delle scelte cinematografiche dietro di essa.

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La sopracitata scelta intimistica presa dal regista lo porta a esplorare un campo completamente nuovo rispetto a quello su cui si è mosso fino ad ora, tra le altre cose per argomenti, contenuti e focus. Protagonisti del film questa volta sono non solo il cinema in chiave storico-culturale, ma anche il cinema girato, il cinema lavorato, la vita sul set. Un piccolo mondo con le sue regole e i suoi costumi, in cui ballano sentimenti, scelte di vita e necessità profonde ed esistenziali. Tutti elementi che hanno chiamato necessariamente Tarantino a pensare a dei cambiamenti rispetto ai suoi precedenti lavori, specialmente nella composizione, nei tempi e nei toni della storia.

C’era una volta a… Hollywood – le citazioni del film di Quentin Tarantino

Ora, anche se da una parte questi cambiamenti ci sono, si pensi al registro linguistico o alla la scelta di adottare una narrazione anticlimatica per praticamente tutto il film, dall’altra sono comunque presenti degli elementi classici che stonano nel contesto, soprattutto per la brutalità del loro inserimento e del loro uso. Non si può non pagare una struttura che evoca una tensione narrativa posta al di fuori della pellicola stessa, così come un ritorno improvviso a una scelta finale già vista, per quanto divertente e funzionale, non può non sentenziare l’ibridismo della pellicola. Nato quindi per essere nuovo, fresco e rivoluzionario, C’era una volta a… Hollywood paga in parte il ritorno a un ovile tanto meraviglioso quanto vincolante, rischiando di lasciare negli spettatori un senso di incompiuto. Forse Quentin, per la prima volta, è stato vittima del suo stesso cinema.

L’opera rimane comunque bellissima.

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Sebbene si possa abbondantemente discutere sulla riuscita o meno del film, non ci può essere dubbio sul suo successo al box office.

I numeri parlano di oltre un milione di spettatori e più di 350 milioni di dollari incassati (numero destinato comunque ad aumentare). In più, il botteghino nordamericano segna 16,9 milioni di dollari solo durante il primo giorno di programmazione (di cui 5,8 milioni raccolti alle anteprime della sera precedente), la cifra più alta di sempre per un film diretto da Tarantino.

Un riconoscimento meritato e opportuno per uno degli autori più importanti del cinema contemporaneo che, se e dove ha sbagliato, lo ha fatto solo per un eccesso di amore.

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