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Dopo aver conquistato Cannes e affascinato critici e spettatori di tutto il mondo, arriva finalmente anche in Italia il nono film di Quentin Tarantino, quel C’era una volta a…Hollywood (2019) con Leonardo Di Caprio, Brad Pitt e Margot Robbie a guidare un cast corale composto – tra gli altri – da Damien Lewis, Emile Hirsch, Mike Moh e Al Pacino –  con cui il regista italo-americano raggiunge un nuovo stadio nel suo percorso da cineasta.
Con C’era una volta a…Hollywood infatti, Tarantino va oltre l’epica del racconto di una narrazione fantasiosa come nel caso di Jackie Brown (1997) e Bastardi senza gloria (2009) o nella ricerca di vendetta come in Kill Bill Vol. 1 e 2 (2003-2004) o Django Unchained (2012) – concentrandosi invece su tematiche più mature, per certi versi adulte, come il declino di un talento puro come il Rick Dalton di Di Caprio, la fedeltà di uno come il Cliff Booth di Pitt che per pura fatalità non è diventato una stella del cinema, e di chi come la Sharon Tate della Robbie quel mondo l’ha appena sfiorato.

Esiste infatti un momento nella carriera di ogni regista in cui si cerca di ridare al cinema qualcosa, come un sentimento di gratitudine nei propri confronti. È stato così con 8 e Mezzo (1963) per Federico Fellini, Effetto Notte (1973) per François Truffaut, Lo stato delle cose (1982) per Wim Wenders, Nuovo Cinema Paradiso (1988) per Giuseppe Tornatore, Boogie Nights (1997) per Paul Thomas Anderson e il recentissimo Dolor y Gloria (2019) per Pablo Almodovar  – anche per Tarantino arriva il momento della narrazione meta-cinematografica come espediente per provare a restituire qualcosa al cinema – quello dei Sergio Corbucci, dei Duccio Tessari, dei Fernando Di Leo, dei Giuliano Gemma e Franco Nero, e di tutte quelle piccole chicche da videonoleggio nella Manhattan Beach del 1985.

Pulp Fiction: spiegazione del film di Quentin Tarantino

C’era una volta a…Hollywood è infatti un racconto meta-cinematografico, una lettera d’amore amara e dolorosa alla Hollywood dei b-movies  – espediente coerente con la visione del cinema di Tarantino che nella ricerca delle “ispirazioni” per le sue pellicole non s’è mai rivolo più di tanto al cinema dei grandi nomi incidente nell’immaginario collettivo, quanto piuttosto alle pellicole minori da cinema popolare. Da Quel maledetto treno blindato (1978) diretto da Enzo G. Castellari, a Lady Snowblood (1973) diretto da Toshiya Fujita un cinema minore di grande inventiva e sperimentazione, che il cineasta italo-americano ha saputo ben rielaborare nel corso della sua carriera, da Pulp Fiction (1994) sino ai sopracitati Kill Bill Vol 1 e 2 e Django Unchained.

C’era una volta a….Hollywood – Da Huston a Zeffirelli passando per Kazan, Polanski e tanto altro ancora

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Le citazioni più o meno esplicite non sono mai mancate nel cinema di Tarantino, e C’era una volta a…Hollywood non è da meno. Il salto indietro nel 1969 permette infatti a Tarantino di attingere a piene mani a una sequela semi-infinita di omaggi e riferimenti tra poster, menzioni, scritte di ogni genere – a testimonianza della profonda conoscenza della storia del mezzo filmico e dell’importanza del ruolo dei B-movies nella storia del cinema – di cui ne citeremo giusto alcuni.

A partire infatti dalla statua del falco maltese sfiorata dalla Tate nella libreria – chiaro riferimento a Il mistero del falco (1941) diretto da John Huston, allo stesso libro ordinato, una biografia di Tess dei d’Urberville, da cui poi il marito Polanski trarrà il soggetto per Tess (1973) – che lo stesso dedicherà poi alla moglie assassinata nel “vero” 1969. E ancora un piccolo frame de La furia umana (1949) diretto da Raoul Walsh nel drive-in vicino casa di Booth, un murales a piena parete dedicato a Il gigante (1956) di George Stevens mentre la Famiglia Manson va a fare scorribande – capitanata dalla Pussycat di Margaret Qualley – e all’insegna fuori dal cinema de Romeo & Giulietta (1968) diretto da Franco Zeffirelli.

Perché C’era una volta…a Hollywood è il film più importante di Quentin Tarantino dopo Pulp Fiction

E ancora i poster di Tora Tora Tora! (1970) diretto da Richard Fleischer, di Funny Girl (1968) di William Wyler e di una deliziosa chicca come The Golden Stallion (1949), film dell’epoca d’oro di Roy Rogers e del fidato cavallo Trigger nell’appartamento di Rick Dalton; e ultime ma non ultime alcune delle menzioni verbali più rilevanti come quella del Dick Van Dyke Show (1961-1968), di Rosemary’s Baby (1968) diretto da Roman Polanski e delle serie tv Bonanza (1959-1973), La grande vallata (1965-1969) e Batman (1966-1968).

C’era una volta a…Hollywood e l’importanza narrativo-scenica de La Grande Fuga (1963) di John Sturges

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In C’era una volta a…Hollywood l’uso della citazione non si riduce unicamente ai poster e ai riferimenti snocciolati nel dipanarsi della narrazione; piuttosto, le presenza scenica del Rick Dalton di Di Caprio e della Sharon Tate della Robbie, diventano opportunità – per Tarantino –  non solo di riscrivere la storia, ma di utilizzare la citazione in modo funzionale alla narrazione.
L’intera carriera di Dalton infatti, fatta di partecipazioni in telefilm realmente esistiti come Organizzazione U.N.C.L.E.(1964-1968) FBI (1965-1974), The Green Hornet (1966-1967) e non ultimo Lancer (1968-1970) di cui assistiamo alle riprese nel corso della narrazione di C’era una volta a…Hollywood; e a pellicole come Nebraska Jim, Operazione Dyno-mite e Uccidimi subito Ringo disse il Gringo, liberamente ispirate a Navajo Joe (1966) e Bersaglio Mobile (1965) diretti entrambi da Sergio Corbucci e a Una pistola per Ringo (1965) diretto da Duccio Tessari; diventa così non solo un semplice arco narrativo con cui delineare il percorso di un attore in declino, ma anche l’opportunità di utilizzare l’elemento citazionista per scrivere la storia del cinema.

C’era una volta a… Hollywood: la prima featurette sottotitolata in italiano

Tramite questo espediente infatti, Rick Dalton diventa molto più di un personaggio di fantasia scritto da Tarantino per mostrarci la sua visione del 1969, piuttosto un elemento attivo di quell’epoca, un personaggio affascinante le cui radici narrative affondano nel panorama filmico e telefilmico degli anni Sessanta.

Il momento più alto della citazione che si fa storia del cinema, in tal senso, arriva proprio con il frame sopracitato de La Grande Fuga (1963) di Jim Sturges con protagonista tra gli altri Steve McQueen. Nel corso della narrazione de C’era una volta a…Hollywood infatti, scopriamo proprio come Rick Dalton sembrava essere la prima scelta per la parte di Virgil Hilts dopo il temporaneo abbandono di McQueen – tanto da girare alcune scene con lo stesso Sturges. Affascinante in tal senso, la ricostruzione della scena da parte di Tarantino inserendo il Dalton di Di Caprio al posto di McQueen – un momento unico che entra di diritto nella storia del cinema al pari della sequenza-The Shining (1980) in Ready Player One (2018) diretto da Steven Spielberg.

C’era una volta a…Hollywood – Sharon Tate, The Wrecking Crew e Margot Robbie

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Se quanto sopracitato non bastasse già a rendere C’era una volta a…Hollywood un film indimenticabile, ecco presentato un momento realmente magico e romantico nella narrazione, con protagonista stavolta la Sharon Tate della Robbie che va al cinema a vedere The Wrecking Crew (1968) – pellicola in cui è una delle protagoniste assieme a Dean Martin. Qui Tarantino punta davvero altissimo, mostrandoci qualcosa di molto simile rispetto a quanto citato precedentemente, ma al contempo profondamente diverso.

Se con gli spezzoni di carriera di Rick, Tarantino ha scelto di inserire digitalmente Di Caprio nelle sequenze al fine di raccontare ascesa, speranze e declino di un comune attore di Hollywood, con la sequenza del cinema di C’era una volta a…Hollywood Tarantino sceglie di dar giustizia alla Tate e alla sua voglia di diventare una grande attrice.
Le poche sequenze di The Wrecking Crew infatti, rimangono intaccate, mostrandoci all’opera non tanto – come sarebbe stato logico in fin dei conti – la Sharon Tate della Robbie, ma la vera e autentica Sharon Tate all’apice della sua brevissima carriera.

C’era una volta a… Hollywood: Margot Robbie è Sharon Tate nella clip

Un momento unico nella storia del cinema, irripetibile, in cui gli occhi sognanti della Tate della Robbie guardano all’opera la “vera” Sharon – realizzando così un’omaggio delizioso e romantico in cui si racchiudono tutti i sogni e le speranze di una giovane donna strappati via in una notte da incubo nel luglio del 1969.

C’era una volta a…Hollywood – il nuovo livello della citazione nel cinema d’intrattenimento

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Se Ready Player One, è riuscito a declinare la citazione cinematografica rielaborando elementi narrativi dando loro una nuova significazione – una nuova chiave di lettura in sostanza, come accaduto con il gigante di ferro dell’omonimo film del 1999 totalmente privato della sua componente umana in RPO – con C’era una volta a…Hollywood accade qualcosa di nuovo e cinematograficamente affascinante.

Il citazionismo non è più soltanto un espediente per inserire elementi cinematografici “altri” in un contesto narrativo volto a ridar vita con un nuovo “senso”; piuttosto diventa funzionale alla scelta di un dato arco narrativo, di quell’arco in particolare – arricchendolo, motivandolo, dandogli un senso dentro e fuori la narrazione.

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Cambia anche il rapporto della citazione rispetto alla filmografia stessa di Tarantino che se da Le Iene (1991) a The Hateful Eight (2015) ha utilizzato le citazioni ora come “per dare colore” alla pellicola, ora per creare una narrazione accattivante e fantasiosa; con C’era una volta a…Hollywood è la citazione che viene giustificata all’interno stesso della narrazione, dando colore ma al contempo rendendo funzionali certe scelte di trama – un nuovo livello del citazionismo cinematografico postmoderno.

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