c'era una volta a hollywood, cinematographe

Il mistero legato al finale di C’era una volta a… Hollywood è nato nelle ore immediatamente precedenti alla prima proiezione ufficiale del film prevista al Festival di Cannes, lo scorso maggio. Il regista stesso firmò una nota in cui pregava gli spettatori e i critici presenti in Francia di non divulgare alcuna informazione riguardo la conclusione delle avventure dei suoi personaggi. In che senso, Quentin? Il tuo film non prende spunto da fatti di cronaca più che appurati (l’omicidio di Sharon Tate per mano della Manson Family avvenuto a Los Angeles nell’agosto del 1969)? Se inviti il pubblico a non spoilerare il film, stai forse insinuando che nel tuo lavoro le cose non vanno come tutti sappiamo?

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Ovviamente – risponderebbe Tarantino – ma di cosa vi meravigliate? Anche in Bastardi senza gloria Hitler faceva una fine diversa da quella appurata storicamente. D’altronde il regista statunitense lo ha sempre suggerito in tutti i suoi lavori, a cominciare dall’esordio, Le iene, che per lui il cinema è più bello, magico e potente della vita stessa. Al cinema vale tutto e la forza di questa arte è (anche) quella di poter cambiare i connotati della Storia. Eppure, in C’era una volta a… Hollywood non possiamo propriamente parlare di cinema salvifico. O meglio, tecnicamente sì in quanto Sharon Tate non viene minimamente sfiorata dagli aggressori e questi rimangono uccisi nella colluttazione con Pitt e DiCaprio. Tuttavia il discorso si fa leggermente diverso. Se infatti al centro del racconto troviamo un attore e la sua controfigura, è doveroso notare come sia proprio quest’ultimo a sporcarsi le mani e sostenere il suo collega lungo tutta la durata del film. È Pitt la base di appoggio di DiCaprio. L’uno appare, l’altro si muove nell’ombra risolvendo i problemi.

C’era una volta a… Hollywood: cosa succede nel finale del film?

Sul finale, sarà di nuovo Pitt (metafora di un cinema tanto vivo quanto nascosto) ad avere la meglio sulla Family. Pitt salva la vita al suo collega, ma soprattutto a Sharon Tate. Il cinema violento, grossolano, rozzo, sporco ed emarginato, il cinema di serie B tanto amato da Tarantino, risolve la situazione alla sua maniera (non è un caso che l’unica sequenza splatter del lungometraggio sia proprio quella finale). Ma cosa ci guadagna, il personaggio (e di conseguenza il cinema in questione) alla fine di tutta la vicenda? Una pacca sulla spalla e una corsa all’ospedale mentre “la star”, il primario, il cinema più comunemente accettato, finirà sicuramente sulle copertine di tutti i giornali e nei cuori degli spettatori. Alla fine della nottata da incubo, DiCaprio riuscirà finalmente a entrare (letteralmente parlando) in contatto con Shraon Tate, la vicina di casa più invidiata del momento per la sua carriera ma, soprattutto, per la relazione sentimentale con il leggendario Roman Polanski. In tutti i mesi che hanno trascorso uno accanto all’altra, DiCaprio non era mai riuscito a rivolgerle parola o a tentare un approccio che avrebbe potuto aprirgli le porte dei grandi set internazionali. Solo ora, con la violenza del suo stuntman, l’attore potrà iniziare una scalata (professionale e sociale) che potrebbe condurlo su strade solamente sognate in passato. Il cinema cambia la Storia, ma alla fine, chi davvero muove le fila dell’industria, rimane sempre nell’ombra.

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Ecco allora che, con un dolly finale di rara potenza e gusto malinconico, Tarantino chiude la sua favola più cinica e pessimista. C’era una volta, appunto. Un’utopia, una fiaba contemporanea che ingabbia Hollywood in giochi di potere e di mercato in cui la meritocrazia stenta a palesarsi e dove, tra il 1969 e il 2019, non ci sono poi così tante differenze. Forse.

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