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A un anno di distanza dall’uscita di A Quiet Place – Un posto tranquillo, ci troviamo di fronte a un’altra apocalisse anomala, nella quale l’unico modo per sopravvivere è rimanere in silenzio per non attirare l’attenzione di inquietanti creature senza vista, ma dall’udito sviluppatissimo. L’opera in questione è The Silence di John R. Leonetti (già direttore della fotografia per James Wan e dietro la macchina da presa per Annabelle e Wish Upon), disponibile dal 10 aprile su Netflix, che già pochi mesi fa aveva inserito in catalogo un proprio prodotto originale dal soggetto simile: Bird Box di Susanne Bier.

The Silence: il silenzio per sopravvivere
The Silence

Come nel già citato A Quiet Place – Un posto tranquillo, al centro di The Silence c’è una famiglia unita intorno a una figlia non udente, a cui presta il volto la protagonista de Le terrificanti avventure di Sabrina Kiernan Shipka. La tranquillità del nucleo familiare viene improvvisamente sconvolta dall’invasione di fameliche creature alate, che dopo essere state imprigionate nel sottosuolo per molti anni cominciano a seminare morte in tutto il mondo, portando rapidamente al collasso la civiltà.

Andando oltre alle somiglianze con altri lavori recenti, peraltro non imputabili a The Silence, in quanto basato sull’omonimo romanzo di Tim Lebbon del 2015, l’ultima opera di Leonetti si configura come un horror apocalittico abbastanza convenzionale nell’architettura narrativa, basata sulla fuga da una minaccia e sul seguente asserragliamento in un’abitazione isolata per organizzare una flebile forma di resistenza. Nonostante il racconto sia sostenuto da una buona costruzione dei personaggi e da efficaci interpretazioni dei protagonisti, con i veterani Stanley Tucci e Miranda Otto che risultano più credibili della Shipka nei numerosi dialoghi fra genitori e figlia svolti anche col supporto del linguaggio dei segni, Leonetti manca l’occasione di dare vita a un reale ragionamento cinematografico sulla necessità di non fare rumore, aggirando ripetutamente l’ostacolo con più gestibili bisbigli.

The Silence e la tematica del sacrificio

The Silence

A togliere ulteriormente profondità a The Silence è una ricostruzione decisamente approssimativa dell’impatto su infrastrutture e telecomunicazioni del tracollo della società che conosciamo. Leonetti non ci fornisce infatti mai una quadro chiaro e preciso della situazione del mondo esterno a seguito dell’invasione dei cosiddetti “vispi”. La rete dati prima permette videochiamate di alta qualità, per poi sparire e successivamente ritornare, in modo da permettere alla lucida e agguerrita Shipka di comunicare e carpire utili informazioni. Il risultato è che a tratti proviamo la sgradevole sensazione di una narrazione poco fluida e pesantemente condizionata da escamotage opportunamente scelti dagli sceneggiatori Carey e Shane Van Dyke. Non aiuta inoltre all’immersione nel racconto la fotografia di Michael Galbraith, che nelle scene ambientate di giorno risulta incomprensibilmente opaca, con un conseguente effetto di straniamento dall’azione.

La tematica più sentita di The Silence è quella del sacrificio, che porta ogni elemento del nucleo familiare a esporsi al pericolo dei vispi per proteggere o consentire una via di fuga ai propri consanguinei. Lo stesso sacrificio è inoltre utilizzato come metodo di coercizione e salvaguardia da un inquietante gruppo di invasati religiosi che paiono usciti da un film di John Carpenter e movimentano l’ultimo atto dell’opera di Leonetti, fornendo un controcampo emotivo ai protagonisti e stimolandoli a lottare per la sopravvivenza, anche con la violenza. È proprio in questa divisione fra una forma di resistenza caparbia e costruttiva a una minaccia apocalittica e lo scivolamento verso deliri mistici che The Silence trova la propria ragion d’essere, ricordando a tratti l’opposizione alla base di opere come L’ombra dello scorpione di Stephen King.

The Silence giunge alla conclusione nel momento più convincente

The Silence

La netta sensazione che proviamo durante le ultime battute di The Silence è che il film giunga alla conclusione proprio nel momento in cui il racconto si fa più interessante. Mentre spesso ci troviamo a criticare la durata eccessiva di molte opere cinematografiche recenti, in questo caso un minutaggio superiore ai 90 minuti scarsi di The Silence avrebbe permesso a Leonetti di sviluppare meglio alcune tematiche e giungere a un finale meno affrettato, che comunque lascia la porta aperta a un sequel. Ci rimane invece un’opera a tratti zoppicante e con la sfortuna di arrivare sul mercato in un momento in cui è inevitabile provare una sensazione di déjà-vu durante la visione, che però riesce a intrattenere più efficacemente di molte altre recenti produzioni Netflix.

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