Death Note, Cinematographe.it

Netflix ha fallito. È una frase che si scrive a malincuore, ma ogni tanto è necessario dire le cose come stanno. Con il film live action di Death Note, Netflix ha fallito e nemmeno poco. Il presentimento dei fan e della critica non era dei migliori: prendere un manga (ma soprattutto un anime) di culto come quello di Tsugumi Ōba e trasformarlo in qualcosa di completamente altro da sé, è un azzardo come non si vedeva da tempo, ma rischiare – lo sappiamo tutti – non ripaga sempre, anzi, soprattutto se si ha a che fare con un prodotto tanto iconico come Death Note.

Death Note: da un manga iconico ad un live action fallimentare

Per chi non conoscesse il manga originale, Death Note racconta la storia di Light Yagami, un brillante studente delle superiori che, un giorno, si imbatte in uno strano quaderno. Sulla copertina nera c’è scritto “death note” e ha un potere peculiare: è in grado di uccidere chiunque il cui nome venga scritto sulle sue pagine. Dopo aver sperimentato il potere del quaderno della morte, Light incontra lo Shinigami Ryuk (un Dio della morte), proprietario del Death Note, che ha gettato il quaderno sulla Terra per osservare l’uso che ne avrebbe fatto un uomo e, fondamentalmente, divertirsi un po’.

Light decide di utilizzare il Death Note per rendere il mondo un posto migliore, eliminando i criminali, dove rimangano solo gli individui moralmente accettabili. Le azioni del ragazzo non passano inosservate e, nonostante rimanga giudiziosamente anonimo, viene presto identificato dall’opinione pubblica con il nome di Kira (derivante dalla pronuncia giapponese di “killer”). La gente comune lo considera una sconosciuta divinità benevola che sta purificando il mondo, ma è una situazione che le autorità non possono accettare. L’incarico di trovare Kira viene affidato al famosissimo agente dell’Interpol conosciuto come L, che trasformerà le indagini in una vera e propria caccia all’uomo.

death note l light clip netflix

Netflix ha affidato l’ardua impresa di trasformare l’anime in un film in live action ad Adam Wingard (Blair Witch) che, basandosi su una sceneggiatura di Charles Parlapanides, Vlas Parlapanides e Jeremy Slater (creatore e produttore esecutivo della serie tv The Exorcist), ha deciso di stravolgere in qualche modo la storia originale ambientando il film, anziché in Giappone – come sarebbe stato molto più sensato – negli Stati Uniti. La ragione è semplice: benché il film sarebbe stato tratto dall’omonimo manga, l’idea era quella di realizzare qualcosa di originale. Ma allora perché Death Note è un fallimento? Perché chi ha visto l’anime o ha letto il manga troverà troppe incongruenze, fatti e avvenimenti sfalsati, una narrazione incoerente e mancante dell’atmosfera peculiare del prodotto originale. Dall’altro lato, chi non ha conoscenze pregresse di nulla che abbia a che fare con Death Note, non capirà davvero un tubo del film.

Death Note: un cast per lo più mediocre e una trama che sembra una groviera

È un vicolo senza uscita, una partita nella quale Netflix davvero non poteva vincere, ma forse nemmeno pareggiare. Avrebbe dovuto smentire i fan accaniti che, guardando il trailer, avevano immediatamente pensato alla follia di trasformare un anime in un film (esperimento fondamentalmente sempre fallimentare, ma a quanto pare la speranza è l’ultima a morire).

Death Note

Durante la visione del film, il primo impatto è traumatico: ci rendiamo conto che la versione live action di Light Yagami (qui Light Turner) interpretato da Nat Wolff (Città di carta) non assomiglia nemmeno vagamente a quella originale, caratterizzata da una freddezza che nel film è sostituita dal panico continuo, dalla mollezza di spirito. Misa diventa Mia, prende le fattezze di Margaret Qualley (The Leftovers), e si trasforma dalla ragazzina che per l’amore di Light sarebbe disposta a tutto, ad una cheerleader cinica e assetata di potere. L è Lakeith Stanfield (Scappa – Get Out) che fornisce – all’interno di un cast assolutamente mediocre – un’ottima interpretazione, ma decisamente ossessionata dal renderlo a tutti i costi simile alla sua versione disegnata. Lo Shinigami Ryuk, poi, è doppiato nella versione originale da Willem Dafoe (che si intravede in qualche modo anche nelle fattezze del demone), che perde per strada l’ironia – qui quasi mai percepita – che caratterizza e valorizza il personaggio originale.

Insomma, ciò che si percepisce fortemente è una forte ipocrisia di fondo: il film oscilla tra la fedeltà al Death Note originale (che non poteva essere raggiunta) e la voglia di distaccarsene (allo stesso modo, missione impossibile). Non prende una decisione definitiva, non riesce – ma forse non vuole – a imporre una presa di posizione netta e il risultato è aberrante: un horror splatter alla Final Destination, con qualche spruzzata di teen movie qua e là e una trama che sembra una groviera.

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