The Leftovers

Come cambierebbe la vita delle persone se il 2% della popolazione mondiale, a un certo punto, scomparisse misteriosamente senza lasciare traccia? È questo il presupposto della serie The Leftovers e del romanzo da cui è tratta, scritto da Tom Perrotta.

La serie è stata creata dallo stesso Perrotta e da Damon Lindelof, noto soprattutto per essere stato lo showrunner di Lost: dopo due stagioni, su Hbo domenica scorsa si è conclusa la terza e ultima stagione di The Leftovers, la cui uscita in Italia vedremo su Sky Atlantic dal prossimo 13 giugno.

Dopo quello che è parso come il degno finale di una serie che fin da subito ha riscosso il consenso della critica, possiamo dire che The Leftovers è un prodotto televisivo di grande fattura, in cui l’approfondimento psicologico si unisce a una capacità di storytelling sorprendente, che destabilizza in molte maniere lo spettatore.

Nell’ultimo episodio, infatti, i timori di un’imminente apocalisse a tre anni di distanza dalla prima “dipartita” si sono rivelati nient’altro che uno specchietto per le allodole, mentre ai personaggi principali viene posta l’ennesima sfida: il superamento dei propri demoni interiori.

E se per il Kevin di Justin Theroux questo si traduce banalmente nel recupero del suo rapporto con Nora, per quest’ultima, al contrario, significa riuscire ad andare oltre la perdita dei proprio figli.

È proprio la magistrale interpretazione di Carrie Coon, nei panni del personaggio forse più riuscito della serie, a dominare completamente l’ultimo episodio, dal titolo in questo senso emblematico The Book of Nora, tutto incentrato sulla possibilità di recarsi nella dimensione spazio-temporale dei “departed”. Il risultato è ovviamente assolutamente spiazzante, in pieno stile Lindelof.

Lo abbiamo visto fin da subito in questa prima stagione, da quella prima puntata, così collegata a questo finale già nel titolo, The Book Of Kevin: qui erano metafore tratte dal passato a destabilizzare lo spettatore, altre volte è stato il silenzio sul destino di alcuni protagonisti, altre ancora il grande spazio lasciato a personaggi mai visti prima.

The Leftovers 3 e la sua trama capace di lanciare continue sfide allo spettatore

La trama complessa da seguire, fatta di incroci, collegamenti, salti temporali e spaziali frenetici, colpi di scena assolutamente spiazzanti, rivela la firma di Lindelof, al punto che il paragone con Lost sembra quasi scontato.

Anche in questo caso troviamo una comunità ristretta (nella prima stagione quella della città di Mappleton, particolarmente toccata dall’Improvvisa dipartita, dalla seconda in poi quella di Jarden, cittadina invece miracolosamente rimasta intatta) che deve fare i conti con un evento soprannaturale che nessuno sa spiegare.

Del resto, è proprio grazie al profondo scavo psicologico dei personaggi che The Leftovers funziona così bene.

Come reagiscono le persone alla scomparsa dei propri cari? Le conseguenze della Dipartita vengono tutte indagate e poste sotto la lente d’ingrandimento dell’autore: dall’alcolismo al fanatismo religioso, dall’organizzazione di terapie di gruppo all’istituzione da parte del governo di speciali dipartimenti incaricati di vigilare su ciò che accade “dopo”.

Mai come in questa terza stagione è apparso evidente l’intento di far compiere ai personaggi un preciso percorso di crescita. La serie, non a caso, è partita in sordina, con tre episodi che svolgono la funzione di lungo prologo prima dell’imminente cambio di location che porterà tutti quanti in Australia.

Tra i soliti salti avanti e indietro nel tempo, molte puntate sono incentrate su un singolo protagonista: una sorta di piccole “parabole” che portano a compimento il destino di ogni singolo personaggio, con una complessità e dovizia di particolari che non risparmia neanche le figure secondarie. È il caso ad esempio, nel terzo epiosdio (G’Day Melbourne), di Kevin Garvey senior, la cui vicenda ha il preciso compito di fare da ponte tra Miracle e l’Australia, il nuovo continente che farà da sfondo al resto della serie.

O ancora, nell’episodio (Dont’Be Ridiculous) del cameo di Mark Linn-Baker, che, come i fan della serie ricorderanno, era già apparso nel finale della seconda stagione, sempre nei panni di se stesso. L’attore è difatti l’unico sopravvissuto alla “Dipartita” di tutto il cast di Perfect Strangers, sit-com americana di fine anni ’80.

The Leftovers

La sua apparizione all’interno dell’episodio non è altro che l’ennesimo esempio di come, nel mondo creato da Lindelof, realtà e finzione si sovrappongano paurosamente, seguendo una trama fitta di citazioni, metafore e simboli.

The Leftovers e Lost: due mondi paralleli

Un altro forte parallelo con Lost riguarda il legame con la religione. Se è vero che una sorta di misticismo alleggia su tutte le vicende, dove non mancano riferimenti biblici e altri tentativi di spiegare con la fede il soprannaturale, The Leftovers, tuttavia, è soprattutto una riflessione sulla propagazione del culto e del fanatismo.

Un tema quanto mai attuale oggi, che fa della serie ideata da Lindelof uno specchio che, dietro il soprannaturale, riflette in realtà il mondo in cui viviamo. E lo fa senza prendersi troppo sul serio, alternando il registro drammatico, spesso e volentieri amplificato da un uso magistrale delle musiche, al non-sense comico.

Ma soprattutto lo fa ponendo domande: puntata dopo puntata lo spettatore, e con lui i personaggi, viene posto di fronte a nuovi enigmi e, in una dimensione che ha l’aspetto di un mondo post-apocalittico, anche se a grandi linee la vita continua come prima, si cercano delle risposte che puntualmente non arrivano.  D’altronde il fornire delle risposte facili non è mai stato il vero intento di Lindelof.

The Leftovers

La particolarità di questo “philosophical drama”, pur tra riflessioni esistenziali sulla fede e la vita dopo la morte, consiste semmai, ancora una volta, nella volontà di concentrarsi sui rapporti tra i personaggi, accompagnandoli in un preciso percorso verso la consapevolezza.

Kevin e Nora, i due protagonisti con i cui nomi la stagione si apre e si chiude definitivamente, alla fine troveranno il loro lieto fine, imparando a convivere con un nuovo mondo che non si potrà mai conoscere fino in fondo.

Possiamo quindi concludere che questo, seppure non era il finale che tutti si aspettavano, è sicuramente, per riprendere le parole di Lindelof, il “finale più giusto” a cui potessimo aspirare.

The Leftovers

 

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