“Un Dio che può essere compreso non è un Dio”: con questa epigrafe di William Somerset Maugham si apre Il primo re di Matteo Rovere, film-evento che ritorna all’VIII secolo a.C., l’epoca della fondazione di Roma, per parlare, attraverso una lingua scomparsa (un idioma ricostruito, in bilico tra proto-latino e latino arcaico), di qualcosa di molto attuale: la fratellanza che genera e nutre il conflitto, la divisione fra due anime accomunate dal sangue, ma divise da un’idea del divino in antitesi, polarizzata tra negazione e accettazione.

Al di là delle differenti valutazioni critiche, è indubbio che questo lungometraggio straordinario, che vede Alessio Lapice e Alessandro Borghi nei ruoli di Romolo e Remo, segna una cesura nella storia del nostro cinema: per la prima volta ci troviamo di fronte a un prodotto insieme antico e modernissimo, realizzato nel solco della più avanzata tecnologia, ma allo stesso tempo concepito in seno a una visione purissima del cinema come fenomeno sensoriale e immersivo, come frutto di una sapienza in primo luogo scrittoria, un prodigio drammaturgico, la volontà di recuperare la centralità del racconto, della narrazione di una storia, senza cercare scorciatoie e senza abdicare alle inevitabili fatiche e frustrazioni dell’impresa ugualmente immaginativa e tecnica.

Da Il primo Re a Il campione: la Grøenlandia Group sta cambiando lo story-telling cinematografico italiano

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Leonardo D’Agostini con Andrea Carpenzano e Stefano Accorsi sul set de ‘Il campione’

Dietro Il primo re, così come dietro Il campione, film con Andrea Carpenzano e Stefano Accorsi diretto da Leonardo D’Agostini, c’è una piccola casa di produzione romana che sta crescendo in fretta: si tratta di Grøenlandia Group, nata appena pochi anni fa dall’incontro fra tre uomini di cinema, i registi coetanei Matteo Rovere (già fondatore di Ascent Film e regista di Veloce come il vento) e Sydney Sibilia (Smetto quando voglio), romano il primo e salernitano il secondo, e il produttore Andrea Paris. Insieme hanno dato concretezza a una visione, quella di un cinema che guarda sia agli Stati Uniti come paradigma di eccellenza tecnica sia alla tradizione europea del racconto visto come figlio di un’individualità artistica, di una sensibilità autoriale unica e fondante. La drammaturgia torna così al centro, ma senza trascurare la ricerca estetica e rinunciare alla spettacolarizzazione perché il cinema è esperienza di sensi, oltre che d’intelletto.

Goon Films e Good Films: le due case di produzione romane che hanno lanciato alcuni tra i film più importanti del nostro passato più recente

Grøenlandia non è, però, l’unica casa di produzione a essere anagraficamente giovane, ma già determinante in ambito cinematografico, sia in termini di qualità del prodotto audio-visivo, sia per quanto riguarda le competenze distributive. La Goon Films, fondata da Gabriele Mainetti nel 2012, anch’essa romana, ha prodotto al primo colpo, dopo un cortometraggio, il lungometraggio cult Lo chiamavano Jeeg Robot (2016), un’opera drammaturgicamente innovativa e probabilmente irripetibile, che si staglia come un modello e un turning point nella cinematografia italiana più recente. La Good Films di Francesco Melzi d’Eril e Ginevra Elkann (già fondatrice di Asmara, nel 2010, e oggi impegnata come regista sul set di Magari, con Alba Rohrwacher), nata nel 2012, in pochi anni ha prodotto film della memoria come Anita B. di Roberto Faenza e Il padre d’Italia di Fabio Mollo con Luca Marinelli, senza dimenticare Anime Nere di Francesco Munzi (9 David di Donatello vinti) e Non essere cattivo di Claudio Caligari, entrambi fra gli esiti più potenti del nostro passato cinematografico recente. Da un paio d’anni la Good Films ha sospeso l’attività di produzione per dedicarsi alla distribuzione, ma rappresenta a oggi un’esperienza luminosa, d’indiscusso rigore nella scelta delle proposte cinematografiche.

La Pepito Produzioni e il sostegno al cinema dei giovani D’Innocenzo, pupilli di Paul Thomas Anderson

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La terra dell’abbastanza, opera prima dei fratelli gemelli D’Innocenzo, ora al lavoro sulla loro opera seconda

Romana e nata nel 2012 è anche la Pepito che, nel 2015, ha prodotto Sei mai stata sulla luna?, film di Paolo Genovese e, nel 2018, l’opera prima applaudita a Berlino La terra dell’abbastanza dei fratelli gemelli D’Innocenzo, una storia cruda e tenera in ugual misura, di sangue e fratellanza, che si consuma in un hinterland romano greve e desolato che lo sguardo registico riesce, pur acerbamente, a liricizzare, ad afferrare nella sua poetica nudità. Fabio e Damiano D’Innocenzo, classe 1988, talentuosissimi, sono recentemente volati in America per farsi guidare nientemeno che da Paul Thomas Anderson nella scrittura della loro opera seconda, un western al femminile ambientato nell’Italia dell’Ottocento. Il film è attualmente in lavorazione e arriverà nel 2020, dovrebbe intitolarsi Favolacce ed è sempre prodotto dalla Pepito Distribuzioni. Non c’è dubbio che si tratta di una prova stimolante, nel segno della sperimentazione e della contaminazione fra linguaggi, immaginari, generi e generazioni di storia del cinema.

Kàlama Film e Studi Cinematografici Siciliani: la piccola distribuzione coraggiosa

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‘Malarazza’ di Giovanni Virgilio, prodotto dai neonati Studi Cinematografici Siciliani

La piccola produzione romana sta scrivendo una nuova pagina del nostro cinema e lo fa con un coraggio insospettato, con la voglia di fare le cose per bene, di contribuire alla rinascita di un settore troppo spesso vituperato e svilito, ma in verità attualmente sorretto da un’energia debordante. Non è solo dalla capitale, però, che provengono sollecitazioni interessanti. A fine 2017, una neonata casa di produzione palermitana, la Kàlama Film, ha prodotto un fantasy girato nell’entroterra del capoluogo siciliano dal titolo Vork and the Beast, un film diretto da Fabrizio La Monica che affascina per la commistione inattesa fra cinema di genere e contesto siciliano. Sempre in Sicilia sono nati da poco, a Catania, gli Studi Cinematografici Siciliani, che hanno prodotto, assieme a Movie Side, Malarazza di Giovanni Virgilio, un lungometraggio che torna al racconto della criminalità adottando la prospettiva di una vendetta coniugale e di un’impostazione anti-epica, in controtendenza rispetto all’immaginario ‘gomorriano’ oggi senz’altro prevalente, con una valorizzazione del sonoro come componente integrante del discorso filmico.

Tra i film di genere che vengono dalla provincia e sorprendono per la maestria realizzativa e l’audacia nella sperimentazione drammaturgica anche l’horror In a Lonely Place del 2016, prodotto dalla piccolissima casa di distribuzione riminese Meclimore Produzioni Cinematografiche, nata nel 2013 per iniziativa di Davide Montecchi, anche regista del film. La produzione indipendente sembra essere, così, diventata in poco tempo protagonista di un insperato rinascimento italiano e nei prossimi anni, c’è da scommettere, il cambio di rotta rispetto a scelte più convenzionali e rassicuranti verrà elaborato e riconosciuto in modo più nitido e compiuto anche in sede critica.

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