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Parafrasando Italo Calvino, Malarazza, opera seconda di Giovanni Virgilio, cerca in tutti i modi di far emergere il meglio dell’essere umano e lo fa dando risalto al peggio, mettendo sotto i riflettori la condizione delle periferie, quei micromondi dimenticati da Dio e dallo Stato in cui il destino dell’esistenza umana sembra essere monodirezionale.
I sogni si infrangono schiacciati dalla valanga oppressiva della malavita e quei piccoli frammenti di felicità svaniscono, offuscati dall’infelicità, costretti a non avere scampo, spesso perché non sanno guardare oltre.

Ci sono frammenti felicità di città felici che continuamente prendono forma e svaniscono, nascosti nelle città infelici.

(Italo Calvino)

Da buon siciliano, Virgilio trae spunto da Giovanni Verga e dai suoi Malavoglia per titolare il suo nuovo film e fare del nome dei Malarazza un emblema della società marcia, quella che è fiera di essere tale, che vive di egoismo e violenza, usando quest’ultima come guinzaglio per trattenere a sé le persone.
Una realtà, quella raccontata dal regista, già battuta dal cinema nostrano, che mai come in questo frangente pone rilievo alla condizione delle periferie italiane: teatro di una condizione umana allo stremo, di un sistema vecchio ma tutt’ora ossequiato, che sembra essere intramontabile e inguaribile.

La storia di Malarazza è estrapolata dai quartieri più malfamati di Catania, come il Librino e San Berillo; potremmo leggerla come la vicenda di Tommasino Malarazza (David Coco), boss in declino che con violenza riesce a comandare su tutto e tutti, ma preferiamo leggerla come la storia di una giovane e bella donna, Rosaria (Stella Egitto), moglie del suddetto boss intenzionata a cambiare vita per sé e per dare un futuro migliore a suo figlio Antonino (Antonino Frasca Spada). Potremmo leggerla come la vicenda dei buoni che sono stati sconfitti dai cattivi, ma preferiamo vedere in Malarazza la storia di chi ha cercato di dire basta, di voltare pagina e ricominciare. Poco importa se è stato assassinato, tirato indietro e costretto a stare zitto; poco importa se si è dovuto adeguare a una vita che non ha scelto e che gli è piombata addosso come pioggia.

Malarazza è un grido di denuncia soffocato da chi preferisce quotidianamente voltarsi dall’altra parte e fare finta che vada tutto bene

malarazza

Servendosi di interpreti di rilievo tra i quali si annoverano (oltre a quelli già citati) Paolo Briguglia (nei panni del transessuale Franco, fratello di Rosaria), Cosimo Coltraro (il malavitoso Pietro, detto U Porcu) e la magnifica Lucia Sardo, il regista Giovanni Virgilio mette in scena la Sicilia che nessuno vuole vedere ma di cui tutti sanno l’esistenza. I suoi personaggi sono macchiette, stereotipi ben confezionati e intrisi di sentimento.
Nulla di assurdo, fantascientifico o inventato, Malarazza è semplice verità trasposta al cinema: un ensemble di luoghi comuni veritieri, di uomini e donne che esistono veramente e la cui vita si consuma ogni istante.

Innescando la bomba della denuncia, Virgilio dimostra in questo suo ultimo film di voler usare la macchina cinematografica come arma per svegliare le coscienze e lo fa addentrandosi tra i cunicoli della sua stessa città, facendo leva su un cast di rilievo di cui Lucia Sardo è senza dubbio il cardine non per il ruolo che ha nella pellicola (poi non tanto centrale) bensì per la verve e la passione che riesce a far trasudare da tutti i pori insieme a quella personalità artistica essenzialmente legata alla sua terra.
A ciò si aggiunge una colonna sonora che da sola basta a condensare l’intera opera. Ancora una volta il regista si serve della collaborazione con Giuliano Fondacaro – che aveva già entusiasmato in La bugia bianca – affiancando le sue note, sempre attente e puntuali, alle voci di Mirkomiro e Clementino. Una musica, dunque, che permea e si adegua appieno allo stile dell’intero film.

malarazza

Malarazza è un film equilibrato, che non vuole dare risposte ma cercare di porre delle domande e far riflettere

Sicuramente non è un film originale, nel senso che di periferie se n’è parlato (come detto sopra) parecchio. A livello registico Virgilio dimostra di essere bravo ma non lascia trasparire ancora la propria personalità – il che è normale, trattandosi del suo secondo lungometraggio -. L’occhio della macchina da presa risulta a tratti fugace, più idoneo a registrare che a guardare oltre.

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