Samaritan: recensione del film con Sylvester Stallone

Disponibile su Prime Video dal 26 agosto, Samaritan vede Sylvester Stallone nei panni di un supereroe ormai in là con gli anni.

Dopo averlo rivisto nei panni di uno dei suoi personaggi più noti in Rambo: Last Blood, Sylvester Stallone torna in Samaritan, con cui imbocca il sentiero dei supereroi da protagonista dopo aver già partecipato a Guardiani della Galassia Vol. 2 e The Suicide Squad, entrambi di James Gunn. Prodotto dallo stesso Sly con la sua Balboa Productions, insieme alla MGM, il nuovo titolo porta sullo schermo il fumetto omonimo edito da Mythos Comics e scritto da Bragi F. Schut, quest’ultimo anche autore della sceneggiatura, in realtà concepita prima ancora del fumetto. Per portare a termine un simile compito, il timone è stato affidato a Julius Avery, regista che aveva avuto modo di giocare con i generi in Overlord (2018), commistione di action bellico e horror.

Alla base della narrazione vi è la mitica lotta fra Samaritan e Nemesis, gemelli dotati di superpoteri che finiscono per combattere l’uno contro l’altro, il primo per la giustizia e il secondo per vendetta, sino allo scontro finale che prende la vita di entrambi. Tale versione della storia non convince tuttavia Sam (Javon Walton), ragazzino che abita in un condominio assieme alla madre single Isabelle (Dascha Polanco), le cui giornate sono scandite dalla continua ricerca del mitico eroe, che il giovane crede essere ancora in vita e non perito tra le fiamme insieme al gemello come invece sostengono le voci di quartiere. Quando, attaccato da alcuni teppisti, viene salvato dal suo vicino di casa Joe, Sam si convince di aver individuato nell’uomo il paladino sopravvissuto, che tenta di far tornare in azione nel momento in cui un criminale locale si erge per raccogliere l’eredità di Nemesis.

Samaritan: un eroe perdente in continuità con la poetica di Sylvester Stallone

samaritan recensione film cinematographe.it

Rispetto agli ormai collaudati cinecomic che continuano a mietere successi di pubblico, Samaritan opta per una strada diversa, a partire dal suo protagonista. Dopo aver incarnato sul grande schermo personaggi che in molti non esiterebbero a definire eroi della cinematografia americana, dal reduce del Vietnam John Rambo al pugile Rocky Balboa, Sylvester Stallone compie il passo successivo e diviene un supereroe, in un modo tuttavia inconsueto per il genere, seppure in linea con la poetica dell’interprete e autore. Il suo Joe è un attempato netturbino di un quartiere povero della città, il quale pare aver rinunciato alla grandezza preferendo confondersi nella comunità. Dai capelli grigi, il corpo ricoperto di cicatrici e uno sguardo che tradisce tutta la disillusione nei confronti del mondo, Joe Smith – un nome tanto anonimo quanto la vita che il personaggio conduce – ha ben poco in comune con gli eroi dai mantelli sventolanti e dall’immacolato senso del dovere che popolano i film tratti dai fumetti Marvel e DC; siamo più dalle parti del perdente alla ricerca di rivalsa, non troppo dissimile dalle icone che hanno fatto il successo della star dell’action fra gli anni ’70 e ’80.

Allo stesso modo, il film non ripudia la derivazione fumettistica della propria storia, nei suoi stilemi classici del bene contro il male, con i primi minuti che ricorrono addirittura a un effetto di posterizzazione per avvicinare le inquadrature alle tavole dei comics; tuttavia, al passo spedito scandito dall’azione abbondante di effetti visivi, Samaritan preferisce un ritmo più dosato, che consente ad Avery di calare lo spettatore in una città quasi sospesa nel tempo, in cui automobili e dispositivi elettronici sembrano risalire a decenni ormai passati.

Samaritan si propone come cinecomic atipico, ma solo in superficie

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Per alcuni aspetti, Samaritan sembra strizzare l’occhio più a titoli di genere anni ’80, contando su un budget evidentemente contenuto (soprattutto se paragonato alle grandi produzioni basate sui fumetti) e sulla voglia di raccontare una storia che sia a misura d’uomo piuttosto che di superuomo. In virtù di ciò, la macchina da presa non guarda al cielo, bensì si muove tra discariche e cimiteri di auto, percorrendo strade popolate da senzatetto e razziate dalla piccola criminalità, con un occhio ansioso di catturare l’irrequietezza di una città (o almeno parte di essa) abbandonata a se stessa. Dopotutto, non è probabilmente un caso che fra i piccoli omaggi presenti nel film ve ne sia uno a RoboCop (1987) di Paul Verhoeven, reso attraverso la presenza di un cabinato del videogioco arcade ispirato al classico con Peter Weller. Proprio alla luce di ciò, dispiace constatare che il desiderio di porsi come variazione sul tema, rispetto a ciò a cui l’industria ci ha ormai abituati in termini di supereroi, sembri non andare oltre la premessa del film.

Nonostante Avery, attraverso la messa in scena, predisponga tutte le componenti per mettere un interessante accento sulla storia, il quadro sociale rimane perlopiù un elemento stilistico. Basti pensare che, in tal senso, una delle scene clou sceglie di ritrarre il malcontento cittadino limitandosi a mostrare una piccola folla subito pronta a infervorarsi e darsi al vandalismo dopo il banale discorso di un uomo mascherato in piedi su una vettura. Del resto, Samaritan manca della forza immaginifica di cui poteva ad esempio fregiarsi il sopracitato cult sci-fi di Verhoeven, a cui bastavano poche inquadrature per dare tutto il senso del marcio in cui affondava una città in mano alle corporazioni come era la Detroit nel film del 1987.

Samaritan non abbraccia neppure appieno la sua natura di film di genere conferendo il giusto valore estetico alla violenza, perlopiù rifuggendola a livello visivo nonostante la storia e la società che racconta ne siano impregnate, fallendo dove ad esempio era riuscito un Logan – The Wolverine (2017), altro film su un eroe ormai scalfito dagli anni intento a trovare il modo migliore per uscire di scena. Tolto qualche timido accenno, allo spettatore non è offerto nulla che non sia abituato a vedere in qualsiasi action rivolto al grande pubblico, con il titolo deciso a tenersi stretta la classificazione PG-13 così da poter essere accessibile all’intera famiglia, senza particolari restrizioni. La poca volontà di osare si palesa anche nella fotografia di David Ungaro, appiattita dalla scelta di sposare il trend cinematografico dell’ormai abusato color grading all’insegna di tonalità blu e arancio, forse nel tentativo di sopperire al basso budget, ma che finisce per conformare il titolo ai molteplici blockbuster che compongono la scena odierna.

Personaggi vacui e una storia rimasticata fanno di Samaritan un film difficile da ricordare

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Eppure, Samaritan non soddisfa nemmeno dal punto di vista del mero intrattenimento da popcorn movie. Riducendo l’azione perlopiù al confronto finale, la sceneggiatura di Schut dedica un’attenzione quasi esasperata ai drammi personali dei propri protagonisti, che appaiono però appena abbozzati e privi di una reale tridimensionalità. La tragedia di Joe non basta a dare spessore al personaggio, emotivamente abbattuto per tutta la durata del film, che dalla sua non ha nemmeno il carattere dissacrante o lo spirito giocoso di un Will Smith in Hancock (2008); il giovane Sam conta esclusivamente su un’ossessione quasi immotivata per l’eroe, a parte un senso di inadeguatezza per il suo essere pavido di fronte al pericolo; il villain Cyrus (Pilou Asbæk) non risulta abbastanza folle da sconvolgere né sufficientemente complesso da generare empatia, destinato a essere dimenticato una volta terminata la visione. Una mancata attenzione ai personaggi che sorprende pensando, ad esempio, a come lo script trovi lo spazio per figure secondarie dal dubbio apporto narrativo quali il giornalista Arthur (Martin Starr), la cui indagine sull’eroe del titolo e il rapporto con Sam non contribuiscono minimamente alla vicenda.

In tutto ciò, il film non è aiutato da un montaggio che alterna pigramente le disavventure di Sam (invischiato nelle attività illegali della gang locale), i crimini perpetrati dal villain e le lunghe giornate monotone di Joe, animate solamente dalle conversazioni con il giovane fan, i cui dialoghi poco ispirati non possono che generare un effetto di già sentito. L’esito finale è quello di un film che, nonostante superi di poco i 90 minuti, dà l’impressione di trascinarsi spesso stanco esattamente come il proprio protagonista, interpretato da uno Stallone a suo agio nel dare volto a un uomo schiacciato sotto il peso di una vita costellata di delusioni, ma che preserva la medesima recitazione sottotono anche nei momenti di maggiore tensione drammatica.

Se prodotti targati Amazon Studios come la serie The Boys hanno dimostrato come sia possibile decostruire il mito del supereroe, come pure al cinema aveva tentato di fare L’Angelo del Male – Brightburn (2019), Samaritan risulta un esperimento perlopiù fallito, più interessante nelle premesse che nell’effettiva esecuzione. Il tentativo di offrire un commento sociale, le scenografie urbane che riflettono il senso di abbandono dei personaggi, così come la presentazione del bene e del male come concetti da non considerarsi divisi manicheamente rimangono idee sospese, incapaci di amalgamarsi a dovere fra loro. Faticando a trovare una propria identità, l’opera di Avery si muove tra il film di genere, la storia di formazione e l’avventura “supereroistica”, mancando il bersaglio e non riuscendo ad andare oltre il prodotto medio di intrattenimento; un progetto che alla base avrebbe potuto tentare l’azzardo e smuoversi dai binari del già visto, soprattutto nel mondo sempre più saturo dei cinecomic, ma che invece non offre niente di diverso da ciò che lo spettatore medio si aspetta, per molti versi anche meno.

Disponibile su Prime Video dal 26 agosto, Samaritan è diretto da Julius Avery (Son of a Gun, Overlord), a partire da una sceneggiatura a opera di Bragi F. Schut. Del cast fanno parte Sylvester Stallone, Javon Walton, Pilou Asbæk, Dascha Polanco, Natacha Karam, Moisés Arias, Jared Odrick e Martin Starr.

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Regia - 2.5
Sceneggiatura - 2
Fotografia - 2.5
Recitazione - 2
Sonoro - 2
Emozione - 2

2.2