Quando si parla di Toy Story i canoni dell’animazione classica si sbriciolano a favore di un cinema (per bambini e adulti) che sfiora la teatralità, introiettandoci nella psiche dei personaggi, in un teatro dell’assurdo che psicanalizza noi umani attraverso la rappresentazione dei giocattoli.

Se è vero che il primo capitolo della saga Disney Pixar, uscito nel 1995 per la regia di John Lasseter, ha lasciato basito il pubblico per i contenuti e per il grande lavoro di sviluppo in computer grafica, è pur vero che anche gli altri capitoli hanno meritato un posto speciale nel cuore dei fan e questo quarto film, diretto da Josh Cooley, rappresenta forse la consacrazione dell’intera saga.

Uscito in Italia il 29 giugno, Toy Story 4 non ha tardato ad essere il film più visto del weekend, incassando 489.840 euro solo nel primo weekend con un totale di 71.773 presenze in sala. Certo: nessuna famiglia sarebbe andata a vedere l’horror MA, Nureyev – The White Crow o La mia vita con John F. Donovan, ma davvero la presenza di un altro film d’animazione avrebbe ribaltato la situazione? Forse lo scontro poteva esserci, ma sarebbe stata una lotta intestina tra prodotti appartenenti sempre a mamma Disney. Sul fronte americano, Toy Story 4 ha incassato un totale di 496.5 milioni di dollari. La domanda è: riuscirà ad avvicinarsi ai livelli del capitolo precedente che, con un incasso pari a 1067 milioni di dollari, rappresenta uno dei film di maggior successo al box office della Pixar?

Lo vedremo! Per il momento resta la consapevolezza che le buone idee ripagano sempre e, se rimodulate, sanno persino sorprendere. Così, dopo averci fatto scorgere la vita in cuciture di pezza e assemblaggi di plastica, la Pixar ha proseguito l’evoluzione dei propri personaggi/giocattoli elevandoli a umani, al punto da limitare drasticamente la presenza di quest’ultimi in Toy Story 4.

Toy Story 4 – “personaggi in cerca d’autore”, ma dalla forte identità

Toy Story 4, cinematographe.it

Woody, Buzz e gli altri personaggi della saga animata rappresentano i punti nevralgici dell’intera narrazione e nel corso degli anni i loro ruoli sono cambiati. Il perimetro del loro “io” si è costantemente allargato fino a raggiungere la globalità in quel palcoscenico della finzione in cui ogni giocattolo esiste agli occhi umani in relazione alle mode, alle passioni e all’età dei bambini.

Il paragone con la filosofia pirandelliana è quasi meccanico, poiché proprio come nelle opere dell’autore siciliano anche in questa tetralogia cinematografica notiamo la scissione dell’essere in “uno, nessuno, centomila”. Ma se nei primi capitoli il cowboy e lo space ranger – soprattutto il primo – avevano viaggiato al massimo su un binomio (in cui da una parte vi era la loro essenza in qualità di comunità di giocattoli vivi e dall’altra la loro routine di giochi inermi) in questo Toy Story 4 gli sceneggiatori eliminano quasi completamente le volontà dei padroni umani – a cui riservano meno dialoghi e ancor meno introspezione – per elaborare una pellicola d’animazione giocattolo-centrica, mettendo in luce un ventaglio di personalità, situazioni e ambizioni che oltrepassano il “cosa gli altri si aspettano da noi” per andare dritti alla domanda “cosa ci aspettiamo noi da noi stessi?”.

Nell’elaborare la sceneggiatura del quarto capitolo di Toy Story Stephany Folsom e Andrew Stanton non mancano di consolidare l’amicizia tra Woody e Buzz per poi focalizzare l’attenzione sul nuovo e amatissimo personaggio di Forky, che nella versione italiana ha la voce di Luca Laurenti. Come ha fatto notare anche il doppiatore in una divertente e filosofica intervista rilasciata a noi di Cinematographe.it, il forchetto che da spazzatura viene riciclato, diventando il giocattolo preferito di Bonnie, ha una vera e propria crisi d’identità. È come se la sua anima si fosse reincarnata e adesso è disorientato: che cosa significa essere un giocattolo? Che senso ha appartenere a qualcuno? Tutto questo il gracile e buffo personaggio non riesce a concepirlo, non subito. E allora Woody svolge un po’ la funzione di baby sitter: si sacrifica per il bene supremo, quello della bambina a cui anche lui appartiene.

Non mancano poi i rimandi alla fatidica voce interiore: la coscienza che ci suggerisce cosa è meglio fare, la stessa che la casa di Topolino sa presentarci in chiave sempre diversa (il grillo parlante di Pinocchio è l’emblema più noto) e che in questo film animato viene esplicata senza mezzi termini dalla voce di Woody per poi correre parallela all’azione nei momenti cruciali della pellicola, con Buzz che pigia sui pulsanti della sua armatura spaziale per cercare di capire il modus operandi più consono.

La rivoluzione è donna, sempre!

toy story 4, cinematographe.it

Oltre a farci virare verso una nuova dimensione del giocattolo – non più acquistato ma realizzato da zero e per questo originale – Toy Story 4 ci conduce anche verso le tinte rosa della rivoluzione, iniziata già nel capitolo precedente con la cessione dei giochi da parte di Andy alla piccola Bonnie.
Nel film diretto da Josh Cooley l’impronta del nuovo femminismo si respira nella villain Gaby Gaby, nell’importanza che acquisirà alla fine Jess e nel nuovo ruolo di Bo Peep, la pastorella con pecorelle al seguito di cui Woody è perdutamente innamorato, che ritroviamo immersa in un cambiamento fisico e spirituale capace di donarci una visione nuova ed esaltante della vita.

Sono tante le allusioni che vengono fatte sui legami sentimentali; l’appartenenza a un bambino viene intesa come un vincolo (in particolare c’è una frase che, estrapolata dal contesto, potrebbe dipingere Woody come un uomo sposato e con una figlia, intenzionato ad avere con Bo Peep solo una fugace love story) e l’idea di felicità si trova tra l’empirismo e l’istinto. Ci si stacca dalla ripetitività per vivere la propria esistenza non più da giocattoli al servizio di bambini che, una volta cresciuti, non li prenderanno più in considerazione, ma da entità a sé stanti, con delle aspirazioni e dei desideri.

toy story 4 5 motivi cinematographe.it

In questo Bo Peep percorre la scia di molti altri personaggi femminili del cinema attuale, portando sul grande schermo l’esempio di una donna moderna, autoritaria ma dolce, non solo da desiderare ma da amare per tutta la vita.
È dalla sua esperienza di “giocattolo dimenticato” che la bambola rinasce dalle sue ceneri come un’Araba Fenice, apportando la bellezza dell’autonomia e facendo comprendere al pubblico che la felicità non è appartenere, ma appartenersi! Sempre lei si fa portavoce di una sensibilità diversa rispetto ai personaggi maschili, come quando spinge Duke Caboom ad essere ciò che veramente è, adesso, spingendo l’acceleratore su quanto sia importante credere nelle proprie capacità e cercare di diventare la parte migliore di sé in ogni momento, senza rimandare o rimpiangere il passato.

Di conseguenza, anche la visione dei cattivi muta grazie al tocco della femminilità. Se in Toy Story 3 Lotso viene punito, in Toy Story 4 a Gaby Gaby viene data un’altra possibilità dagli stessi giocattoli che prima l’hanno affrontata come una nemica. La bambola viene sorretta e aiutata sia fisicamente che psicologicamente ad avere la sua occasione di felicità.

Il doppiaggio in Toy Story 4: il primo senza Fabrizio Frizzi

Toy Story 4, cinematographe.it

Toy Story 4: chi sono i doppiatori italiani del film Disney Pixar

Se c’è una pecca che va attribuita al cinema italiano d’animazione è quella tendenza degli ultimi anni di sostituire i doppiatori di professione con i personaggi di spicco (e non necessariamente attori) del momento. Questo per fortuna in Toy Story 4 avviene moderatamente, forte la presenza delle voci storiche della saga: il grande Massimo Dapporto è ancora una volta Buzz Lightyear, mentre manca per ovvie ragioni la voce di Fabrizio Frizzi (ma l’omaggio c’è e come!), sostituito dal doppiatore di Tom Hanks Angelo Maggi. Anche gli altri ruoli fondamentali vengono ricoperti da doppiatori di professione e questo non può che apportare un plus qualitativo alla pellicola che, seppur spoglia degli altisonanti nomi di Hollywood, vede affiorare vecchi e nuovi talenti del cinema nostrano, anche nella canzone simbolo della saga, in cui la voce assai nota di Riccardo Cocciante si mixa alle giovani vocalità di Benji & Fede (Randy Newman domina come sempre nella versione originale).

Toy Story 4: chi sono i doppiatori originali del film Pixar?

Toy Story 4 – così Josh Cooley ci porta “verso l’infinito e oltre”

toy story 4 cinematographe.it

Passando alla regia, così come si dà maggiore libertà d’azione alle figure femminili, allo stesso tempo si dà spazio alle nuove leve. È per tale ragione che l’ex direttore creativo della Pixar e dei Walt Disney Studios John Lasseter decide di lasciare il progetto nelle mani di Josh Cooley (classe 1980), che aveva dimostrato di avere la stoffa del campione già in occasione di Ratatouille (2007), UP (2009) e Inside Out (2015).

Con Toy Story 4 Cooley dirige il suo primo lungometraggio da solista, mantenendo ad altissimi livelli l’animazione e rimarcando l’umanità dei personaggi attraverso primi piani e lunghi silenzi. Determinate inquadrature sembrano strizzare l’occhio ai cult del cinema d’autore e lo sguardo registico si acuisce ancor più nel modo in cui i giocattoli vengono mostrati allo spettatore con tutta la loro energia umana. Mentre nei capitoli precedenti abbiamo visto spesso una trasfigurazione totale di Woody, il cui volto perdeva ogni qualsivoglia espressione divenendo di colpo solo un gelido giocattolo alla presenza di Andy (o chi per lui), in Toy Story 4 persino le prime sequenze di Forky ci indicano l’esistenza di un’anima tra i dettagli di quel forchetto imbellettato. In tal caso il colpo di genio sta nell’abile e silenzioso movimento oculare, richiamo atavico e prettamente umano/animale della comunicazione.

Toy Story 4 – scopri qui tutti gli easter egg del film animato Pixar

Insomma, in questo primo grande volo in solitaria Josh Cooley ci ha davvero portati con sé “verso l’infinito e oltre”, seguendo repentinamente il mondo segreto e affascinante di quegli esseri che nella mente di ogni bambino acquistano un valore iperumano, apportando nel mondo Pixar quell’introspezione che ha raggiunto i massimi livelli proprio con Inside Out.
È come se l’autore de Il primo appuntamento di Riley (il corto diretto proprio da Cooley e ispirato a Inside Out) avesse innestato in ogni personaggio l’avvicendarsi delle emozioni, senza mostrare esplicitamente Gioia, Tristezza, Rabbia, Disgusto e Paura.

toy story cinematographe.it

Tirando le somme, è davvero complicato giudicare se Toy Story 4 è il film animato migliore della Pixar. Certamente è il migliore della saga (dopo Toy Story – Il mondo dei giocattoli) e ha il pregio di far comprendere a grandi e piccini la grande teatralità della vita. Le marionette digitali che vediamo agitarsi sul grande schermo altro non solo che la traslitterazione dei nostri corpi nel grande palcoscenico della vita quotidiana. Ogni debolezza, occasione perduta, ogni amore sprecato o dovere non assolto si coagulano nei preconcetti di giusto e sbagliato, di normale e anormale. Toy Story 4 è uno di quei film animati di cui il cinema internazionale è assetato; un’opera che non vuole farci la morale ma portarci a riflettere sulla nostra vera essenza di “uno, nessuno, centomila”, nel 1995 come nel 2019.

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