Panama Papers (in originale The Laundromat, letteralmente “lavanderia a gettoni”) è il titolo del nuovo film di Steven Soderbergh che si cimenta in una vera e propria lezione di economia ultramoderna per raccontare su grande schermo uno degli scandali finanziari più agghiaccianti degli ultimi anni. Dalle 11 milioni di pagine del fascicolo Panama Papers, il regista di Ocean’s Eleven riassume lo scandalo finanziario in 96 minuti, per permettere al grande pubblico di godere di un film apparentemente fresco oltre a provare a capirci qualcosa tra conti offshore, paradisi fiscali, società conchiglie vuote, assicurazioni fraudolente e truffe ai danni di poveri cittadini. Il risultato è una commedia agrodolce, di quelle dove tra una risata e l’altra, l’amaro prende spazio in tutta la bocca, un film piacevole e scioccante allo stesso tempo, dove primeggia un cast istrionico condotto da tre colossi: Meryl Streep, Gary Oldman e Antonio Banderas.

Panama Papers: la distribuzione premia l’home streaming

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Steven Soderbergh è un grande lavoratore: il regista è riconosciuto per essere velocissimo a girare, un director con le idee chiare che non fa spreco di danari. Soprattutto però è un grande sperimentatore, basti pensare tra tutti i suoi lavori ad Unsane, progetto del 2018 costato solo 1,5 milioni di dollari, completamente diretto con un iPhone 7 Plus in 4K, girato in una sola settimana e interpretato da un’ottima Claire Foy. Di certo Netflix (produttore e distributore del film), per Panama Papers, avrà dovuto sborsare un buon quantitativo di dobloni (il cast è di gran peso) e solo i dati (che spesso restano secretati, a oggi sappiamo che Bird Box è il film più visto con 80 milioni di visualizzazioni) potranno ripagare gli investimenti fatti per un film che solletica la curiosità di chi ama i film di denuncia – anche se qui si usa l’espediente del teatro e dell’ironia – di chi ama gli autori conclamati, le grandi firme e i grandi cast. Presentato in concorso all’ultimo Festival del cinema di Venezia, passato poi alla kermesse di Toronto, Panama Papers ha avuto una distribuzione settembrina statunitense (il 18), mentre in Italia è passato solo due giorni in sala (il 20 e 21 ottobre) per poi finire direttamente nell’enorme listino di Netflix grazie al quale possiamo vedere il film comodamente dal divano di casa. Siamo certi che nel caso dell’ultimo film di Soderbergh il tasto pausa e rewind verranno utilizzati.

Venezia 76 – Panama Papers: recensione

Soderbergh, dopo High Flying Bird, film Netflix che esplora il mondo NBA dal lato dei procuratori, sceglie ancora l’innovazione in campo distributivo affidando un film potenzialmente di grande richiamo in sala alla TV in streaming. Di sicuro dato il tema è forse la scelta giusta: l’ostilità dell’argomento e la particolarità della messa in scena darà probabilmente maggiori possibilità di visione al film.

Panama Papers: la sceneggiatura e la regia tra cronaca, commedia e teatro

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Scritto dal suo collaboratore di lunga data Scott Z. Burns, Panama Papers è una satira in capitoli (5 per l’esattezza), basata sul libro Secrecy World di Jake Bernstein, che fa luce sulle truffe portate avanti dallo studio Mossack – Fonseca nel 2016 e le devianze del mondo dei ricchi, di quelli che hanno una vera e propria ossessione per i soldi. Utilizzando una formula che rievoca il teatro brechtiano, con i due mattatori Oldman-Banderas che rompono la quarta parete rivolgendosi direttamente al pubblico, il film propone una regia fresca, una scelta che rende più masticabile la materia finanziaria al pubblico. Come per La grande scommessa anche Soderbergh cerca di alleggerire il racconto tecnico per divulgare lo scandalo e le macchinazioni oscure dietro i Panama Papers, aggiungendo oltre all’umorismo e alla denuncia mascherata da numero di magia, una grande umanità tutta racchiusa nel personaggio interpretato da Meryl Streep. La sequenza finale, senza rivelare spoiler, è toccante e rivelatoria: Soderbergh sa sfoderare i suoi grandi colpi di scena nel miglior modo possibile.

Panama Papers: metacinema per raccontare il reale

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La storia è suddivisa in capitoli presentati come piccole pillole di un’amarissima morale dei giorni nostri. La regia come sempre curatissima di Soderbergh, si divide in una parte metacinematografica, in cui Gary Oldman e Antonio Banderas immersi in location da sogno, rendono l’idea dei castelli di sabbia costruiti dai due personaggi Mossack e Fonseca, realmente esistiti. Dall’altro lato troviamo una vena da black comedy in cui è inserita la linea narrativa di Meryl Streep e tutti i capitoli in cui troviamo personaggi i cui siparietti si ispirano sempre ai fascicoli dei PP. Tra il riso e l’amaro però troviamo anche tanta umanità, tutta racchiusa nel personaggio della Streep che qui interpreta Ellen Martin, una donna che improvvisamente diventa vedova, dopo aver perso il marito nella tragedia di Lake George, e contemporaneamente vittima di una frode assicurativa. Una donna che si carica di un peso enorme per smascherare i criminali che aggiungono disperazione al dolore di una donna che deve affrontare un lutto.

Panama Papers: se l’argomento è difficile allora punta sul cast

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La camaleontica Meryl Streep offre un’ennesima (non stanca quasi mai) interpretazione di grande carattere. Gary Oldman e Antonio Banderas si crogiolano nei panni di due buffoni di corte e abili raggiratori, che quasi quasi stanno anche simpatici. Insomma i tre protagonisti di questa storia sono una delle colonne portanti di Panama Papers, perché interpretare personaggi realmente esistiti, personaggi connessi a uno scandalo che ha a che fare con la miseria reale delle persone coinvolte, non è semplice. Non è facile nemmeno considerando che i tre ruoli sono di pieno spirito, rispettando il genere del film che è una sorta di satira documentaristica, perché in fondo tutto ciò che si vede sullo schermo è avvenuto nella vita vera. La scelta di Steven Soderbergh è assolutamente azzeccata: un argomento di grande spessore come lo scandalo finanziario del 2016, anche in chiave black comedy, ha necessità di grandi interpreti.

Panama Papers ha qualche sbavatura?

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I complimenti a Steven Soderberg, a cui piace sempre un po’ mettersi in difficoltà, vuoi per la scelta degli argomenti (vi ricordate Erin Brockovich – Forte come la verità e The Informer?) vuoi per la componente tecnica, sono d’obbligo, e bisogna dire che Panama Papers è un ottimo film sotto tutti i punti di vista. Primo tra tutti l’intenzione di non lasciar cadere nel dimenticatoio fatti di cronaca gravissimi, come quello del 2016; la regia è originale e ritmata, le interpretazioni magistrali. Se proprio si volesse spaccare il capello in quattro, allora si potrebbe parlare di una strana e fievole sensazione di incompletezza che lascia il film, soprattutto dal punto di vista delle dinamiche finanziarie che vengono toccate fugacemente, un po’ in sospeso. Fugace non vuol dire poco approfondito, ma il macabro fascino del connubio finanza e criminalità, avrebbe forse bisogno di più di 96 minuti per soddisfare lo spettatore più a digiuno di economia moderna. Quella del trattato finanziario non è di certo la direzione che voleva prendere Soderbergh, che come sempre ha il pregio di firmare opere personalissime che uniscono diversi linguaggi in modo del tutto originale.

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