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In giro c’è ancora parecchio disagio quando viene fuori il discorso stalker. Perché noi donne dovremmo essere grate se qualcuno ci dà attenzioni, perché è così romantico ricevere un mazzo di fiori, perché se qualcuno conosce un sacco di cose di noi allora vuol dire che davvero ci ama. Chi se ne importa se quelle attenzioni non le abbiamo mai chieste, se quei fiori ci mettono a disagio, se tutte quelle cose che qualcuno sa di noi ci fanno solo sentire spiate e vulnerabili. È lo stesso disagio che si prova quando, in una sala gremita di giornalisti, si ride di gusto alle profusioni amorose di uno squilibrato che ha passato gli ultimi due anni a spiare la donna dei suoi sogni. Oltre a una critica a certi istituti privati che trattengono i pazienti in osservazione finché l’assicurazione sanitaria non pagherà per il loro rilascio, Unsane, l’ultimo film di Steven Soderbergh parla anche di questo, di stalker. O almeno, questo è il pretesto narrativo che dà l’avvio all’azione e ne colora lo svolgimento.

Sawyer Valentini (Claire Foy), data analyst sicura di sé anche se sull’orlo di una crisi di nervi, si è da poco trasferita in una nuova città lasciando a Boston la madre e il precedente lavoro. Lo ha fatto per sfuggire al suo stalker, nonostante l’ordine restrittivo emesso nei suoi confronti. Credendo di aver bisogno di un aiuto specialistico, Sawyer firma involontariamente dei documenti che autorizzano l’istituto psichiatrico cui si è rivolta a detenerla inizialmente per ventiquattr’ore, estese poi a sette giorni per via del suo comportamento aggressivo. Incapace di accettare la realtà dei fatti e stressata ogni oltre dire dall’ambiente, la donna scorge tra gli infermieri il suo vecchio stalker, David, che adesso risponde al nome di George Shaw (Joshua Leonard). Il dubbio che sia tutto un’allucinazione si fa comunque strada in lei…       

Unsane: tra uno sperimentalismo visivo e una sceneggiatura scarsa

Unsane, Cinematographe.it

Completamente girato con un iPhone, Unsane potrebbe quasi sembrare un manifesto anti-cinema, un manifesto contro tutte quelle sofisticazioni a quanto pare ritenute superflue da Soderbergh e, al tempo stesso, un inno a un certo sperimentalismo indie. Ma se è indubbio che l’inusuale supporto filmico utilizzato aggiunga una certa patina cruda, granulosa e claustrofobia alla pellicola, è altrettanto evidente che un tale mezzo non sia pienamente all’altezza delle esigenze dell’ultima parte del film. Tutto sommato, resta piuttosto interessante vedere come l’utilizzo di uno smartphone si sposi abbastanza bene con un film di genere come questo, che forse sarebbe più a suo agio tre le proiezioni di mezzanotte di un cinema intimo che non in concorso a un festival internazionale.

Se quindi la fotografia apre a un possibile dibattito sui suoi orizzonti, è la sceneggiatura che mano a mano che il film procede tende a perdere di mordente fino a sfilacciarsi in un finale approssimativo e con qualche buco narrativo. Al netto dell’intera pellicola, le parti più riuscite sono indubbiamente quelle in cui si dipinge con una comicità mai troppo spinta il mondo surreale e coercitivo dell’istituto psichiatrico. Così tutti i personaggi che orbitano intorno a quel microcosmo – le infermiere, l’amministratrice, persino i dottori – collaborano alla creazione di un ambiente surreale e angosciante al tempo stesso.

Unsane: quando si perdono di vista le domande cui si doveva dare risposta

Su tutto, domina però la recitazione della Foy, che dimostra di trovarsi perfettamente a suo agio sia fuori dai confini di Buckingham Palace che dalle drammatiche storie d’amore come quella raccontata nel recente Breathe – Ogni tuo respiro. La sua è un’ottima performance, convincente in ogni inquadratura e mai forzata, neppure in quelle scene finali che, come si diceva prima, sembrano deragliare pericolosamente dai binari percorsi fino a quel momento. Da cupo thriller qual era all’inizio della narrazione, Unsane si trasforma via via in un horror la cui escalation di pura violenza è ciò che tiene desta l’attenzione dello spettatore.

Uno dei problemi principali del film è tuttavia quello di porre più domande di quante in effetti si riesce a dare una risposta. Se la trama parallela incentrata sull’imbroglio perpetrato dai centri di cura privati come quello in cui finisce vittima Sawyer raggiunge una sua conclusione soddisfacente, è invece la relazione di Sawyer con il suo stalker che, precipitando in un vortice di violenza cieca, viene totalmente ignorata dal punto di vista della legge lasciando sorprendentemente impuniti alcuni reati gravissimi su cui non sembra neanche aprirsi un’indagine.

Unsane dunque, più che un film che vuole offrire un suo punto di vista sul reato di stalker, è un film che si presenta al pubblico come un prodotto sperimentale, una pellicola che faccia parlare di sé per le scelte in controtendenza del suo regista, con ogni probabilità ormai definitivamente ritiratosi dal suo pensionamento volontario da cui era già uscito con il precedente Logan Lucky.            

             

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