cinematographe.it, Black Butterfly

Un romanziere in bolletta, Paul Lopez/Antonio Banderas, e un misterioso killer Jack/Jonathan Rhys Meyers si incontrano per caso e da lì i due intessono uno strano rapporto che vedrà un epilogo inaspettato; sono loro i due protagonisti di Black Butterfly, il thriller firmato da Brian Goodman, personaggi misteriosi, complessi, portatori di un germe folle. Black Butterfly è l’adattamento del (télé)film francese Papillon noir che porta sul piccolo schermo un thriller ambientato nel cuore della natura, uno scontro teso e rabbioso, un faccia a faccia che sembra non chetarsi mai.

Cinematographe.it, Black ButterflyBanderas dà corpo ad uno sceneggiatore alcolizzato, vittima del blocco dello scrittore, indebitato tanto da aver perso tutto – mentre fuori da quella casa, si cerca una donna di cui non si hanno più notizie -, che incontra uno sconosciuto misterioso che gli salva la vita in un bar. Lo scrittore vive in una casa isolata, sperduta tra le montagne, priva, ovviamente, di connessione telefonica e Internet; Marc Frydman e Justin Stanley scrivono un thriller che almeno all’inizio sembra semplice e che fa uso della suspense per tendere le fila di questa storia. Jack, che viene ospitato da Paul, mostra fin da subito un carattere ossessivo e violento e lo costringe a scrivere la loro storia, minacciandolo tra le mura di casa. Proprio a quel punto l’uomo si rende conto di avere ospitato un serial killer ma paradossalmente è il momento in cui ritrova l’ispirazione e comincia a lavorare. Nei primi minuti lo spettatore si chiede dove voglia andare a parare questo film e quindi si domanda: cosa capiterà al povero scrittore? cosa farà Paul per salvarsi da quel killer che fa di lui ciò che vuole? L’uomo sembra infatti aver un’indole pacifica mentre Jack sembra solo un violento fuori di testa.

Black Butterfly a questo punto cambia le carte e in un climax ascendente di violenza e tensione mostra un colpo di scena che stupisce. Quando anche l’agente immobiliare, Laura, che gli ha venduto la casa viene coinvolta nel sequestro, ecco che arriva il twist: la storia si rovescia, portando lo spettatore a chiedersi quale sia la realtà e quale la finzione, in un enigma di dubbi e ribaltamenti. Chi era vittima ora è carnefice e quindi Paul è in realtà uno squilibrato e Jack invece è un uomo qualunque che non ha mai ucciso nessuno. Il dubbio cresce sempre più: Paul sostiene che quelle sono solo storie, le sue storie per scrivere un romanzo avvincente e realistico; può essere vero?

Paul scrive storie, inanella colpi di scena su colpi di scena, crea personaggi e momenti, sa cosa fare per colpire. Può però mentire anche quando si aggira come un animale per la sua casa? Può mentire anche con gli occhi iniettati di sangue?

Jack che si è presentato come un pazzo può essere solo uno che in passato ha sbagliato? O anzi addirittura un poliziotto?

È solo una storia

così si dice nel film. Può sembrare banale ma è questo il pilastro su cui dovrebbe costruirsi l’intera pellicola, ciò su cui dovrebbe ruotare il film: il discorso meta-cinematografico sul binomio realtà e finzione. Si esplora la mente di Paul, si mostra come viene costruita una trama e come ci possono essere vari finali possibili, usando come perni due uomini che vivono al limite. Per questo il film pensa a due finali che disturbano e non soddisfano a pieno chi guarda: se il primo scioglimento conserva ancora un suo senso – un ribaltamento dei ruoli -, il secondo appare fin troppo radicale – Jack è un poliziotto come Laura mentre Paul è un assassino, lo interrogano per avere notizie.

CInematographe.it, Black ButterflyUn po’ Misery non deve morire un po’ Shining di Stephen King, Black Butterfly è un racconto fatto di stereotipi e di luoghi comuni tipici del genere – infatti sa a tratti di già visto, di qualcosa di digerito, assorbito, poi ricostruito e composto -, si mostra come un gioco di specchi, una sorta di mise en abyme che cerca di sovvertire le certezze e le credenze. Black Butterfly, anche per questo, lascia perplessi, non tanto per il meccanismo prescelto, molte volte usato nel cinema ma quanto perché sembra naufragare come se non avesse delle solide basi. Lo spettatore si perde in questo marasma narrativo a causa del doppio finale. Se il film sembra dire che ogni storia può concludersi in tanti modi diversi, più o meno inaspettati, più o meno plausibili, più o meno banali c’è qualcosa che non torna e alla fine si sente dell’amaro in bocca. La pellicola vuole dire che una trama può prendere varie strade ma non riesce nell’intento e si cade miseramente.

cinematographe.it, Black ButterflyDopo questi due finali troviamo Paul, sul divano, mentre su un foglio battuto a macchina troneggiano delle parole ripetute come un mantra, “I’m a stuck”, rappresentazione dello stato in cui l’uomo si trovava, senza parole, senza idee, senza storie da raccontare. Ora, di fronte alla sua “arma”, lo scrittore ricomincia a creare, le mani scorrono sui tasti della macchina da scrivere e su un altro foglio bianco ci sono due parole che danno inizio ad una nuova storia: Black Butterfly – parole tatuate sul corpo di Jack. Ancora dei dubbi si affollano nella mente dello spettatore: Paul ha solo sognato? Quel libro sarà il racconto di qualcosa che gli è capitato? Paul chi è davvero? Forse sono domande che non avranno mai una risposta certa perché il film sceglie di chiudersi così e di dare al pubblico la possibilità di farsi una sua idea. 

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