C'era una volta a... Hollywood cinematographe.it

Non ci sarà più il grande cinema del passato, ma quello di Quentin Tarantino si rivela ancora una volta gigante. Il regista e sceneggiatore lo dimostra con il suo ultimo film, ritratto nostalgico e revisionista nell’America del 1969, dove star, musica e tragedia si mescolano insieme per prendere forma originale in C’era una volta…a Hollywood. Dopo il passaggio allo scorso Festival di Cannes, il nono film di Tarantino arriva nelle nostre sale il 18 settembre e sono Tarantino stesso, insieme alle sue stelle Leonardo DiCaprio e Margot Robbie, a parlarci dell’opera, tra cinema come artigianato, film anni ‘60 e maestri da cui prendere esempio.

Rick Dalton è un attore che vede davanti a sé il tramonto della propria carriera. Una sensibilità che tu, Leonardo DiCaprio, restituisci in una di quelle che, probabilmente, rimarrà tra le tue migliori performance di sempre. Come hai lavorato con questo bagaglio di sensazioni?

Leonardo DiCaprio: “La sceneggiatura era brillante fin proprio dall’inizio, con questo bel rapporto tra il mio personaggio, quello di un attore, e il suo stunt (interpretato da Brad Pitt). C’è poi tutto il discorso sulla cultura hollywoodiana che va cambiando, così come poi è mutata l’industria. Si cerca di sopravvivere, di restare vivi in questo circolo, e il film affronta l’argomento in maniera semplice, affrontando pochi giorni di vita di questo protagonista. Con Quentin abbiamo pensato di mostrarne la vera anima. Il mio è un personaggio per nulla felice, quindi era importante immaginare momenti particolari nel film poiché potessero venirne fuori i veri sentimenti, la vera natura. Forse è anche un po’ bipolare, sicuramente è angosciato, pensa che la sua vita ormai sia inutile.” 

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Leonardo DiCaprio: “C’era una volta a… Hollywood ci ha permesso di far rivivere un’era dalla quale sono emersi i registi e gli attori migliori della storia del cinema”

Certo che se il tuo protagonista è al declino della sua carriera, lo stesso non può dirsi per te. Senti una certa responsabilità ad essere una sorta di ispirazione per dei grandi maestri come Quentin Tarantino o Martin Scorsese?

L.D.C.: “Mi sento intimidito dalla parola responsabilità. Ho sempre amato il cinema, andavo in sala fin da giovanissimo e, quando talvolta dei giovani vengono da me rivelandomi che vogliono diventare attori, tutto quello che ho da consigliargli è di vedere più film possibili e cercare di crescere attraverso i propri eroi. Perché proprio inseguendo le loro orme puoi riuscire a migliorarti. Il cinema, soprattutto quello antecedente, era formato da una massa di persone e bisogna essere uniti il più possibile per creare insieme qualcosa di bello. È tramite tutto questo che ho formato la mia personalità ed è con questa che ragiono, per pensare con chi lavorare per potermi migliorare sempre di più. Penso a chi può rendere realtà una sceneggiatura in cui voglio recitare, a chi mi dirigerà in maniera adatta in quel ruolo, a chi saprà mettermi in condizione di entrare in contatto con il pubblico. È un dono raro e, la maggior parte delle volte, dipende proprio dal regista.”

Hollywood, 1969. Come è stato immergersi in un momento storico così lontano da quello vissuto da voi attori, con tutto il suo portato di film, tv e intrattenimento?

L.D.C.: “È stato affascinante. Il 1969 è stato davvero un anno peculiare. Mentre mi preparavo al film sono andato su Google e ho cercato tutti gli eventi avvenuti in quel periodo, tutti i film usciti quell’anno. E guardando bene è davvero una delle grandi chiavi di volta della storia americana e del cinema americano. Questo ci ha permesso di far riemergere un’era, da cui sono usciti i registi e i film più grandi.” 

Margot Robbie: “Sotto tanti punti di vista sono felicissima di lavorare adesso, in quanto periodo storico, in questo ambiente in quanto donna, però già in quegli anni stavano nascendo dei movimenti che avrebbero portato a dei cambiamenti. I film degli anni Sessanta e Settanta li amo moltissimo, si avverte il forte cambiamento che Hollywood stava attraversando e che credo, in qualche modo, stia avvenendo anche adesso.” 

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E cosa ha significato, invece, viverli come regista?

Quentin Tarantino: “Molte cose avvenute in quegli anni io le ho viste con i miei occhi, così come molti film. In più in quel periodo i film restavano in sala anche per un intero anno, quindi era facile riuscire a recuperarli. Ad esempio, The Wrecking Crew (in Italia Missione compiuta stop. Bacioni Matt Helm) l’ho visto in quegli anni. Conoscevo già Dean Martin perché ero un suo fan, insieme a Jerry Lewis. Quando vidi Sharon Tate nel film la trovai estremamente divertente. Era davvero una donna buffa, faceva tante cose che sapevano far ridere. Era una di quelle ragazze carine che, anche quando cadeva, rimaneva sempre affascinante. Ricordo che al cinema in cui lo vidi impazzimmo tutti a fine film e questa suggestione in parte l’ho messa nella scrittura per il ruolo di Margot. Poi The Wrecking Crew è un film fantastico. Non di un grandissimo regista o uno dei migliori di sempre, ma devo dire che mi piace un sacco.”

Invece tu, Margot, sei al centro della scena forse più rappresentativa di tutto C’era una volta…a Hollywood, quella che ti vede protagonista dentro alla sala cinematografica, mentre la tua Sharon Tate osserva la sua performance in The Wrecking Crew. Cosa puoi dirci in più su quella sequenza?

M.R.: “Il giorno in cui l’abbiamo girata Quentin mi ha raccontato di un episodio simile di cui è stato protagonista, quando una volta decise di andare al cinema e chiese di entrare gratis in sala visto che lui era il regista del film che stavano proiettando. Sono questi ricordi di Quentin a rendere il film molto personale. Nel 1969 non ero ancora nata, ma ha scritto una storia in cui mi sono sentita totalmente immersa. Dalla musica alla radio ai dettagli che vedevi per la strada. Una specificità che è un vero regalo per un’attrice. In un mondo sempre più tecnologico, c’è ormai ben poco spazio per la fantasia, ma Quentin gira riuscendo a rendere ogni sequenza una vera e propria esperienza, come se fossimo immersi veramente in quel periodo storico. Non so se mi ricapiterà mai di provare la medesima sensazione su di un set.”

Quentin Tarantino e C’era un volta a… Hollywood: “Non voglio fare il vecchio rincoglionito, ma con il digitale stiamo perdendo qualcosa che non ci sarà più.”

E come è stato ritrovarsi non solo immersi nel ’69, ma far parte proprio di prodotti ispirati a quel tempo o, magari, reali, come La grande fuga di John Sturges?

L.D.C.: “Essere, anche solo per fantasia, ne La grande fuga è uno dei privilegi della nostra professione, il poter entrare in contatto con fatti ed eventi che non sono aperti a tutti. Quentin è un cinefilo incredibile e conosce benissimo anche la tv e la musica. Grazie a lui sono entrato nello spirito dei telefilm western in stile anni Cinquanta. Rispetta molto questa categoria e ama e conosce tutti i capolavori del genere. Ha rispetto per gli attori del passato, per quelle opere hanno fatto la storia, che ormai la maggior parte del pubblico neanche riconosce. Quentin si porta dietro un carico di passione, ricerca, cose andate dimenticate e che sono, però, alla base.”

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Anche una Hollywood, come è già uscito dalle vostre risposte, molto diversa rispetto a quella di oggi. Quale pensate sia il cambiamento più sostanzioso tra ieri e oggi?

Q.T.: “Per me il cinema è già molto diverso ora rispetto a quello degli anni Novanta, quindi se mi chiedete di fare un paragone con quello del 1969 non ne ho idea. Quando mi viene fatta una domanda come questa penso sempre, come prima cosa, al fatto che i vecchi tempi, nel cinema, sono già il 1990 o il 2000. Prima la gente si impegnava a creare i set, non si realizzava tutto in post-produzione. Ci son dei film della storia del cinema che hanno dei set meravigliosi. Si trattava davvero della creazione di nuovi mondi, di luoghi completamente innalzati da zero. Le sequenze venivano eseguite fisicamente. Costava molto, ma lo facevano. Adesso neanche le grandi produzioni lo fanno più e sento che abbiamo perso un grande patrimonio per ciò che riguarda il cinema, le immagini e il lavoro di artigianato. È un pericolo enorme. Non voglio fare il vecchio rincoglionito, qui si tratta di un discorso diverso. Oggi rischiamo di perdere il valore delle cose. Certo, il digitale può fare di tutto, ma sono le persone a saper gestire i film a più livelli e a far uscire da essi qualcosa di fantastico. Con il digitale tutto questo cambia.”

Il film in America sta avendo un successo assoluto al botteghino, è uno degli incassi più alti per un tuo lavoro. Pensi che l’effetto nostalgia abbia influito molto sulla decisione del pubblico di recarsi al cinema?

Q.T.: “Credo sia uno degli elementi che interessano del film, ma qui si parla anche di un gran cast e di un film piuttosto unico. Poi dietro c’è assolutamente una buona capacità di fare marketing, per come viene promosso e venduto il film.”

Quentin Tarantino su C’era una volta a… Hollywood: “Fa parte di una trilogia”

Dopo aver concluso la Seconda Guerra Mondiale un anno prima e dopo aver rimaneggiato il passato del 1969, pensi ci sarà una terza riscrittura del passato nella tua filmografia? 

Q.T.:Credo che C’era una volta…a Hollywood sia già il terzo film di una trilogia. C’e Bastardi senza gloria, poi Django Unchained e ora questo.”

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Quentin, è una domanda un po’ di rito, soprattutto visto che ti trovi qui in Italia. Qual è il tuo rapporto con questo cinema, che sappiamo diverso rispetto ad una semplice passione per i grande del passato più canonici, come De Sica o Fellini?

Q.T.: “Amo i film di genere. Sono appassionato di B movie. Ho sempre amato il modo in cui gli italiani hanno sviluppato il tema dello spaghetti western o quello della commedia all’italiana, anche il genere cappa e spada o il poliziesco. Il loro western italiano ha come ispirazione gli western degli anni Cinquanta. Ma li hanno reinventati per un pubblico nuovo, per un mercato nuovo ed è stato pazzesco perché permettevano di vedere le cose con nuovi occhi. Corbucci, Leone, sono stati tutti prima critici, poi sceneggiatori, poi nella seconda unità, poi aiuto registi. E, infine, da appassionati sono diventati registi. È per questo che il cinema di genere è appetibile per i cinefili. Mi piace la qualità lirica dove tutto è un po’ surreale, sopra le righe, ed è un’atmosfera nata in quelle storie. Il primo libro di spaghetti western che ho letto era di un autore inglese e si intitolava Spaghetti western – L’opera della violenza. Io su quell’opera della violenza ho cercato di creare la mia carriera.”

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