dolor y gloria, cinematographe

Un fiume, delle donne che cantano, un bambino sulla schiena della sua mamma. Un’immagine evocativa quella con cui si apre Dolor y gloria, film di un Pedro Almodóvar ritrovato, che concepisce l’opera come summa di un lavoro e di una vita trascorsa, assimilata, rimaneggiata e proiettata su di uno schermo bianco. “Il cinema della mia infanzia sapeva di pipì. Di gelsomino. E di brezza d’estate.”. Sono i ricordi del protagonista, di un regista che negli occhi tristi di Antonio Banderas trova la stanchezza ideale per esprimere un’esistenza divisa e compenetrata tra fare arte e vivere l’arte, che nel suo film più sperimentale l’autore sembra suddividere idealmente in blocchi e che, a modo di flusso vitale, si condizionano e sovrappongono a vicenda.

È, infatti, dalla memoria che il film parte, per svilupparla poi nel suo proseguire e ritornare con prepotenza sul finale di una storia che, partita da uno solo, diventerà presto di tutti. Come quella fotografia quotidiana delle donne che lavano i panni, con l’acqua che da sempre è rinascita e celebrazione del ricordo, Almodóvar inquadra la provenienza umile del suo protagonista, la genuinità di un paese lontano dal lusso urbano, che si alimentava a contatto con la terra, con gli elementi primi. Naturali come il talento di Salvador, la sua predisposizione al canto, ma anche alla cultura, alla scoperta, alla conoscenza. L’attitudine per un futuro che lo avrebbe condotto lontano dalla grotta che gli faceva da casa, ma da cui si poteva comunque osservare il cielo.

La memoria, l’infanzia e quel bambino che ritorna in Dolor y gloriadolor y gloria, cinematographe

Il filo del Salvador bambino, torna con insistenza nella prima parte di Dolor y gloria, per poi attenuarsi nella sua centralità narrativa quando a sopraggiungere sono i dolori, le droghe, i rancori di una carriera momentaneamente fermata. Ma il ritratto che Salvador ha di sé e di cui gli spettatori entrano a conoscenza attraverso le rimembranze del personaggio, ha il sapore di un racconto che proviene direttamente dal suo regista. Non quello fittizio, bensì quello reale, dietro la macchina da presa e dentro il testo da mettere in scena. Ricordi che provengono da Pedro Almodóvar e che sono legati – e legano allo stesso tempo – la concezione di crescita alla capacità allusiva del cinema, che torna, ritorna, viene spiegata e invocata, e che nel giovanissimo Salvador passa anche dal canto durante gli anni di studio, fino all’insegnamento amatoriale della scrittura e della lettura al muratore del suo paese.

Dolor y Gloria: il trailer ufficiale italiano del nuovo film di Pedro Almodóvar

L’esplorazione di un passato che vuole risvegliare il protagonista, si cristallizza perciò nel secondo blocco narrativo di Doloy y gloria, che si prefigge di delineare la sofferenza fisica del personaggio, la quale gli impedisce, così, di poter mettersi nuovamente alla prova. E quando la tua vita è il cinema e non puoi più dirigere, nulla ha più senso. Salvador cerca rifugio e solo la droga, come ricovero dai dolori della carne che lo posseggono, sembra dargli minima pace. Ma la dipendenza per il protagonista è un’altra, è quell’arte che, non potendo attuarsi nel presente, Salvador rivive nel passato. Così, il protagonista, si riavvicina al quell’attore che ha detestato per troppo tempo, che ha rovinato il suo film trent’anni prima, ma che oggi gli sembra più azzeccato che mai.

Il dolore fisico, il dolore interiore, il dolore di non poter salvare chi amidolor y gloria, cinematographe

Nel bel mezzo di Dolor y gloria Pedro Almodóvar va, dunque, mischiando più elementi eppure tutti riconducibili ad un unico fattore, il primo e solo per Salvador. La settima arte. Ancora una volta, ancora di più. Nel dover ripresentare al pubblico un’opera degli anni precedenti, nell’ansia di non poter più girare qualcosa di originale, Salvador affronta il freno che gli impedisce di agire liberamente e decide di distaccarsi da tutto. Da quello che ha girato, non presentandosi al dibattito con il pubblico. Da quello che ha scritto e di cui non vuole prendere il merito e che finisce per mettere in scena proprio quell’attore che aveva odiato. Afferma Almodóvar:

Se devo calcolare quanto tasso di autobiografia c’è in Dolor y gloria posso dire che si tratta del 40%, ma per quello che riguarda un livello più profondo, si tratta del 100%.

Mentre è interamente Salvador quello che il personaggio mette nel suo testo La dipendenza, portato a teatro dall’interprete Alberto e che ha ricondotto, il caso ha voluto, il vecchio amore del regista fino alla sua porta. E nel ripercorrere la movida di Madrid, delle pazzie di una città che ti trasforma se non si ha la forza di resisterle, Salvador mette in parole i sentimenti che Alberto ripete sul palcoscenico, e che giungono alle orecchie di quel Federico il quale, quasi quanto il cinema, ha condizionato la vita del protagonista fin dal loro incontro.

L’amore diventa, dunque, fulcro di un film che, nel suo cuore, nel suo essere giunto a metà strada e leggermente oltre, ripercorre un’altra tappa fondamentale nella formazione come uomo e come artista del personaggio principale. Anche questa, come il cinema, mai mostrata, solo ascoltata e, così, immaginata. Perché dopo il periodo dell’infanzia, è l’amore la cosa che ti cambia di più, che fa fare quel salto di paradigma da cui è impossibile tornare indietro. Secondo punto cruciale della vita di Salvador e secondo istante di importanza indiscussa per Dolor y gloria, che raggiunge così il suo terzo e ultimo blocco narrativo, con una convinzione dolorosa quanto il male fisico: “L’amore non basta a salvare chi ami.”.

Le due madri di Salvador/Pedro Almodóvarin Dolor y gloriadolor y gloria, cinematographe

E, così, arriva la madre. Presente da sempre, dal primo momento, ma più reale nella terza parte del film, più autentica perché entrata a far parte del mondo di Salvador che, per tutta la pellicola, abbiamo imparato a conoscere meglio, quello della depressione e della mancanza di fiducia. Una figura materna che Almodóvar ha sempre reiterato nella sua filmografia e che, come per la significativa importanza di Antonio Banderas nel ruolo di Salvador Mallo, ha il medesimo senso semantico nell’aver fatto indossare i vestiti smunti e stropicciati della madre dalla sua musa, Penelope Cruz. Interpretazione a doppio livello: quello che per tutto il film ci viene mostrato, una reminiscenza dell’infanzia e una donna tipicamente spagnola, tipicamente incentrata sull’integrità del figlio. E quello che, all’ultima inquadratura, ci viene presentato come uno scarto rispetto a tutto quello che fino a quell’istante avevamo creduto reale. Salvador sta rimettendo in scena la vita trascorsa da piccolo, il lavaggio dei vestiti nell’acqua, il trasferimento da un paese all’altro, fino alla grande città.

Il finale si sovrappone in un gioco che Dolor y gloria ha perseguito per tutto il suo realizzarsi. Come Pedro Almodóvar riprende quel ricordo, così anche Salvador replica il gesto, in un cortocircuito testuale e di concezione che stupisce per la sua limpidezza e la sua poeticità. La vecchia madre, che vuole morire nel suo letto, nel suo paese, si contrappone con la giovinezza lavoratrice eppure rigogliosa della più giovane Cruz. Una donna, quella avanti con l’età, arrivata ai suoi ultimi giorni, con cui chiarirsi e a cui chiedere scusa per l’ultima volta; un rapporto difficile, ma di cui Salvador non avrebbe mai potuto fare a meno. E, sui due piani del racconto, è in uno solo che si incontrano le madri di Salvador: nel cinema, quello in cui la vecchia madre non voleva comparire, mentre la nuova, Penelope Cruz, ne riveste i panni.

Un continuo rimando a ciò che è reale e ciò che è immaginazione, come l’arte influenza la vita e come, a sua volta, la vita non può che influenzare l’arte. Pedro Almodóvar penetra nel contenuto e così fanno anche i suoi attori, per un quadro, per un’esistenza che non è mai stata stata più vera come quando la si propone al cinema.

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