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Wind River è un film thriller del 2017, diretto da Taylor Sheridan (noto per le sceneggiature di Sicario e Hell or High Water) e interpretato da Jeremy Renner ed Elizabeth Olsen, nuovamente fianco a fianco dopo la comune esperienza nel Marvel Cinematic Universe, rispettivamente nei panni di Occhio di Falco e Scarlet Witch. Dopo le presentazioni al Sundance Film Festival e a Cannes, dove ha conquistato il premio per la migliore regia della sezione Un Certain Regard, Wind River è stato inserito nella sezione festa mobile della trentacinquesima edizione del Torino Film Festival. Il film verrà distribuito nelle sale nostrane da Leone Film Group.

Wind River

Nella riserva indiana di Wind River, in Wyoming, lo scaltro cacciatore Cory Lambert (Jeremy Renner) trova fortuitamente nella neve il cadavere di una ragazza del posto, prima stuprata poi deceduta a causa di un’emorragia polmonare dovuta al gelo. A sostegno dello scarso numero di agenti locali, l’FBI invia sul posto la giovane agente Jane Banner (Elizabeth Olsen), impreparata al clima del posto e inconsapevole della difficile convivenza fra americani e indiani. Cory accetta di affiancare Jane, avventurandosi nei più oscuri anfratti di una terra di tutti e di nessuno e scavando nel suo doloroso recente passato.

Wind River: un thriller sulla neve che sfocia in un western cupo e crudo

Wind River

Wind River è il terzo capitolo di quella che possiamo considerare un’ideale trilogia sulla frontiera americana moderna a opera di Taylor Sheridan, cominciata con Sicario e proseguita con Hell or High Water. Stavolta non ci troviamo né in Arizona né in Texas, ma nel gelido Wyoming, ricoperto da una neve che nasconde vegetazione, segreti e ricordi, ma non la tensione e la guerra silenziosa fra il cuore pulsante della provincia americana più grezza e chiusa e i discendenti dei nativi americani, fortemente legati alle loro origini e alle loro tradizioni. Una terra in cui i lupi non uccidono i cervi sfortunati, uccidono i cervi deboli, come sottolinea uno dei tanti dialoghi illuminanti del film, fatta di donne che scompaiono nel nulla, uomini distrutti dalla solitudine e di una società afflitta dalla desolazione e dallo sconforto, ben lontana dalla modernità e dall’apertura mentale delle grandi metropoli.

Anche se Wind River è formalmente classificabile come thriller, con un misterioso omicidio  a fare da motore e baricentro del racconto, Taylor Sheridan mette in realtà in scena una pellicola che utilizza stilemi e dinamiche tipiche del western, con le distese innevate del Wyoming a sostituire i paesaggi della Monument Valley e le altre location tipiche di questo glorioso genere, ma con la stessa tensione narrativa e la medesima progressione drammatica, generata dal dolore represso e dai conflitti insiti in una terra di frontiera. Il regista sfrutta abilmente il suo ottimo lavoro in fase di sceneggiatura, densa di tematiche profonde come l’accettazione del lutto, la voglia di rivalsa e vendetta, la solitudine e la naturale tendenza umana alla violenza e alla sopraffazione, e impreziosita da dialoghi incisivi e taglienti, incentrati sui concetti di identità, territorio e istinti primordiali.

Wind River: una lucida e amara riflessione sulla realtà delle terre di confine degli Stati Uniti

In un mondo sempre più tecnologico e urbanizzato, Wind River ci riconnette con una natura ostile e spietata, dove il candore della neve si mescola indissolubilmente con il rosso del sangue e in cui anche le più brevi distanze sono colme di insidie e diventano ostacoli da superare o abbattere. Una natura selvaggia e austera, in cui a prevalere sono le persone dotate del maggiore spirito di adattamento e della più forte volontà di combattere e di non arrendersi. Una natura in cui le insidie non sono solo il gelo e i lupi affamati, ma anche e soprattutto i contrasti fra nativi indiani e americani che si tramandano da secoli e la colpevole omertà delle istituzioni, incapaci o disinteressate a favorire delle reali politiche di integrazione e in grado solamente di affidarsi a una giustizia sommaria e parziale.

Poco importa quindi che la trama di Wind River viaggi su binari ampiamente rodati e gli snodi principali del racconto risultino ampiamente prevedibili, perché lo scopo di Taylor Sheridan non è quello di sorprendere o creare colpi di scena a se stanti, ma di affiancare ad atmosfere cupe e torbide e a una storia di dolore e alienazione una lucida e amara riflessione sulla realtà delle terre di confine degli Stati Uniti, poco celebrate dall’informazione e dal cinematografo, ma comunque presenti, con tutte le loro difficoltà e i retaggi di un difficile passato impossibili da mettere a tacere. Il risultato è una pellicola attraversata da un clima di palpabile tensione, che con un occhio al cinema di Sam Peckinpah e Sergio Corbucci dirompe in improvvise esplosioni di violenza, di grande forza visiva e dal forte impatto psicologico.

Wind River: un film di rara durezza e solidità

Wind River si rivela un ingranaggio ben congegnato e oliato in tutte le sue componenti, dalla gelida fotografia di Ben Richardson alle coinvolgenti ed evocative musiche di Nick CaveWarren Ellis. Un doveroso plauso anche al reparto attoriale, con Jeremy Renner che continua a dimostrare le sue abilità drammatiche anche al di fuori del Marvel Cinematic Universe, dando vita al ritratto di un uomo indelebilmente segnato dal lutto e dal dolore, ma capace di incanalare tutta l’energia negativa nella caccia alle minacce della comunità. Buona anche la prova di una Elizabeth Olsen più espressiva del solito, abile a rendere il percorso narrativo del suo personaggio e la sua crescente empatia con la vicenda e con il territorio.

Wind River

In conclusione, Wind River è un film di rara durezza e solidità, che evita il didascalismo e le soluzioni narrative più comode per puntare sull’introspezione psicologica dei protagonisti e su una violenza mai ostentata e sempre funzionale al racconto. Un cinema che si addentra nel genere, piegandolo alla propria volontà e restituendoci una severa critica sociale, che trova il proprio apice nelle ultime sequenze, perfette nell’integrare con ulteriori dettagli la difficile situazione delle riserve indiane e le contraddizioni di un America ancora condizionata da troppi confini e muri, fisici e mentali.