ARRIVAL

Dopo aver stupito prima con Prisoners (2013), poi con Sicario (2015), Denis Villeneuve si conferma uno dei registi più convincenti del panorama cinematografico mondiale con Arrival, sorprendente dramma fantascientifico con protagonisti Amy Adams e Jeremy Renner presentato in anteprima mondiale nel corso della 73ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia. Il regista canadese parte da uno spunto già trito e ritrito, cioè quello di un improvviso sbarco alieno sulla Terra, per tessere una trama profonda e complessa, prendendosi tutto il tempo necessario per schiuderne tutti i segreti e i risvolti.

Venezia 73 – Arrival: recensione del film di Denis Villeneuve

Arrival

Il mondo viene improvvisamente scosso dall’arrivo simultaneo di dodici misteriose navicelle aliene, dalla forma che ricorda quella di un uovo, dislocate in dodici città del mondo apparentemente casuali. Queste entità non sembrano avere intenzioni bellicose, ma si esprimono esclusivamente con una serie di suoni e rumori incomprensibili agli umani. Per cercare di mettersi in contatto con gli alieni, il Colonnello Weber (Forest Whitaker) preleva la linguista e interprete di fama mondiale Louise Banks (Amy Adams), che dovrà cooperare con lo scienziato Ian Donnelly (Jeremy Renner) per cercare di capire il motivo della presenza sulla Terra di queste misteriose e inquietanti creature.

Arrival si inserisce nella tradizione del cinema di fantascienza rigorosa e matura, centrando l’obbiettivo di intrattenere lo spettatore

Con il suo intuito e la sua professionalità, Louise deve cercare di instaurare una comunicazione semplice e basilare con gli alieni, che si esprimono in modi e sintassi sconosciute ai terrestri, vincendo la diffidenza, la fretta e l’aggressività di molte delle alte cariche militari e politiche.

Arrival si inserisce nella tradizione del cinema di fantascienza rigorosa e matura, centrando l’obbiettivo di intrattenere lo spettatore nella ricerca della soluzione a un mistero apparentemente inspiegabile e di commuoverlo con un dramma familiare che solo nella parte finale rivela tutti i suoi stupefacenti risvolti.

Evitando di spettacolarizzare il racconto e mostrando nulla di più di quanto necessario, Denis Villeneuve riesce a mantenere sempre alta l’attenzione

ARRIVAL

Le entità aliene di Arrival non sono paurose e spettacolari come le astronavi di Independence Day o i tripodi de La Guerra dei mondi, nè criptiche come il monolito di 2001: Odissea nello spazio o le creature che si mettono in contatto con i protagonisti di Interstellar, ma riescono a coinvolgere e affascinare in una storia che solo superficialmente si evolve in maniera lenta e prolissa, ma che a uno sguardo più attento rivela invece un messaggio più complesso e profondo, basato sulla necessità di cooperazione e dialogo fra gli esseri umani di diverse etnie, religioni e coscienze. La comunicazione diventa così non uno strumento, ma il fine con cui poter comprendere e comprendersi all’insegna di una collaborazione pacifica e costruttiva.

Le entità aliene di Arrival non sono paurose e spettacolari come le astronavi di Independence Day o i tripodi de La Guerra dei mondi

Evitando di spettacolarizzare il racconto e mostrando nulla di più di quanto necessario, Denis Villeneuve riesce a mantenere sempre alta l’attenzione dello spettatore, anche quando il racconto si porta su territori potenzialmente pericolosi come i salti avanti e indietro nel tempo, facendolo contemporaneamente empatizzare con il dramma emotivo della protagonista. Costretta a rinunciare alla propria abbagliante sensualità, Amy Adams centra una prova di grande sostanza e solidità, rendendo perfettamente il conflitto interiore di Louise Banks, stretta fra la voglia di compiere la propria missione nel migliore dei modi, la rigidità mentale dei militati e i postumi della sua difficile storia personale.

A passare in secondo piano è invece la performance di Jeremy Renner, penalizzato da un personaggio del cui passato viene volutamente rivelato poco o nulla. Solita prova efficace e di impatto anche per il premio Oscar Forest Whitaker, in un ruolo secondario ma comunque importante per l’economia del film. Sarebbe inoltre ingiusto non sottolineare i fondamentali apporti di Jóhann Jóhannsson, autore delle ottime musiche che accompagnano discretamente l’azione, e del direttore della fotografia Bradford Young, che attraverso l’utilizzo di toni grigi, ombre e nebbia centra una rappresentazione delle misteriose creature aliene destinata a diventare un piccolo classico del genere.

Con Arrival, Venezia 73 regala un altro film pregevole, che si appropria di archetipi del genere fantascientifico

Con Arrival, Venezia 73 regala un altro film pregevole, che si appropria di archetipi del genere fantascientifico come la minaccia aliena e i paradossi temporali per parlare dei difetti e delle contraddizioni del genere umano, sempre troppo preso dalla frenesia e dalla paura del prossimo e del diverso per cogliere la possibilità di un’integrazione e di una comunicazione che possa migliorare la sua condizione.

Un film destinato probabilmente a essere snobbato dai giurati dei premi più prestigiosi del cinema mondiale, da sempre restii a concedere riconoscimenti al cinema di genere, ma che troverà invece grande sostegno da parte del pubblico in cerca di una fantascienza intelligente e ragionata, che, a differenza dei chiassosi e ridondanti blockbuster sci-fi a cui siamo purtroppo abituati sa trovare la propria forza anche nei silenzi, nei sussurri e nella voglia di comunicazione in qualsiasi sua forma.

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