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“L’arte non esisterebbe senza la critica”. È così che si apre The Burnt Orange Heresy ed è con questo film che si chiude la 76esima edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Per il gran finale, un ospite d’eccezione. Inaspettato, visto i suoi trascorsi, con una sola opera all’attivo girata ben dieci anni fa e una serie di regie in serie tv e svariati videoclip. Per affrontare il suo secondo battesimo del fuoco, Giuseppe Capotondi chiama a rapporto Elizabeth Debicki, Mick Jagger e Claes Bang, affidandosi alla sceneggiatura di Scott Smith e addentrandosi nei territori falsificatori e interpretativi dell’arte.

Con il suo The Burnt Orange Heresy, il cineasta italiano respira vagamente le atmosfere che furono del connazionale Giuseppe Tornatore, che con la sua Migliore offerta riportava il mondo del collezionismo e della mania dell’arte, scegliendo però di spostarne il mirino, pur mantenendo un occhio altrettanto feroce e insinuante. Sembrano sempre gli istinti più infimi, infatti, a spingere verso la creazione di un mondo fatto di miti mai definiti pienamente, dove le pennellate si sovrappongono per nascondere i segreti nascosti sotto la superficie, che potrebbero rimanere taciuti in eterno. Critica d’arte che si discosta, anche, dalla meno riuscita satira horror di Velvet Buzzsaw, dipingendone un quadro i cui colori tentato di suscitare le sfumature dell’ambizione, fondendo nella figura dell’artista il cuore stesso, ma anche lo strumento da superare per rendere l’arte universale.

The Burnt Orange Heresy: dall’interpretazione alla diffusione, l’arte secondo la critica

È, in fondo, lo scopo primario dello storico, se non della critica stessa: ricercare il dettaglio, analizzarlo, per poi svuotarlo del proprio significato e decodificarlo nuovamente per raggiungere l’osservatore. È la suggestione dei ritratti, dei dipinti, dei quadri a collegare il mondo con i grandi nomi dell’arte, ma è sempre attraverso la riflessione che passa il loro valore; nelle parole utilizzate per descriverle, nell’illusione di trovarsi di fronte a un altro, profondo, importantissimo capolavoro, creando facciate su facciate e rendendo la traduzione stessa dell’operato il vero scopo ultimo della loro esistenza.

the burnt orange heresy, cinematographe.it

È il mistero dell’arte a muovere i filamenti di The Burnt Orange Heresy, senza svelarsi mai completamente, persistendo nella volontà di mantenere la menzogna come unico punto certo, e lasciando all’enigma l’onore di tratteggiare il racconto. Un’artisticità che avrebbe forse dovuto rispecchiarsi maggiormente nella cornice della fotografia di David Ungaro e nella regia di Giuseppe Capotondi, che scivolano in una sorta di copertina televisiva, che depotenzia l’effetto complessivo della narrazione, che avrebbe potuto giocare di più con la propria vicinanza all’universo delle linee, delle forme e delle luci.

The Burnt Orange Heresy: sempre riconoscere i falsi d’arte

Se, però, il lavoro di Capotondi pecca sotto le riprese fluenti degli esterni e quelle più intimidite degli interni, il suo lavoro con gli attori permette agli interpreti di rimbalzare da verità a finzione, sincerità e mascherata, fomentando continue crepe tra i personaggi e svelandone gradualmente le personalità, molteplici e a volte crudelmente vuote, come opere che hanno o meno superato la prova del tempo. Un Mick Jagger che è la perla di un cast di levatura internazionale, che ricollega Claes Bang alla sfera di The Square, conferma la crescita continua di Elizabeth Debicki e offre un Donald Sutherland di una calibratura commovente.

Una visione intrigante, che nonostante i chiari/scuri di una storia che non rasenta la perfezione, si lascia inseguire nei particolari da scrutare con la lente di ingrandimento, cercando di comprendere come diffidare dai falsi in cui troppo spesso ci imbattiamo e rivelandosi, in fondo, un’originale di cui riconoscere la portata.

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