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Dopo un remake (Non aprite quella porta), due cine-comics (300 e Watchman) e un film d’animazione tratto da una saga letteraria fantasy (Il Regno di Ga’Hoole – La leggenda dei guardiani), per Zack Snyder era giunto il momento di misurarsi con qualcosa che fosse farina del suo sacco. Per questo Sucker Punch, firmato dal cineasta statunitense nel 2011, ha rappresentato all’epoca un banco di prova importante per capire se fosse in grado di camminare narrativamente con le proprie gambe, senza doversi appoggiare ai vari Romero, Frank Miller, Alan Moore e Kathryn Lasky, per aggiungere tasselli alla sua filmografia. In tal senso si può parlare di un nuovo esordio per Snyder, un esordio che purtroppo dal punto di vista drammaturgico e narrativo non raggiunse i risultati sperati. Un risultato che gli abbonati di Netflix potranno giudicare con i propri occhi a partire da gennaio 2021, in attesa del rilascio entro l’anno del primo capitolo della sua saga dedicata ai morti viventi, lo zombie-movie Army of the Dead con Dave Bautista.

Sucker Punch: un fanta-action con un quintetto di agguerrite amazzoni guerriere capitanato da Emily Browning

Sucker Punch cinematographe.it

Nel frattempo inganniamo l’attesa con il recupero sulla piattaforma a stelle e strisce di Sucker Punch, al quale seguiranno poi altri tre cine-comics appartenenti all’universo DC Comic, ossia Man of Steel, Batman V Superman: Dawn of Justice e Justice League. Lo script firmato a quattro mani con Steve Shibuya è, infatti, farraginoso, debole e poco originale. La causa principale è da imputare soprattutto al plot, davvero poca cosa rispetto alla solidità dei precedenti. Siamo nel 1950, una ragazza tenta di sfuggire dal violento patrigno, ma finisce in un istituto psichiatrico, dove inizia ad immaginare realtà alternative. Quando deciderà di fuggire dall’istituto con la complicità di altre quattro agguerritissime internate dovrà prima rubare cinque oggetti e poi liberarsi dell’uomo malvagio che l’ha rapita. Armato fino ai denti, il quintetto capitanato dalla biondina letale Baby Doll (interpretata da Emily Browning) si ritrova ad affrontare missioni suicide in diverse epoche (dal Medioevo alle trincee tedesche della Seconda Guerra Mondiale) per strappare ai mostruosi nemici gli oggetti utili alla fuga dal manicomio. A guidare il gruppo un vecchio saggio che spara dalla bocca massime da segnare sul taccuino, che a conti fatti risulta il personaggio più riuscito tra quelli presenti nella pellicola.

Sucker Punch: una tematica importante al servizio dell’intrattenimento a buon mercato

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Sinossi alla mano è più che evidente che la storia alla base della sceneggiatura non è altro che una minestra riscaldata, un puzzle di cose già viste e sentite che riportano alla mente Femmine in gabbia di Jonathan Demme o le amazzoni guerriere di Sin City. Se si analizza la natura della storia, le ambientazioni (il manicomio) e chi le anima, le analogie con altre opere  aumentano si moltiplicano. Questo perché Sucker Punch è in primis un film che parla del potere della mente e della lucida follia, dell’alterazione psichica della realtà. Peccato che l’approccio sia superficiale e basilare. Ci troviamo al cospetto di un esempio di strumentalizzazione di una tematica al servizio dello spettacolo e dell’intrattenimento a buon mercato. Per questo è impossibile scomodare Inception ed è preferibile, date le analogie riscontrate nei rispettivi plot, citare piuttosto The Ward di Carpenter o Shutter Island di Scorsese.

A coprire le mancanze della scrittura ci pensa una regia dal forte impatto visivo

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A coprire le mancanze della scrittura per fortuna ci pensa la regia iper-cinetica e adrenalinica di Snyder. Visivamente Sucker Punch non può lasciare indifferenti. Del resto, lo stile aggressivo e d’impatto di Snyder non lo scopriamo di certo in questa occasione, con la mente che giocoforza torna alla messa in quadro di 300 e Watchman. Si tratta di un fanta-action che diverte grazie alla mitragliata di inquadrature sparata addosso allo spettatore da un regista che ha deciso di non alzare mai il piede dall’acceleratore. Si appoggia su scene stilisticamente pregevoli (due su tutte la trincea e il treno futuristico), su discreti effetti speciali e su una colonna sonora da urlo, formata per lo più da cover. Musica onnipresente che se da un lato carica e detta il tempo degli stacchi, dall’altro appare troppo invasiva tanto da trasformare l’operazione in una successione prevedibile di videoclip. Risultati alla mano, Snyder deve essersi reso conto che forse è meglio affidarsi a chi le storie sa scriverle veramente o a personaggi con un bagaglio e una forza mediatica pre-esistente. A lui il compito di trasformarle, come sa fare bene, in immagini. Del resto, sbagliando si impara.