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Seberg è un biopic diretto da Benedict Andrews, con Kristen Stewart, Jack O’Connell, Vince Vaughn e Anthony Mackie, presentato Fuori Concorso durante la 76 Mostra del Cinema di Venezia. Thriller noir ambientato nella Hollywood di fine anni ’60, Seberg racconta la storia di Jean Seberg, già famosa attrice e icona di stile, che fu presa di mira dall’FBI di Hoover a causa del suo supporto ai Black Panthers e alla sua relazione con l’attivista per i diritti civili Hakim Jamal.

Seberg è il ritratto di un’attivista, di una donna denigrata, annichilita, impattata dalle persecuzioni. Una denigrazione che su di lei ebbe un effetto terribile: la stampa scrisse qualsiasi cosa, mutuata dall’FBI e da Hoover che in lei vedeva una minaccia da neutralizzare. Questo perché Seberg aveva deciso di scrollarsi di dosso la maschera di principessa d’America, con il volto angelico, il corpo esile, lo sguardo smarrito e il taglio à la garçonne, abbracciando la sua vocazione di attivista e sostenitrice dei diritti civili.

Il suo coinvolgimento e il sostegno finanziario a vari gruppi per i diritti civili la rese bersaglio dell’FBI e preda di una campagna diffamatoria continua. Seberg, conscia che degli agenti la stavano seguendo e monitorando costantemente, diventò sempre più instabile e vulnerabile. Quando rimase incinta, mentre girava un film in Messico, l’FBI usò questa informazione come un’opportunità per schiacciarla, diffondendo una menzogna che distrusse la sua integrità e il suo temperamento già fortemente provato.

Kristen Stewart interpreta la semidea della Nouvelle Vague mostrando il suo lato più vulnerabile, più intimo, con uno sguardo reale, spesso quasi crudele. Nel biopic di Andrews viene dato ampio spazio alla donna, all’attivista presa di mira dalle istituzioni e dai servizi segreti, al suo declino personale, alla sua forte vocazione umanitaria.

Seberg cinematographe.it

Seberg è il ritratto di un’attivista dissidente

Essere Jean Seberg significava non essere solo un taglio di capelli o un film francese epocale: essere Seberg significava essere una donna continuamente sottoposta a giudizi morali, ad attacchi per le sue scelte di vita, per le sue parole, per le sue lotte, per essere una donna dissidente. Il suo corpo e la sua vita divennero i bersagli principali delle aggressioni da parte di chi la voleva inerme, sola, delegittimata, in una parola sotto controllo.

In un momento in cui le persone non volevano vedere, lei fece capire quanto era importante e necessario scegliere da che parte stare, perché non prendere posizione durante un periodo di durissima repressione della popolazione afroamericana e dei nativi americani, significava legittimare totalmente gli oppressori: davanti ad un’ingiustizia non esiste la neutralità, o si sostiene o si combatte.

Seberg è molto più che una pellicola che rammenta quanto l’attrice fosse schiacciata da due forze uguali e contrarie – la paura di essere seguita e controllata in ogni momento e l’ardire di continuare a perseguire il proprio ideale – è lo spaccato di un’epoca oscura, repressiva, in cui l’FBI e il Congresso statunitense erano i fautori di una politica autoritaria, che perseguiva ogni persona di libero pensiero con false accuse, diffamazioni. Questo attraverso un programma chiamato COINTELPRO, il cui scopo era spiare, sorvegliare, screditare e smantellare, in modo illecito e illegale, chiunque fosse considerato sovversivo.

Jean Seberg subì e, forse, continua a subire ancora oggi un’ingiusta damnatio memoriae. Tutti in America l’avevano abbandonata, nessun produttore le offriva di recitare nei film, veniva considerata solo per ruoli marginali e spesso frivoli, nessuno dei colleghi riuscì a darle sostegno. L’USIA (United States Information Agency) arrivò a ostacolare la riprogrammazione dei suoi film anche dopo la sua scomparsa. Adesso è arrivata l’ora di infrangere questa orrenda condanna che pesa da troppo tempo su di lei e ricordarla, più spesso, per ciò che fu e rappresentò nella sua arte e nella sua vita. Una donna talentuosa, frangibile, inottemperante e indomabile.

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