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Tra L’alba dei morti dementi (2004) diretto da Edgar Wright e What we do in the shadows (2014) diretto da Taika Waititi, il 19 settembre 2019 arriva in Italia grazie a Mediterranea ProductionsEat Local – A cena coi vampiri (Eat Locals in v.o.), pellicola del 2017 che rappresenta l’esordio alla regia di Jason Flemyng (Lock & Stock – Pazzi scatenati) con protagonisti – tra gli altri – Charlie Cox (Daredevil), Freema Agyeman (Doctor Who), Mackenzie Crook (The Office Uk), Dexter Fletcher (Bohemian Rhapsody, Rocketman), Annette Crosby (La scarpetta e la rosa), Tony Curran (Deadwood, Ray Donovan).

Una sconquassata comedy-horror – Eat Local – A cena coi vampiri – su una società di vampiri che viene interrotta sul più bello dalle forze dell’ordine, mentre decide come spartirsi la popolazione di un non precisato paese della campagna inglese. Un espediente che diventa, per Flemyng, l’opportunità di portare in scena ben due mini-reunion eclatanti. A partire da Lock & Stock – Pazzi scatenati (1998) diretto da Guy Ritchie, di cui oltre a Flemyng abbiamo Nick Moran e Dexter Fletcher; di Doctor Who visto che Freema Agyeman, Tony Curran, Eve Myles e Annette Crosbie hanno partecipato alla leggendaria serie sul Dottore con ruoli più o meno rilevanti.

Ecco a parte le reunion sopracitate, c’è poco altro di memorabile nell’esordio alla regia di Jason Flemyng, e nei paragrafi successivi scopriremo cos’è che proprio non va in Eat Local – A cena coi vampiri.

Eat Local – A cena coi vampiri: dialoghi brillanti e momenti esilaranti, ma manca qualcosa…

Eat Local - A cena coi vampiri cinematographe.it

Con Eat Local – A cena coi vampiri ci troviamo dinanzi a un prodotto filmico dotato di dialoghi brillanti e di una scrittura che nelle intenzioni iniziali sembra essere capace di trattare tematiche sociali rilevanti attraverso toni leggeri – come il ruolo “invisibile” dei migranti nella società d’oggi su cui si esprime così l’Henry di Cox: “non sono così invisibili come credi mandano i soldi a casa per le famiglie, forse questa per loro è la terra promessa, che piaccia o no anche loro sono il motore di questa società”.

Tanti buoni propositi in Eat Local – A cena coi vampiri, così come la delineazione di una struttura narrativa che incede gradualmente nell’incrocio tra gli stessi – che sopperiscono tutti, indistintamente, dinanzi a una narrazione da “cinema da assedio” alla Distretto 13: Le brigate della morte (1976) di John Carpentersurreale e altamente improbabile, unita a un umorismo che eccetto qualche guizzo brillante come “la nonna con il fucile mitragliatore” e le “galline infuocate volanti”, risulta (molto) poco incisivo.

Eat Local – A cena coi vampiri: un nutrito cast di volti noti, supportato da una scrittura poco curata

Eat Local - A cena coi vampiri cinematographe.it

In Eat Local – A cena coi vampiri manca non solo un opportuno background in grado di trasmettere il contesto narrativo nel quale i personaggi si muovono, ma anche una scrittura che supporti le azioni e i propositi degli stessi; mancando di fatto un approfondimento psicologico che vada a delineare il carattere dei personaggi. Questo unito a un dipanarsi dell’intreccio le cui svolte narrative risultano mal orchestrate, rendono Eat Local – A cena coi vampiri uno dei più clamorosi “vorrei ma non posso” nel cinema di genere, e da ispirazioni da Carpenter a Wright passando per Waititi, si sperava ben altro.

Ne consegue come in Eat Local – A cena coi vampiri – il talento di bravi attori come i sopracitati Agyeman, Cox, Crook e Curran si disperda in una regia lineare e appannata risultando tutti poco più di macchiette e figurine senza alcun’anima – a prescindere che siano umani e/o vampiri.

Eat Local – A cena coi vampiri: la dimensione del puro guilty pleasure

In sostanza, Eat Local – A cena coi vampiri pur essendo configurato come una comedy-horror, riesce non solo a non far ridere ma nemmeno mai spaventare, e parliamo di un genere che è sovente limitato da scritture influenzate sempre da jump-scare calcolati al minuto.

Tutto questo manca in Eat Local – A cena coi vampiri, come manca del tutto un sottotesto sociale sulla migrazione che sembrava appena vagamente accennato nel primo atto della pellicola. Resta comunque la dimensione del guilty pleasure, oltre a quella dei fandom più accaniti viste le interazioni tra attori che negli anni han fatto parte del franchise della Marvel, di Doctor Who, di Ray Donovan e dell’indimenticabile The Office Uk.

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