American Fiction: recensione del film di Cord Jefferson

L’esordio di Cord Jefferson è rabbioso e sagace, oltreché drammaticamente dolce e reale. Con uno strepitoso Jeffrey Wright e una scrittura spietata ed esilarante, nella sua accezione più nera e disperata, capace di muoversi abilmente tra i migliori, Woody Allen, Spike Lee, Alexander Payne e Hal Ashby, mostrando fin da subito la nascita di un nuovo autore, il cui debutto, ha già raggiunto ben cinque nomination ai Premi Oscar. Disponibile su Prime Video

Fuck. Questo il titolo dell’ultimo romanzo di Thelonious “Monk” Ellison – uno strepitoso Jeffrey Wright, qui tanto caustico e avvilito, quanto dolce e amorevole -, oltreché vero e proprio sunto di ciò che American Fiction, esordio alla regia dello sceneggiatore di riusciti prodotti televisivi, quali, Watchmen e Station Eleven, è. Folgorante la sequenza d’apertura all’interno di un’aula universitaria.

Sulla lavagna poche parole: “The artificial nigger”, appartengono a Flannery O’Connor, autrice di La saggezza nel sangue e Un brav’uomo è difficile da trovare. Una giovane studentessa guarda alla frase, e poi dritta in faccia al suo docente, quello stesso Thelonious “Monk” Ellison che più tardi appellandosi con fare ironico allo stereotipo nero, darà vita a Fuck, romanzo d’enorme successo, seppur quello non fosse affatto il risultato sperato – o forse sì? -, lamentandosi a lui rivolta, del carattere ferocemente razzista di quelle parole, mandando lo stesso docente su tutto le furie, al punto tale da costringere la giovane a lasciare l’aula perché, “da quando sono tutti così delicati?”.

American Fiction di Cord Jefferson recensione - Cinematographe.it

È sufficiente questa prima sequenza, affinché American Fiction riesca a presentarci nel miglior modo possibile, l’intellettualismo caustico e disperatamente ironico del suo protagonista, Thelonious “Monk” Ellison, il quale sembra non possa far altro che sopravvivere ad un fragilissimo equilibrio tra due vite fin troppo distanti tra loro, quella del docente universitario – è suo il corso di letteratura americana sugli stati del sud, al quale tutti noi vorremmo assistere – e quella dello scrittore impegnato e nient’affatto commerciale, come in seguito apparirà ai suoi occhi e osservazione critica, Sintara Golden (Issa Rae), giovane autrice d’enorme successo di, We’s Lives In Da Ghetto, romanzo “verità” sulla tutt’oggi scomoda e pericolosa condizione di vita dei neri, in una società bianca, dunque violenta e inevitabilmente discriminatoria.

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American Fiction: un Grande Freddo a tinte black

Candidato a 5 Oscar, tra i quali, miglior film e sceneggiatura non originale – c’è realmente da augurarsi che li ottenga entrambi, pur scontrandosi nel primo caso, con lo straziante e glaciale, La zona d’interesse di Jonathan Glazer – e vincitore del Premio del Pubblico al Toronto International Film Festival, American Fiction, che molto deve al romanzo che intende trasporre, seppur piuttosto liberamente, ossia, Cancellazione di Percival Everett, inizialmente cela, per poi esplicitare sempre più, la nascita di un nuovo talento, Cord Jefferson, capace di destreggiarsi abilmente tra una scrittura tragicomica e sagace, figlia del miglior Allen, ed un’altra umanissima, drammatica e intimista, che non può che ricondurre a quello stesso Alexander Payne, autore, tra i numerosi altri, del magnifico, The Holdovers – Lezioni di vita, in aperto scontro con lo stesso, American Fiction di Jefferson, all’ormai imminente 96ª edizione dei premi Oscar.

Il nero non è soltanto il colore della pelle dei numerosi e inevitabilmente interessanti protagonisti e coprotagonisti di American Fiction, piuttosto è il tono e la caratura simbolica del dialogo, di ciò che Cord Jefferson fa accadere continuamente al suo Thelonious “Monk” Ellison, e così alla famiglia dello stesso, quasi come se dovesse punirlo per costringerlo a tornare a casa – oppure proprio per averlo fatto? -, e a quelle scomode radici, che ha sempre o quasi cercato di sradicare, o quantomeno, lasciar andare, senza più farvi ritorno. C’è morte, malattia, tristezza, malinconia, ferocia, pur sempre limitata al fattore umoristico, letteratura, conversazioni d’una umanità incredibilmente varia, sospesa tra intellettualismo, quotidianità, satira e psicoanalisi e c’è una casa sul mare, alla quale nessuno tornava più e in cui ognuno è destinato a tornare.

Se è vero che Cord Jefferson sembri rivolgere uno sguardo al cult senza tempo, Il grande freddo di Lawrence Kasdan, aggiornandolo di tematiche, tinte black e questioni di sentimento, riflettendo sul concetto di cinema corale, centrato sulla questione del ritrovarsi, del mettere a posto le cose, raggiungendo conseguentemente, una differente consapevolezza di sé, appare altrettanto reale e concreta, l’originalità di un giovane autore, destinato a farsi conoscere sempre più, dall’impronta stilistica, a partire da qui, assolutamente riconoscibile e interessante.

American Fiction: valutazione e conclusione

Tra derisione di un sistema socio/politico, dapprima letterario ed esteso in seguito, tanto al panorama cinematografico/televisivo, quanto all’universalità dei contesti lavorativi e non, illusoriamente convinto della benevolenza del politicamente corretto, in quanto entità incessantemente protagonista di qualsivoglia dibattito quotidiano, tra new media e singoli individui, e spaccato drammatico di una crisi identitaria, che è sì, di mezza età, ma anche molto più direttamente d’opinione, di sguardo e giudizio sul mondo, il reale ed il dibattito. American Fiction, non risparmia niente e nessuno, sorridendo amaramente ed è il caso di dirlo, perfino coraggiosamente, su tutti noi, quasi come fece a suo tempo, Hal Ashby con Oltre il giardino, titolo che riecheggia sottilmente nel corso di American Fiction, sul ribaltamento dell’anonimia, del successo, della mediocrità e di tutto ciò che è pubblico e commerciale.

“Le persone vogliono amarti Monk, personalmente non so che ci trovino in te, ma vogliono amarti, lascia che amino tutto di te”, sulla capacità di imparare dalla profonda conoscenza, dunque dall’amore tra fratelli, e così tra genitori e figli, confessione reciproca ed intima, cui segue il perdono, di sé e degli altri, reso via via più complesso e irraggiungibile da quell’ipocrisia dilagante, tanto della società statunitense, quanto di quella globale, fastidiosamente cieca di fronte alle idiozie generate dal politicamente corretto e dalla menzogna, qui centrata sul “black trauma porno”, che fin troppo spesso, confonde la banalità con la realtà e ancor peggio con il concetto di potenziale, quest’ultimo, inteso nella sua accezione più profonda e concreta e che lo stesso American Fiction, non smette di deridere e mostrare.

Infatti, proprio come la Sintara Golden di Issa Rae ricorda ad un sempre più sconfortato e in crisi con sé stesso, Thelonious “Monk” Ellison, “Il potenziale, è quello che gli altri vedono, quando non ritengono buono ciò che hanno davanti”. Colpiti e affondati. American Fiction dialoga appieno con l’emotività dello spettatore, spingendolo alla risata, per poi condurlo alla riflessione e questo è il cinema.

American Fiction di Cord Jefferson è disponibile sul catalogo Prime Video, a partire da martedì 27 febbraio.

Regia - 4
Sceneggiatura - 4.5
Fotografia - 4
Recitazione - 4.5
Sonoro - 4
Emozione - 4

4.2