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James Gray si mette alla prova con un thriller fantascientifico, Ad Astra, film in concorso a Venezia 76, con un cast composto da Brad Pitt, Donald Sutherland, Tommy Lee Jones e Ruth Negga. Ad Astra è ambientato nel futuro. Brad Pitt è Roy McBride, un astronauta impegnato nella localizzazione di forme di vita aliena nello spazio. Durante una missione viene coinvolto in un incidente, a causa di un improvviso sbalzo di corrente, che gli è quasi fatale.

Dopo varie ipotesi, e l’accrescersi di queste catastrofi elettriche su larga scala sul pianeta Terra, l’intelligence americana capisce che queste esplosioni sono la conseguenza di alcuni raggi che provengono da una navicella vicino Nettuno: in quel luogo, tanti anni prima, si era svolto il Progetto Lima, in cui era coinvolto anche il padre di Roy, H. Clifford McBride, astronauta leggendario, ormai ritenuto disperso. Roy, per risolvere l’enorme catastrofe che sta sconvolgendo il pianeta, viaggerà fino all’estremo limite del sistema solare, cercando di svelare quale sia la minaccia alla sopravvivenza del pianeta.

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Ad Astra: il film di James Gray con Brad Pitt

Cosa accade quando realizzi di aver elaborato un lutto per così tanti anni che il dolore che hai provato ha lentamente cambiato, dilapidato, pezzo per pezzo, la tua umanità e la capacità di provare emozioni, qualsiasi esse siano? Ma soprattutto cosa accade se all’origine di quel dolore, in fin dei conti, ci sia la consapevolezza che esso fosse inevitabile? Ad Astra pone molte, moltissime questioni. Tutte ineluttabili, coraggiose, oneste e dolorose.

Il protagonista, Roy, non compie un vero viaggio spaziale, ciò che raggiunge non è Nettuno, l’ultimo pianeta del nostro sistema: il suo è un viaggio ai confini dell’esistenza. James Gray celebra la vita, in un modo lirico, spesso empio, elegiaco. Il suo racconto non vuole sfidare o somigliare ad altri film ambientati nello spazio, non gli interessa raccogliere similitudini o forzare metafore cosmogoniche. Gray è attratto dall’ossessione, dagli sparuti attimi di vita interiore, sconfessata, una vita umanoide, in bilico tra inerzia e impulso, tra colpa e ricordo.

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Lo sguardo realista di James Gray in Ad Astra

Il regista, attraverso una frase di Arthur C. Clarke, asserisce che potremmo essere soli nell’universo o potremmo non esserlo: entrambe le prospettive sono ugualmente terrificanti. La sua visione dell’universo non è quella che siamo abituati a osservare in alcuni film di fantascienza. Per lui l’universo è tetro, frontiera di solitudine e alienazione, non è un luogo d’avventura o di esplorazione: lo spazio è la terra di nessuno, posto al centro di una lotta fratricida per la dominazione, temporale, di luoghi desertici o quasi.

Roy è un uomo intemperante, non teme nulla, il pericolo non lo percepisce al di fuori ma dentro di lui. Incapace di sopravvivere alla propria intimità, guida navicelle spaziali con un battito cardiaco perennemente quiescente, alla propria casa preferisce un lungo periodo di navigazione nel buio più sinistro del cosmo. Questo è il film che James Gray sapeva di poter fare e che Brad Pitt sapeva di poter sostenere con la sua interpretazione, che è allo stesso tempo statica e dilaniata, immutabile e angustiata, spesso trattenuta volutamente da uno sguardo che sembra non tollerare più il dolore, uno sguardo stranito, ipnotico che spesso ispira compassione.

Lo sguardo di James Gray è realista, non è catastrofico, né idilliaco. Pone il suo Odysseus al centro di un fitto mistero, lo scaglia contro l’immagine del padre e lo forza a guardarsi dentro, alla ricerca di una umanità sconfitta, dimenticata e usurpata da un fardello plumbeo e senza via di scampo. Dopo un’opera del genere è impossibile rimanere indifferenti.

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