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Joker sta creando non pochi disturbi nella quiete americana. Dopo i terribili fatti di Aurora, in cui nel 2012 rimasero uccise dodici persone e ferite un numero ben superiore durante la prima de Il Cavaliere Oscuro – Il ritorno, il terrore che un tale atto possa essere emulato sta esercitando numerose pressioni tanto sul regista Todd Phillips, quanto nelle comunità che attendono di vedere proiettato sul grande schermo il Leone d’oro con protagonista Joaquin Phoenix.

Joker: la colonna sonora del film con Joaquin Phoenix

Un’isteria generale che va aggiungendosi ai temi già caldi che il Joker di Phillips va a trattare, partendo dalla lotta di classe, passando per la psicosi e giungendo fino alla rivolta di massa per le strade di Gotham City. Ma attenzione: non chiamatelo film politico. Eppure, per quanto il regista abbia cercato di togliere ogni straccio di riferimento alle condizioni critiche in cui riversano i nostri tempi, dall’America fino all’altra parte del globo, Joker sembra parlare a una numerosa componente di fascia geografica e sociale, ma ancor di più a ogni cittadino che si è sentito tradito, stracciato e abbandonato da chi, in posizione di più alto prestigio, avrebbe dovuto proteggerlo.

ALLERTA SPOILER! Di seguito troverete riferimenti dettagliati alla trama e al finale di Joker 

Il significato di Joker (2019): non chiamatelo film politico

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Come succede ad Arthur Fleck stesso, il protagonista risente della mancanza di uno Stato, di rappresentanti in carica, di politici che si interessino alla sanità dei meno abbienti, delle loro condizioni quotidiane, della richiesta di aiuto che urlano a gran voce ogni giorno e che non riceve nessuna risposta. È l’educazione che è assente per le vie di Gotham City, un’istruzione che non è concessa a tutti e che viene colmata da rabbia, sconcerto, rammarico, furore. Una scintilla che aspettava soltanto il momento di accendere il proprio fuoco, quello che brucerà le strade della città alla fine di Joker, mentre il popolo acclamerà il suo nuovo leader.

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Una rivolta che, come una cappa, aleggiava già dal principio della pellicola, riecheggiando per tutto il film e culminando nella presa di consapevolezza di Arthur, deciso ad abbracciare la follia insita nella sua persona e alimentata dalle percosse ricevute tanto nell’ambito famigliare, quanto nell’ambito della collettività. Cittadini, giovani e adulti che hanno smarrito l’empatia, che invece di mettere un sorriso sopra la loro faccia hanno deciso di abbracciare la condizione di cattività in cui sono lasciati a marcire, soffocati dalla spazzatura che occupa ogni centimetro di Gotham City, dove i ratti hanno acquistato il predominio dei quartieri.

Joker (2019) – la spiegazione del film diretto da Todd Phillips

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Allegoria semplice, ma così efficace da sostenere il pensiero dietro alla trasformazione di Arthur Fleck nel Joker, che vede il progressivo distaccamento del protagonista dal suo tentativo di integrarsi lì dove nessuno ha intenzione di accoglierlo, di portare gioia lì dove c’è solo collera famelica che chiede di essere saziata. È così che inizio e conclusione si uniscono: se Joker apre la sua prima sequenza con il personaggio di fronte allo specchio, intento a prepararsi e a costringersi al suo miglior sorriso – doloroso, tiratissimo, un principio di lacrime che salgono fino agli occhi -, dopo essersi presentato in tutta la sua gloria alla schiera di ammiratori in chiusura del film, il clown allarga la propria smorfia con il sangue colato lungo il viso, in una nuova, terrificante maschera, che lo accompagnerà definitivamente per il resto della propria vita.

L’instabilità del pagliaccio sarà anche il centro degli eventi che condurranno alle manifestazioni violente e incontrollabili della fine, ma è il contorno su cui Todd Phillips si concentra e su cui costruisce attentamente il proprio lavoro, così attuale nel paragone con le tensioni del presente, ma che sembrano potersi sovrapporre a qualsiasi tempo, a qualsiasi luogo, a qualsiasi cultura. Joker è ribaltamento dello status dominante senza reale risoluzione se non lo scontro brutale, le grida e le azioni violente che rappresentano più l’eruzione di un’insofferenza che ormai non ha più voglia di essere ascoltata, ma ha deciso che l’unica maniera per diventare presente è quella di ostacolare e distruggere.

Cosa succede nel finale di Joker?

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Ma la libertà acquisita, permettendo all’insano dentro lui di venir fuori, verrà presto ingabbiata nuovamente. Nelle quattro mura di una stanza bianca, Arthur Fleck sconta l’indipendenza del Joker. Sfuggito dalle catene della società, verrà fermato da quelle metalliche di un ospedale psichiatrico. Eppure, nonostante il fermo, Arthur è ormai conscio di ciò che la sua indole è capace, non decidendo più di frenarla, ma lasciandosi andare alle parole del brano That’s life che, come un motivetto, si sono ripetute per tutto il film.

Compiendo l’omicidio dell’assistente sociale – che molto ricorda nell’aspetto la consulente pubblica da cui si recava il protagonista, ma in questo contesto ben più sofisticata e ripulita – e macchiando il lindo pavimento del manicomio, Joker metterà in scena un altro dei suoi scherzi da clown, correndo all’impazzata sulle note della canzone di Frank Sinatra. Che gli inservienti riescano a prenderlo? Che quello sia il punto di inizio in cui, un cresciuto Bruce Wayne (rievocato nella scena con i genitori stesi a terra esanimi in quel vicolo buio di Gotham City), dovrà fronteggiarsi con la sua nemesi? Il film spalanca lo spiraglio di possibilità, dando un’unica, solida certezza: l’irreversibilità da cui oramai Arthur Fleck è soggiogato, che è poi, in fondo, se stesso. Quella corsa, pantomima da pagliaccio, è tutto ciò che importa in chiusura del film. Il Joker che scapperà sempre alla normalità imposta, fino a doversi scontrare, un giorno, con il prodotto che, trasversalmente, lui stesso ha creato. Un supereroe che lo aspetta per ripulire Gotham City, dopo essere stato privato della sua innocenza e della sua infanzia.

Che, in fondo, le paure su Joker siano concrete?

Joker diventerà un simbolo. Involontariamente, anche inconsapevolmente. Sarà il volto di una rivoluzione che non aveva programmato, che non faceva parte del suo desiderio di diventare un comico, di portare un po’ di felicità in questo mondo. E, forse, non era intenzione di Todd Phillips nemmeno quella di elevare il proprio film a osservazione di una contemporaneità che, però, combatte ogni giorno con la circolazione delle armi, con l’aumento dell’intolleranza, con il sopruso delle classi meno favorite che si sentono costantemente lasciate indietro.

E per questo le polemiche, le limitazioni alla visione di Joker, i dibattiti, più o meno attinenti e rilevanti attorno a un film che, oltre alla vincita del Leone d’oro, attira su di sé quesiti e constatazioni sull’oggi, ma soprattutto la paura di una rivolta reale. Se, dunque, i timori sono concreti, significa che in fondo qualcosa di vero Joker lo dice. Significa che una qualche gentilezza, una qualche comprensione verso l’altro, in questo mondo forse si è persa per sempre.

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