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Capita spesso di parlare di recitazione fisica. Di un trasporto materiale, un corpo che si fa protagonista principale di un film in cui l’attore esprime il proprio personaggio non soltanto tramite le parole, ma utilizzando il portamento, la propria motricità, per dar sostanza al ruolo interpretato non limitandosi a vestirlo, ma dotandolo di una presenza tangibile. Ci sono, poi, trasformazioni evidenti, dimagrimenti o aumenti di peso che modificano i connotati e l’esistenza nell’ambiente dell’attore che li subisce, occupando o lasciando vuoti nello spazio e puntando su un cambiamento che modificherà la propria relazione con il personale modo di interpretare.

Quella di Joaquin Phoenix in Joker è, senza dubbio, una recitazione tanto fisica quanto condizionata da una mutazione che lo vede scheletrico e frangibile, ma, ancor di più, è una recitazione danzante. Una recitazione coreografata. La messinscena di uno spettacolo di cui il personaggio di Arthur Fleck diventa il primo attore e in cui il pagliaccio, un passo dopo l’altro, si ritrova a conquistare il centro della scena, sotto i riflettori di una ribalta che ne segneranno il dramma e l’ascesa nella follia.

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Da Arthur Fleck a Joker: la danza estemporanea di Joaquin Phoenixjoker, cinematographe

Ma, come in ogni show, è la preparazione a segnare le tappe dell’arrivo sul proscenio. È il trucco con cui vediamo Arthur prepararsi all’inizio, sono i saltelli goffi e impacciati di un clown che in mezzo alla strada fa roteare un cartello a mezz’aria. Un’esibizione canonica, una pantomima che nulla ha a che vedere con il vero Joker, insinuato dentro al protagonista e pronto ad uscire, sempre in bilico tra una piroetta e una risata che non può più contenersi. Joaquin Phoenix assume gli atteggiamenti del pagliaccio, non quello fantasmagorico e irriverente che dovrebbe – e soprattutto vorrebbe – illuminare i volti di adulti e bambini, piuttosto quello del buffone del villaggio, incurvato nelle proprie spalle su cui va poggiandosi la maleducazione e la rudezza della società.

Quegli accenni sbiaditi, quei gesti accennati che tentano senza successo di diventare una sequenza di danza, si fanno coraggio quando per Arthur si avvia un procedimento irreversibile, quando l’uccisione dei tre giovani ragazzi nella metropolitana farà in modo di mutare la natura del personaggio. Ed è una vera e propria trasformazione quella che Todd Phillips concede al suo Joker. Un momento estemporaneo, scollato dalla narrazione della pellicola, eppure centro catartico per il susseguirsi degli eventi. Cuore nevralgico di un film che vede il passaggio da Arthur Fleck a Joker in un bagno pubblico, sotto il neon verde di un’illuminazione che avvolge il protagonista. Una bolla in cui Joaquin Phoenix rende movimento la propria trasmutazione, estasiando a ogni volteggio e a ogni compimento di un’azione.

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Joker è morto. Lunga vita a Joker!joker, cinematographe

È una recitazione ballerina quella di Phoenix. E da ballerino Arthur si prepara a indossare i panni del suo Joker. La riverenza di un rito cerimoniale che raggiunge tratti orientaleggianti, che si incontra con la sicurezza della preparazione di un guerriero, fino a concludersi nel più tradizionale eppure emozionante dei finale: braccia spalancate, fronte alta, di fronte al suo immaginario pubblico, pronto ad accogliere gli applausi. Arthur si vede riflesso nello specchio di quel lurido bagno e gli viene presentato il suo alterego, il suo doppio destinato a venir, inevitabilmente, fuori. Arthur saluta Joker e Joker si presenta in tutta la sua alterigia, tronfio e vanitoso. La trasformazione si è conclusa, il corpo del protagonista è cambiato e, così, anche il suo stare nel mondo.

Joaquin Phoenix, dietro al trucco bianco del pagliaccio di Gotham City, acquista da questo momento il proprio posto nella città che lo ha rovinato, nella comunità sociale e istituzionale che lo ha trattato alla stregua di un rifiuto. Dalla spazzatura che invade le strade di una popolazione allo sbaraglio, Joker comincia ad aleggiare rendendo la sua schiena dritta, avviandosi con camminata più sicura. La forza dell’insano che prende il controllo e smette di renderlo goffo, come nel tentativo di sparare all’ultimo dei ragazzi in fuga nei vagoni della metro. Solo la sua corsa, così artefatta e posticcia, continua a simulare quelle messe in atto dai clown nei loro numeri da circo, finte con quale gambe per aria, come un cartone animato finito all’interno di un incubo.

La scalata del successo, la discesa nella folliajoker, cinematographe

E, anche quando il suo beniamino Murray Franklin lo umilierà sulla tv nazionale, il protagonista sarà pronto a incassare l’ennesimo schiaffo per tramutarlo nell’occasione in cui mostrare definitivamente ciò che veramente è, ciò che gli altri lo hanno fatto diventare. Per la sua grande serata, Phoenix si lascia andare a un ballo che non ha più le incertezze iniziali, si dimena mentre rinnova la propria figura tingendosi i capelli e passandosi, come una vera gran diva, l’ultimo filo di trucco lungo il viso. Ma è nella sua discesa per la scalinata di Gotham in cui Joker si scatena.

Se per l’intera pellicola Arthur Fleck arrancava su quegli stessi scalini, in una salita che ogni volta significava essere buttato ancora una volta a terra, sulle note di Rock & Roll Part 2 di Gary Glitter Joaquin Phoenix lascia uscire, per l’ultima volta e in maniera definitiva il suo Joker, prestante, carismatico, fuori di testa, ma con il ritmo che gli scorre per le vene. Bacino, gambe, lo stile con cui improvvisa la sua fascinosa discesa: l’attore attira su di sé i riflettori che ha atteso da tutta una vita, diventando lo showman che avrebbe da sempre voluto essere.

It’s showtime folks!joker, cinematographe

Finito nello studio del Murray Franklin’s Late Night Show, Joker farà la sua presentazione in prima serata, pronto all’introduzione del conduttore interpretato da Robert De Niro, con una scioltezza che ha preso il sopravvento sul basso profilo del personaggio, ora unica star della sua commedia. E, prima che le tende si aprano e il pagliaccio venga reso noto, è lì che riecheggiano i passi di quella danza di quel lontano bagno di servizio. Quel balletto, intimo e perturbante, che ha cambiato per sempre il destino di Arthur Fleck. Solo un accenno, una piccola rimembranza prima che le tende si alzino e i cameraman lo inquadrino. Un collegamento diretto con ciò che lo ha reso il Joker e di cui, nello studio del programma televisivo, darà prova.

Mai il Joker del regista Todd Phillips avrebbe funzionato senza la completa immedesimazione che un talento come Joaquin Phoenix ha permesso. Non circoscrivendo solo la perdita di peso e estendendo la propria capacità comunicativa a tutto il corpo, Phoenix ha reso possibile prima l’isolamento e la gracilità rivolta su se stessa del suo Arthur Fleck, per poi abbandonarsi alla vezzosità di una prima donna come Joker, spalle in fuori e sigaretta tra le dita come una vecchia stella di Hollywood. Un Joker che, nascosto dietro il cerone del pagliaccio, contribuisce a ridefinire i propri diritti partendo dal movimento nello spazio, affermandosi come protagonista non di una rivolta che piegherà le strade di Gotham City, ma di un’esistenza in cui non smetterà più di ballare. That’s life.

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