A History of Violence cinematographe.it

A History of Violence (2005), rappresenta uno dei punti focali del secondo periodo del cinema di David Cronenberg e nella carriera di Viggo Mortensen, con cui inizierà un breve ma fruttuoso sodalizio che continuerà in film come La Promessa Dell’Assassino (2007) – con cui otterrà la nomination agli Oscar 2008 come Miglior Attore Protagonista – e A Dangerous Method (2011).

Il cinema del regista canadese va inquadrato secondo due differenti declinazioni della sua poetica, o per meglio dire, in periodi. Un Primo Cronenberg è quello che va del periodo compreso tra il lungometraggio Il Demone Sotto La Pelle (1975) con cui si affacciò al grande pubblico, fino a Il Pasto Nudo (1991), adattamento cinematografico del romanzo di William Burroughs – piena summa del suo primo periodo nonché spartiacque della sua carriera. Cronenberg infatti, nell’arco temporale delle pellicole sopracitate, ha declinato la sua poetica secondo l’estetica del grottesco unita all’orrore in un genere – noto come body horror – attraverso cui mostrare la corruttibilità e il marcio negli uomini mediante forme orrorifiche tangibili in una cornice di genere fantascientifico. Il tutto riscontrabile, ad esempio, in pellicole simbolo del suo cinema come Videodrome (1983) e La Mosca (1986).

A History of Violence: la recensione del film di David Cronenberg

A partire da M. Butterfly (1993), il primo lungometraggio successivo al sopracitato Il Pasto Nudo (1991) fino al suo (attualmente) ultimo lungometraggio – Maps To The Stars (2014) invece, si tende abitualmente a parlare di un Secondo Cronenberg. In questo secondo periodo della poetica del cineasta canadese – a cui appartiene A History of Violence (2005) – non c’è più bisogno di mostrare la corruttibilità e il marcio negli uomini attraverso forme orrorifiche tangibili, bastano gli uomini stessi e la loro brama di assecondare i loro istinti più vili. Il cinema di questo secondo periodo infatti, si muove in una direzione tendente alla sottrazione e al mettere in scena personaggi dalla dubbia moralità, perlopiù psicologicamente disturbati o soggetti a traumi pregressi, in ambienti che scatenano i propri istinti, facendo emergere così la propria natura. A History of Violence (2005) – e in particolare il suo finale – si inserisce esattamente in questo contesto.

A History of Violence: la tragedia di un uomo comune

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Tom Stall (interpretato da Viggo Mortensen) vive con sua moglie Edie (interpretata da Maria Bello) e i figli Jack (interpretato da Ashton Holmes) e Sarah (interpretata da Heidi Hayes) e gestisce una tavola calda in una cittadina dell’Indiana. Un giorno, dopo aver sventato un tentativo di rapina uccidendo i rapinatori Billy e Leland e mettendo in salvo la sua clientela, diventa l’eroe del giorno nella cittadina di Millbrook. La sua storia attira l’attenzione di molti curiosi tra cui la mafia irlandese di Filadelfia guidata da Carl Fogarty (interpretato da Ed Harris) – un capobanda sfregiato che sostiene che Tom Stall sia in realtà il falso nome di Joey Cusack, un ex-membro della banda che scelse di tradirli vent’anni prima. L’arrivo dei criminali irlandesi romperà definitivamente gli equilibri della famiglia Stall, a cui Tom/Joey cercherà di porvi rimedio soltanto attraverso la sua unica arma: la violenza.

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L’adagio “la violenza genera altra violenza” è un po’ il leitmotiv alla base di A History of Violence – le azioni di Tom/Joey incedono unicamente attraverso la violenza che sia per sventare una rapina o per salvare la propria famiglia. Il susseguirsi degli eventi fa emergere la sua natura di uomo violento dietro alla facciata del tranquillo padre di famiglia benvoluto dalla comunità; una natura che di riflesso influenza i suoi vicini, come il figlio Jack che prima reagisce ai soprusi dei bulli pestandoli pesantemente, e poi uccide Fogerty con un colpo di fucile alla schiena.

Il finale di A History of Violence: una spirale di dolore per una famiglia sull’orlo del baratro

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Le parole di Fogarty hanno effetto su tutta la famiglia, Tom è realmente Joey Cusack, e dopo la morte del mafioso irlandese, moglie e figlio si infuriano con Joey per avergli mentito per tutto questo tempo. Una tensione che sfocia, rientrando in casa, in un amplesso violento e brutale sulle scale di casa.

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Qualche giorno dopo si fa vivo il fratello di Joey, Richie (interpretato da William Hurt), uno dei boss della malavita di Filadelfia, chiede a Joey di fargli visita. Joey accetta al fine di cessare la faida ventennale; ma dopo un incontro apparentemente cordiale e alla domanda di Joey su cosa si possa fare per risolvere la pace, la risposta di Richie è emblematica: “Potresti morire“. Nell’immediato uno degli sgherri cerca di uccidere Joey con un laccetto. Joey reagisce e a colpi di pistola uccide tutti i presenti, tra cui Richie con un buco in fronte.

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Joey rientra a casa durante l’ora di cena, tutti si siedono per mangiare e al momento di iniziare la moglie, Edie, scoppia a piangere. Una chiusura – quella di A History of Violence – che sottolinea come la violenza ha risolto i problemi, ma non ha cancellato il dolore di una famiglia ormai solo apparentemente felice, piuttosto in frantumi.

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