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Tu sei l’uomo più buono che io abbia mai conosciuto”A History of Violence, il film di David Cronenberg, tratto dall’omonima graphic novel di John Wagner, ruota intorno a queste parole, dietro alla quali c’è tutto il cinema di Cronenberg. Il regista tocca con le sue gelide mani temi a lui cari, l’identità, la schizofrenia, il rapporto complesso tra realtà e apparenza; sta qui il gioco che costruisce la storia di Tom Stall (Viggo Mortensen), il proprietario di un piccolo ristorante a Millbrook, in Indiana. L’uomo, è uno qualunque, uno dei tanti, conduce una vita normale con la moglie, Edie, e i figli, la piccola Sarah e Jack, fino a quando, un giorno, difendendosi dall’aggressione di due criminali, entrati per una rapina nel suo locale, li uccide, salvando così i suoi colleghi e i clienti.

Tom viene trattato da eroe, la sua faccia finisce su tutti i giornali, si parla di lui in tv e, proprio per questo, dal suo passato torna Carl Fogarty, un boss della mafia irlandese di Philadelpia che lo va a cercare convinto di aver trovato, Joey Cusack, quello che lo ha sfregiato tanti anni prima. Tom nega di essere Joey, dice di non conoscere queste persone e di non sapere nulla di questa storia ma inevitabilmente, nulla sarà più lo stesso per lui e per la sua famiglia. Si aprirà così un vaso di Pandora di sangue e morte che sembra non avere fine, un castello dei destini incrociati che spariglia le carte e rompe gli equilibri.

A History of Violence Cinematographe.itA History of Violence: Cronenberg dipinge un quadro simile a quelli di Edward Hopper

A History of Violence si apre come un quadro di Edward Hopper, pittore in grado di mostrare la malinconia e la solitudine del suo tempo, fin dai primi minuti il cineasta dipinge con pochi fotogrammi un paesaggio desolato, popolato da persone che tragicamente e mollemente entrano ed escono da luoghi tristemente isolati. Quelli di Cronenberg, come gli uomini di Hopper, sono vicini fisicamente ma distanti, profondamente e crudelmente incapaci di comunicare gli uni con gli altri, intrappolati dentro a grandi spazi vuoti. L’unica via percorribile per i personaggi del cinema di Cronenberg sembra la violenza: i due delinquenti con cui si apre il film ammazzano senza se e senza ma, uccidono chiunque perché il male è la sola possibilità per sopravvivere e per esistere in questo mondo. Cronenberg poi cambia tono, all’improvviso o almeno sembra farlo, e catapulta chi guarda nella camera da letto di una bambina, la figlia di Tom, spaventata dai mostri – elemento simbolico per ciò che è accaduto prima e per ciò che accadrà dopo. Si cheta anche se per poco l’ansia dello spettatore che si dice sottovoce, e nella testa: “questa è una famiglia normale, non c’è nulla da temere”. Un papà, una mamma, due figli, i problemi di ogni giorno. Il regista mostra tale normalità che scorre limpida e “sinistra” – perché solo apparente -, ma basta poco e si rompe il fragile equilibrio costruito con scene di quotidiana felicità, si rompe con il male, annidato anche in una famiglia come tante, pronto a scoppiare da un momento all’altro.

A History of Violence Cinematographe.itA History of Violence: una parabola del male che mette in scena il sogno americano al contrario

Per rompere la monotonia i due delinquenti entrano nel locale di Tom, vorrebbero rapinarla ma non hanno messo in conto che quell’uomo all’apparenza vittima ideale, potesse nascondere qualcosa d’altro. Tom spara ai ladri a sangue freddo con una precisione più da killer che da proprietario di una tavola calda. Il momento che sancisce l’uomo eroe porta a galla un’ipotetica doppia natura, una doppia identità, una doppia vita. Il dubbio sulla sua identità aziona una catena di violenza che non ha fine, si aziona un vortice da cui nessuno si salva. A History of Violence è una parabola del male che si può scatenare improvvisamente anche in individui apparentemente avulsi, ma che invece accanto ad esso sono cresciuti. Il male esiste prima della nascita dell’uomo, vive in esso, silenzioso ed è pronto a scattare.

Dammi un caffè bello scuro Joey

Da questa frase, detta dal boss, la vita della famiglia Stall non è più quella di prima; l’ipotesi che quel marito, quel padre, sia Joey Cusack, un crudele e spietato criminale, che abbia un passato misterioso, scuote internamente ogni componente di quel nucleo. Quando le vecchie conoscenze dell’uomo in maniera sempre più insistente bussano alla porta cercando vendetta e stringendo il cappio al collo degli Stall il dubbio inizia a insinuarsi in maniera prepotente. La famiglia del Mulino Bianco ora è solo un ricordo, piagata da ferite profonde inferte da segreti dolorosi e per questi vive un incubo. La moglie si sente tradita, non riconosce più quell’uomo da cui è stata plagiata per quella grande menzogna orchestrata in ogni minimo dettaglio. Inizia a pensare di amare un uomo che non esiste, di essersi sposata con una maschera e il figlio, vissuto da sempre secondo il principio del porgi l’altra guancia, incomincia a fare a botte, reagendo alle angherie del bullo della scuola; nessuno quindi passa indenne sotto le Forche Caudine. Tom dal canto suo intraprende un viaggio per capire, capirsi, ricordare e ritornare a casa.

Cronenberg mette in scena una distorta metafora del sogno americano che diventa visione mostruosa; quello di A History of Violence è un quadro pessimistico della vita umana, un’istantanea poco confortante di una società che convive con il lato oscuro. In Tom Stall si risveglia proprio questa parte nel momento in cui si sente minacciato, Edie e Jack temono sì Joey Cusack ma ne sono anche profondamente attratti e affascinati.

A History of Violence Cinematographe.itA History of Violence: un racconto teso che sviscera e narra il contemporaneo

Il regista anche con il suo film più “lineare” dimostra di saper analizzare il presente, raccontandolo attraverso le immagini in movimento. Questa sua capacità che parte dalle origini, dalle fissazioni tecnologiche (Scanners e Videodrome) passando per la ricercatezza stilistica di Spider, fino ad arrivare a A History of Violence, è sempre presente. Cronenberg in questo film infatti racconta la “contemporaneità” utilizzando temi cari al suo cinema, elabora le sue manie, analizza i personaggi che camminano su un terreno di ansia sottesa e inesorabile – non sempre e non solo esibita-, un’ansia che non è solo contenutistica ma anche stilistica. Il regista in questo modo intorno ad un classico film noir scrive una pagina di spietata critica contro l’America, contro l’uomo in generale che culla e alleva nelle radici profonde del suo essere un male incancrenito e atavico.

A History of Violence è un’ottima trasposizione di un fumetto, ma è anche molto di più, è un racconto teso che sviscera e narra l’oggi, è un poema della provincia americana che non ha paura di avere uno sguardo molto più ampio, è un dipinto che mostra le fragilità  dell’uomo entrando tra le sue pieghe.

A History of Violence: il finale

ATTENZIONE, SEGUONO SPOILER!
Interessante è il finale del film che ben spiega la natura di quel male che è elemento fondamentale della pellicola. Dopo il viaggio logorante e lacerante di Tom/Joey con il suo passato (la sua “vecchia” casa, la “sua gente”), dopo aver riportato tutto a casa, il ritorno in famiglia di quell’uomo che non sarà più lo stesso è pieno di senso. Gli Stall sono a cena, all’arrivo di Tom, nonostante tutto, allargano le braccia e aggiungono un posto a tavola riammettendolo in famiglia. Questo è un finale che ha una logica chiara soprattutto alla luce del film; il male e la menzogna sono parte integrante dell’essere umano, Edie e i suoi figli, dopo un primo momento di spaesamento, qualunque cosa sia successa, sono pronti a superare e accettare. Il male in A History of Violence viene “accolto”, condiviso, capito, è insito nell’uomo.

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