La sfrenata corsa al successo, l’ostinata e cieca volontà di emergere, il bisogno quasi patologico di esternare se stessi idealizzandosi ed autocelebrandosi sembra non voler risparmiare niente e nessuno nell’ultima opera cinematografica del regista canadese David Cronenberg, Maps to the Stars (2014),presentato in occasione della 67ma edizione del Festival di Cannes, in cui il patinato Olimpo hollywoodiano, la tanto ambita e decantata “fabbrica dei sogni” si rende emblema, agghiacciante metafora delle distorte ossessioni che governano la realtà del mondo occidentale, un mondo decadente in cui ciò che è mostrato in televisione o è semplicemente oggetto dell’attenzione dei media viene concepito come pura realtà; un mondo in cui l’apparire su una copertina, su un cartellone pubblicitario, su un rotocalco è motivo di vanto, in cui sono la vanità, la sete di fama e ricchezza, l’arrivismo, l’arroganza, l’invidia e la volgarità a prevalere tragicamente.

Ancora una volta Cronenberg ci offre una fredda e disincantata cronaca di ciò che ci circonda, di ciò che si trova giorno dopo giorno sotto i nostri occhi, mettendo a nudo l’altra faccia di Hollywood disegnandola come un microcosmo spaventoso, putrido, logoro, pervaso da un permanente anelito mortifero rappresentato dalle continue apparizioni fantasmatiche di cui gli stessi personaggi sono le vittime, caratterizzandosi così come un abile osservatore delle malate distorsioni psicofisiche della contemporanea società dell’apparenza.

John Cusack in una scena del film.
John Cusack in una scena del film.

Havana Segrand (Julianne Moore) è una spietata attrice di mezza età la cui carriera in declino è adombrata dall’ingombrante presenza fantasmatica della madre, famosa attrice cinematografica deceduta durante un tragico incendio, che infesta con oniriche apparizioni l’esistenza della figlia ossessionata dalla volontà di interpretarla nel remake di un famoso film del passato. Benjie Wess (Ewan Bird) è un arrogante e prodigiosa baby-star con problemi di droghe il cui successo cinematografico viene voracemente sfruttato dal padre, Stafford Weiss, (John Cusack) spietato psico-terapista di star televisive arrivista e psicotico. È l’arrivo della misteriosa Agatha, (Mia Wasikowska) a bordo della limousine guidata dall’aspirante attore Jerome (Robert Pattinson) a turbare i già precari equilibri su cui si regge l’impero dell’immagine, rivelandone le spietate natura.

Julianne Moore in una scena del film.
Julianne Moore in una scena del film.

Baby star arroganti e presuntuose, egocentriche dive di mezza età ossessionate dal fantasma di una giovinezza ormai sfiorita, arrivisti e ciarlatani dai metodi poco ortodossi sono i personaggi che abitano l’amorale, corrotto e spietato mondo Hollywoodiano plasmato in modo da assumere una natura caricaturale e parodistica in cui situazioni surreali e personaggi sopra le righe sfiorano il limite del grottesco mostrando una realtà in cui non vi è più decenza, pudore o vergogna, in cui la vita scorre a ritmo di Xanax e raccapriccianti festini orgiastici.

La dissacrazione del patinato universo hollywoodiano non è materiale nuovo all’industria del cinema, in cui numerose sono le opere che, attraverso modi e pretesti differenti, hanno portato alla luce le brutali contraddizioni insite nel concetto stesso di Star System, basti pensare al sesseguirsi di visioni oniriche che costellano il labirintico noir Mulholland Drive di David Lynch, o al mito hollywoodiano che rappresenta il cuore nevralgico di The Bling Ring di Sofia Coppola. Tuttavia la peculiarità esemplificativa di Maps to the Stars è il freddo distacco, la studiata distanza e la crudeltà con cui questo mondo incantato viene svuotato del suo involucro fiabesco per poterne mettere a nudo il carattere incestuoso e corrotto, brutale e violento mostrandone il marciume e la mostruosità, portando a galla il “Dark Side” di una realtà i cui abitanti sono dei gelidi e catatonici automi, dei vuoti simulacri in preda alle proprie distorte manie, privi di sentimenti, di personalità, privi di sé, di qualsiasi slancio vitale, capaci di pensare soltanto al proprio tornaconto personale, calpestando tutto e tutti in nome del dio denaro, mentendo a se stessi senza riuscire ad accettare ciò che realmente sono: egoisti, egocentrici e paranoici, così com’è il mondo contemporaneo.

Mia Wasikowska in una scena del film.
Mia Wasikowska in una scena del film.

La patinata realtà hollywoodiana, la cronaca nera di una Hollywood che vota se stessa all’autodistruzione, è solamente uno dei differenti strati, delle molteplici chiavi di lettura a cui Maps to the Stars si offre in modo da apparire sfaccettato, sfuggente, complesso e contraddittorio come l’indole umana, come la realtà. L’intento prestabilito e visceralmente ricercato da Cronenberg, non è semplicemente la realizzazione di una pungente e corrosiva satira dell’ormai abusato mondo hollywoodiano, ne tantomeno egli è interessato ad interrogarsi esclusivamente sulle logiche cinematografiche che lo governano ma, come dimostra l’assidua presenza all’interno del film di un’opera poetica che si caratterizza come il baluardo per eccellenza, l’inno alla libertà “Libertè” di Paul Éluard, è il concetto stesso di libertà ad erigersi come fulcro ideale dell’assidua ricerca messa in atto dal regista, una libertà che, sebbene ostentata attraverso atteggiamenti brutali, violenti, arroganti è esclusivamente e tragicamente apparente, è una farsa genialmente congeniata ed architettata, un magistrale spettacolo di finzione per non fare i conti con le anguste prigioni in cui ci si è (auto)rinchiusi, destinando irrimediabilmente se stessi a recitare una parte, un ruolo prestabilito, la bionda attrice figlia d’arte, il talentuoso e arrogante bambino prodigio.

La libertà ostentata, febbrilmente ricercata in atti di apparente trasgressione che rivelano il loro forte conformismo, in festini, droghe, orge, smodata sessualità, cela alla vista una crudele realtà che vede i personaggi prigionieri del loro stesso mondo, un mondo che non gli appartiene, che non li rappresenta, in cui si è schiavi non soltanto dei decantati miti contemporanei, ma ancor di più di un senso di colpa di fronte al quale si è impotenti, che si manifesta sotto forma di apparizioni fantasmatiche che infestano e perseguitano la mente, destinando all’autodistruzione e rendendo quella tanto agognata libertà in una moderna utopia, in una meta irraggiungibile.

Evan  Bird in una scena del film.
Evan Bird in una scena del film.

Ed è proprio attraverso il concetto di libertà che Maps to the Stars erige se stesso a fedele specchio della realtà contemporanea, spostando l’attenzione della macchina da presa dall’attore allo spettatore, dallo schermo alla platea, in quanto la libertà è ciò che ognuno di noi insegue per la vita intera o crede di possedere senza rendersi conto che si è in realtà, oggi più che mai, schiavi impotenti dell’apparenza, della bellezza, della giovinezza, del successo, schiavi della ricchezza, della tecnologia, del consumismo, delle mode, delle celebrità, della febbrile necessità di omologarci a coloro che riteniamo idoli e ai quali abbiamo conferito un’immagine ideale di noi stessi. Oggi più che mai siamo schiavi, non più liberi.

Julianne Moore e il fantasma della madre defunta , in una scena del film.
Julianne Moore e il fantasma della madre defunta , in una scena del film.

Maps to the Stars, grazie al suo carattere dissacrante, alla bravura di un cast d’eccezione tra cui spicca Julianne Moore vincitrice del Prix d’interprètation fèminin, alle spasmodiche ossessioni di cui si rende emblema, delle miserie umane che rappresenta, sovverte irrimediabilmente non soltanto il modo di concepire Hollywood e il modo stesso di vivere il cinema, ma induce lo spettatore stesso ad interrogarsi sulla bassezza morale di cui l’uomo è oggi portatore.

Su ogni carne consentita
Sulla fronte dei miei amici
Su ogni mano che si tende
Io scrivo il tuo nome

E in virtù d’una Parola
Ricomincio la mia vita
Sono nato per conoscerti
Per chiamarti
Libertà.

(Libertè, Paul Éluard)

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