Bullet Train: così Brad Pitt si prende in giro e riscrive il suo mito!

Come e perché Brad Pitt usa Bullet Train per ridefinire la sua immagine di successo, prendendosi in giro e ridiscutendo il modello dell'eroe action hollywoodiano.

Brad Pitt è un tipo sveglio e sa che l’autoironia è la forma più micidiale di intelligenza. Impossibile resisterle. Bullet Train, regia di David Leitch, in sala il 25 agosto 2022 per Warner Bros/Sony Pictures Italia, è la rappresentazione plastica del tentativo della star di venire a patti con la propria immagine. Fascino, carisma e sex appeal, trinità laica di un mito molto seducente, riadattati quel tanto che basta per sentirsi in pace con se stesso. La vecchia storia dell’attore troppo bello per essere preso sul serio? Niente di così pomposo. La verità è che Brad Pitt, oltre ad essere un tipo sveglio, è pure un bel matto. Un matto lucido, sorvolate sul controsenso, che si muove contromano perché intuisce (spera) di poterselo permettere. Il film scelto per stiracchiare la leggenda è una commedia, più o meno.

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Bullet Train è l’adattamento del romanzo di Kōtarō Isaka I sette killer dello Shinkansen. Pitt è Ladybug (coccinella), killer in crisi esistenziale che finisce sul treno super veloce Tokyo-Kyoto insieme agli assassini più letali e divertenti del pianeta. L’impianto di base è quello dell’action claustrofobico. Non si scende dal treno proiettile, a parte un paio di flashback che davvero non aggiungono un granché. Per il resto, cinema d’azione in cerca di un campo più largo. Parlando di destino senza prendersi troppo sul serio, cucendo su misura l’abito dell’action-comedy con timide inflessioni esistenzialiste, Bullet Train manifesta una pura attitudine punk… ma per tutta la famiglia. Non c’è membro del cast che non si diverta a prendersi in giro. Lo fa Joey King scolaretta diabolica, lo fa la coppia di gemelli diversi Brian Tyree Henry e Aaron Taylor-Johnson, ma a nessuno riesce meglio che a Brad Pitt, forse perché la posta in gioco per lui è più grande.

Nel corso della sua carriera Brad Pitt ha sempre preferito viaggiare in compagnia

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La carriera di Brad Pitt è una formidabile illusione ottica. L’inganno di successo di un protagonista suo malgrado, che si prende la ribalta perché non può proprio farne a meno. Troppo bello, troppo carismatico, troppo vezzeggiato dall’occhio implacabile e molto selettivo della macchina da presa, che in quanto a selezione naturale non si perde in sottigliezze. Siccome il ragionamento richiede un po’ di coerenza, si può avanzare l’ipotesi che a tenere tutto insieme, i primi fuochi di Thelma & Louise (1991) così come la maturità esplosiva e scanzonata di Bullet Train, sia proprio l’ostinazione con cui Brad Pitt ha sempre cercato di spostarsi il più possibile di lato all’immagine. Restando comunque protagonista. Il narcisismo uno lo può anche mortificare, ma fino a un certo punto.

Non è passata inosservata questa vocazione al co-protagonismo. Gli piace fare la spalla, molto meno dover pensare a tutto lui. All’inizio, questo tenersi ai margini, dipendeva essenzialmente da una popolarità in embrione. Con il tempo, acquistata un po’ di confidenza e un minimo di libero arbitrio, ecco che la necessità si fa scelta. C’è spazio per le eccezioni; abbastanza recente, tanto per fare un esempio, è il dolente protagonista di Ad Astra (2019). Più ovvia la disponibilità a stare un passo indietro quando la partner è femminile e ha il prestigio di Cate Blanchett, Julia Roberts o Angelina Jolie. Il meccanismo in effetti si delinea con maggior nitidezza quando il partner è maschio. In questo caso è per lo più protagonista ultra carismatico in compagnia di star di grosso calibro come Morgan Freeman in Se7en (1995), Tom Cruise in Intervista col Vampiro (1995) o magari Edward Norton in Fight Club (1999). Altre volte è stella tra le stelle. Come nel gioco, questo sì veramente citazionista e autoironico, costruito per lui (e non solo) da Steven Soderbergh in Ocean’s Eleven – Fate il vostro gioco (2001). Ci sono anche le parti da non protagonista puro, da Terry Gilliam e The Tree of Life (2011). E poi c’è l’Oscar.

Vinto nel 2020, per un film del 2019, diretto da Quentin Tarantino e che si chiama C’era una volta a …Hollywood, la categoria guarda caso è quella del Miglior attore non protagonista. Ironia della sorte, il premio gli arriva vestendo i panni di uno stuntman, uno che per necessità di mestiere (nobilissimo) deve mimetizzarsi all’ombra di un altro. Detto questo, Bullet Train porta alle estreme conseguenze tanti elementi centrali nel percorso attoriale Brad Pitt. La tendenza a perdersi nell’accogliente riparo di un cast corale, la naturale ritrosia verso l’one man show, il recupero di una recitazione sobria, quasi sottomessa, ma con lampi di brillantezza e di energia pura. La verità è che nessuno l’ha capito meglio di David Fincher, ma a suo modo David Leitch, che di Pitt è stato controfigura, ha colto quanto fosse importante garantirgli mano libera. E nel film questo si sente, perché il protagonista prende in giro il suo mito in lungo e in largo. Potere dell’autoironia.

Bullet Train, Brad Pitt e il fascino pericoloso dell’autoironia

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C’è un film di cui non si è parlato finora e che anticipa alcuni discorsi di Bullet Train ed è Burn After Reading – A prova di spia (2008). Sostenere che il film di David Leitch replichi e anzi approfondisca la poetica del cialtrone tanto cara al cinema di Joel & Ethan Coen non sarebbe semplicemente un azzardo, di più, un’eresia spudorata. Senza diffamare ulteriormente i Coen, c’è da aggiungere che Bullet Train non è un film “freddo” con i suoi protagonisti come poteva essere quello del 2008. In entrambi i casi, tuttavia, Brad Pitt gioca a “coprirsi” di ridicolo al punto di ridiscutere i termini di un’immagine che, presa sul serio, finirebbe per risultare troppo soffocante.

È lui il primo a ricordare, parlando con la stampa, i limiti strutturali di Ladybug. Il personaggio in effetti sembra disegnato per mettere in discussione il paradigma hollywoodiano del maschio alfa in salsa action, che impone la sua virile superiorità intrecciando un carisma sopra le righe, un potente magnetismo animale e una carica di sessualità neanche troppo sopita. Brad Pitt con Bullet Train non sporca la sua immagine, non rinuncia all’attrazione glamour, cerca piuttosto di caricarla di ironia e di un certo gusto dissacrante. Mette in discussione il mito, mattone dopo mattone, confidando nella grazia redentrice di un fascino, un’eleganza e un carisma congeniti che gli consentiranno di farla franca comunque e di uscire vincitore dall’arena. Ancora una volta.

Sceglie un cappello da pescatore che lo schiaccia e un’estetica vagamente trasandata, avvolta da un’ombra di malinconia. Contraddice l’assunto esistenziale che impone all’eroe di essere sempre in grado di dominare le circostanze, mettendosi in balia del destino e lamentandosene in continuazione. Scherza con l’archetipo del seduttore, consegnandosi mani e piedi a una misteriosa presenza femminile (lei molto famosa) senza la quale, forse, non sarebbe neanche in grado di allacciarsi le scarpe. Capisce poco di quello che gli succede intorno e non fa nulla per nasconderlo. La sua morale è zuccherosa e improponibile. Così ricostruisce, denigrandosi consapevolmente, quell’immagine potente che per tutta la carriera ha inseguito temendola, trovando nell’intelligenza dell’approccio la forma decisiva di narcisismo. Non c’è nulla di più pericoloso dell’autoironia, specie se ti chiami Brad Pitt.

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