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Dopo l’Oscar per Traffic, nel 2001 Steven Soderbergh riceve dalla Warner Bross carta bianca (e 80 milioni di dollari) per il suo nuovo film. Ne nasce Ocean’s Eleven, commedia con alcune delle star più famose di Hollywood e capostipite di una fortunata trilogia. Soderbergh è stato capace, con il mondo di Danny Ocean, di creare un marchio di successo, visto che – ancora nel 2018, a quasi vent’anni di distanza – è uscita una nuova puntata della serie: Ocean’s Eight, con nuovi attori e un altro regista. Ma a livello cinematografico qual è il valore di Ocean Eleven?

Ocean’s Eleven: Soderbergh rappresenta il mondo del crimine in una commedia elegante e mai violenta

Appena uscito dal carcere Danny Ocean (George Clooney) organizza con il socio e amico Rusty Ryan (Brad Pitt) il colpo del secolo: vogliono svaligiare tre casinò di Las Vegas il cui proprietario Terry Benedict (Andy Garcia) ha soffiato a Danny la moglie. La posta in palio è di 160 milioni di dollari, ma il rischio è alto, perciò Danny e Rusty devono assoldare i migliori professionisti del settore.

In anni in cui il cinema occidentale stava raccogliendo l’eredità di Quentin Tarantino, che aveva rivoluzionato il modo di rappresentare il mondo criminale e il linguaggio della violenza, Soderbergh sceglie una strada opposta. I suoi modelli sono Colpo grosso (a cui è ispirata la sceneggiatura) e l’immaginario di killer in doppiopetto tratto da 007. I criminali di Soderbergh sono belli ed eleganti, hanno sorrisi maliziosi e sicuri di sé e indossano smoking sempre impeccabili. Non versano una goccia di sangue e preferiscono l’astuzia alla brutalità, infatti l’unica scena di violenza dell’intero film (il pestaggio di Danny) è in realtà una delle tante messe in scena per ingannare Mr. Benedict.

Per questo motivo lo spettatore di Ocean’s Eleven simpatizza immediatamente per la banda di Danny e non ha mai il dubbio che il loro piano possa fallire. Ocean e i suoi sono troppo scaltri e ad ogni imprevisto abbiamo la certezza che si sapranno tirare fuori dai guai con eleganza. Soderbergh, altrove maestro della tensione, decide in questo caso di eliminare la suspense, rinunciando con consapevolezza all’ansia tipica del thriller per mettere il pubblico a suo agio in una commedia leggera e raffinata, che è puro divertissement.

Il ritmo serrato, la musica groove e la recitazione

Per raggiungere questo obiettivo è fondamentale dare al film un ritmo serrato. La sceneggiatura non si sofferma, infatti, sui dettagli della truffa: spiegare ogni singolo passaggio risulterebbe faticoso e in realtà ad un’analisi più attenta il piano di Ocean presenta diversi passaggi inverosimili. Il regista preferisce passare rapidamente da una scena all’altra, alternando momenti di azione a battute brillanti. Il fluire della storia è garantito inoltre dalla perfetta colonna sonora di David Holmes, che accompagna i personaggi senza mai rubare loro la scena. Il compositore irlandese crea un tappetto di sonorità groove, un serpeggiare di bassi e sax che risulta fondamentale per conferire ad ogni scena un alone di eleganza smaliziata.

Quest’atmosfera cool e avvolgente è perfettamente abitata da George Clooney e Brad Pitt, attori affermati già in precedenza, ma che attraverso Ocean’s Eleven consolidano nell’immaginario collettivo il loro mito: sono sexy senza mai diventare volgari, malviventi ma mai scomposti o pericolosi. Il loro limite è proprio questo: sono talmente perfetti e scintillanti da risultare artificiali e non riuscire a costruire dei personaggi verosimili. Alla fine non ci stupiremmo se a un certo punto Clooney nel mezzo del casinò, tra un sorriso impenitente e l’altro, tirasse fuori una cialda Nespresso e si scoprisse che è tutta solo una pubblicità.

I problemi di un film fin troppo leggero

Il ritmo rapido e i toni leggeri della commedia rendono Ocean’s Eleven un film piacevole, ma anche superficiale. Se i personaggi di Clooney e Pitt brillano, tutti gli altri scivolano nello sfondo, senza spessore psicologico. Matt Demon non riesce a dimostrare il suo valore, limitato da un personaggio secondario senza carattere, Andy Garcia dovrebbe essere un cattivo spietato, ma la sceneggiatura lo fa apparire spesso solo come uno sciocco che è fin troppo facile ingannare.

Nella carriera di Soderbergh, ricca di opere innovative (Out of Sight, Traffic) o film di critica sociale (Erin Brockovich, Panama Papers), l’intera saga degli Ocean appare come un capitolo minore. Si tratta infatti di intrattenimento godibile e ben fatto, ma privo di qualsiasi spessore, che evapora senza lasciare tracce subito dopo la visione.