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Dopo aver raccontato miserie e splendori della sua Colombia con i suoi primi lavori, come gli ottimi El abrazo de la serpiente e Oro verde – C’era una volta in Colombia, Ciro Guerra si misura con la sua prima produzione internazionale, chiudendo il concorso di Venezia 76 con Waiting for the Barbarians. Un’opera densa e stratificata, basata sul romanzo del premio Nobel J. M. Coetzee Aspettando i barbari, che condivide con Il deserto dei tartari (sia l’opera letteraria di Dino Buzzati che la trasposizione cinematografica di Valerio Zurlini) l’ambientazione desertica e un opprimente senso di attesa per qualcosa che in fondo neanche esiste.

Protagonista del racconto è il non meglio identificato Magistrato di un fenomenale Mark Rylance (che a questo punto è doveroso includere fra i principali indiziati per la Coppa Volpi maschile insieme a Joaquin Phoenix e Luca Marinelli), che in un’epoca non specificata gestisce un piccolo avamposto situato sul confine di un impero senza nome. La sua tranquilla attività lavorativa è scombussolata dal mefistofelico Colonnello Joll di Johnny Depp, inviato sul posto per indagare sulla sicurezza del confine, in pericolo per l’imminente arrivo dei barbari. Il Colonnello conduce durissimi interrogatori e tortura addirittura una ragazza (Gana Bayarsaikhan), che risveglia la coscienza del Magistrato, spingendolo a una missione contro tutto e tutti per salvarla.

Waiting for the Barbarians: l’inutile attesa di un nemico immaginario

Waiting for the Barbarians cinematographe.it

Non c’è un tempo, non c’è un luogo, non ci sono nomi. Non c’è bisogno di nulla di tutto questo, perché i temi affrontati da Waiting for the Barbarians sono universali e quantomai attuali. Difficile infatti trovare qualcosa di più vero e tristemente familiare di una società, ben rappresentata dall’avamposto del Magistrato, che, sulla spinta di un governo reazionario, si chiude su se stessa nella minaccia di un pericolo inesistente, tirando fuori odio, intolleranza e brutalità. Un parallelo con il nostro presente abbastanza didascalico, ma decisamente efficace, grazie alla narrazione avvolgente e a fuoco lento di Guerra e a degli interpreti in stato di grazia.

Mark Rylance, semplicemente magnifico per come riesce a fondere dolcezza, timore e caparbietà, diventa la nostra guida morale in un non-luogo che di morale non ha più nulla, e che tratta i presunti barbari come erbacce da estirpare. Un uomo mite e pacifico, che di fronte alla disumanità del Colonnello Joll trova la forza di reagire e di fare tutto ciò che può per restare umano, cioè ricongiungere una ragazza con il suo popolo, sfidando così la macchina del potere, efficacemente impersonato da Depp e Robert Pattinson, viscidi e maligni come non mai.

Waiting for the Barbarians: fra western e contemporaneità

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Guerra si prende tutto il tempo di cui ha bisogno, cedendo a qualche lungaggine di troppo ma trovando, anche nei momenti più riusciti, l’appoggio di Rylance, che fa mezzo film con la sua strepitosa espressività. Fondamentale inoltre la fascinosa rappresentazione del deserto in cui si muovono i protagonisti, utilizzato a tratti come vuoto a rendere in termini di suggestione, sulla scia della grande tradizione del cinema western, richiamata esplicitamente in un finale che strizza l’occhio a John Ford. Western che ritorna anche nel mito della frontiera e nell’ambiguità dei personaggi: lo stesso Magistrato, volto pulito e positivo del racconto, deve fare i conti col fatto che, seppur involontariamente, le sue azioni hanno provocato e provocano dolore al prossimo.

Waiting for the Barbarians ha l’ambizione di raccontare attraverso gli sguardi e i piccoli gesti l’eterna lotta fra la capacità di accogliere e la leggerezza di chi discrimina, tracciando un percorso che attraversa il regime del terrore francese, ripercorre la parabola autodistruttiva di alcuni sanguinari dittatori e arriva fino ai giorni nostri, dove la creazione ad hoc di un nemico da odiare è ancora una delle strategie politiche e propagandistiche più efficaci. Nonostante il ritmo non sia certamente adrenalinico (come del resto richiede l’arco narrativo del protagonista) e il filo conduttore del racconto sia fin troppo leggibile per generare una vera e propria tensione, è difficile non entrare in empatia per questo toccante viaggio in noi stessi, nelle nostre paure e nella realtà che ci circonda.

Waiting for the Barbarians: una produzione dalla linfa italiana

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In un’edizione della Mostra arrivata col fiato corto alle battute conclusive, dopo i fuochi d’artificio iniziali, Waiting for the Barbarians scuote il pubblico di Venezia con un lavoro dal respiro internazionale ma dalla vena autoriale, con una forte componente italiana, grazie alla produzione della Iervolino Entertainment e a molti membri della troupe (come il costumista Carlo Poggioli e il montatore Jacopo Quadri). Un racconto che affonda le proprie radici nella storia col fine di mettere alla berlina tutti i rigurgiti sovranisti e autoritari che stanno affliggendo la società.

Waiting for the Barbarians è nelle sale italiane dal 24 settembre 2020, distribuito da Iervolino Entertainment