Il ponte delle spie

Il Ponte delle Spie – l’ascosa vicenda degli U-2 americani raccontata da Steven Spielberg

Tra il 1955 e il 1956, in pieno clima da Guerra fredda, gli americani avevano sperimentato un sistema di spionaggio internazionale verso l’URSS costituito da aerei supersonici chiamati U-2 capaci di effettuare lunghissime missioni senza apparire agli occhi della contraerea nemica (apparentemente). Questo metodo di raccolta delle informazioni era ormai tipico del modello americano e non poneva sicuramente a loro favore, sia per la metodologia sia per il sentirsi continuamente sotto “l’occhio vigile” di qualcuno o qualcosa. Di certo non erano altrettanto corretti i russi, dal canto loro l’utilizzo di satelliti spia consentiva di raccogliere informazioni costanti sul nemico. Il 1° maggio del 1960, un aereo U-2 americano, partito dalla base in Pakistan e previsto in atterraggio in Norvegia, aveva il compito di fotografare l’intero territorio sovietico, ma non appena entrato in esso fu abbattuto da un missile e il pilota, Gary Powers, venne catturato e accusato di spionaggio internazionale.

In questo clima di tensione si inserisce Il Ponte delle Spie, il film che segna il ritorno alla regia di Steven Spielberg con una sceneggiatura scritta nientemeno che dai fratelli Coen. Protagonista della vicenda di spionaggio è l’avvocato americano James B. Donovan interpretato da un magistrale Tom Hanks, sempre a suo agio nei ruoli bellici, sia esso un soldato (Salvate il soldato Ryan) sia un avvocato alle prese con uno scambio internazionale in acque molto agitate. La sceneggiatura dei fratelli Coen si dimostra solida e scorrevole, una piacevole rilettura storica della crisi degli U-2 composta da ben 140 minuti di durata generale che non arrivano mai ad annoiare lo spettatore. Se lo storico film Lincoln poteva far storcere il naso per l’eccessiva, a volte esasperante, quantità di dialoghi, qui Spielberg, molto intelligentemente, disperde nell’ambiente filmico una sapiente quantità di azione senza guastare la sostanza fluida e saporita dei dialoghi, mai come in questo film fondamentali. Oltre che il già citato Hanks un plauso particolare va riconosciuto a Mark Rylance che nel film interpreta la spia sovietica Rudolf Abel in mano americana e protagonista della trattativa internazionale di scambio. Rylance ci sa fare e lo dimostra fin dalle prime scene, ciò che colpisce è la sua freddezza e il suo quasi distacco dal mondo emozionale, di particolare eleganza stilistica è l’accostamento del freddo Abel all’imperterrito e caloroso avvocato Donovan. Un binomio emozionale contrapposto che genera un piacevole effetto antitetico, come il palesarsi di un caldo sole dopo un fresco temporale. Le ricostruzioni sono fedeli e se l’America appare senza nuvole ma con un Velo di Maya ipocrita, Berlino è la parte emaciata dell’Europa che si sfalda, sferzata da una tempesta di neve e di sangue e avente come raffigurazione pittorica un muro separatore freddo e lapidario.

Il ponte delle spie

Il Ponte delle Spie – un braccio di ferro senza precedenti

Tra il 1959 e il 1960, durante l’ultima parte della presidenza americana di Dwight Eisenhower, l’avvocato americano James B. Donovan si trova a dover difendere in un processo la spia sovietica Rudolf Abel, accusato pubblicamente di violazione dei segreti di stato e spionaggio internazionale. Nonostante il clima di tensione che si respira negli USA, dove il Maccartismo è ancora fresco e galoppante, l’avvocato fa fede al suo impegno professionale, mettendo a rischio l’incolumità personale e della sua famiglia. Quando nel 1960, un U-2 americano viene abbattuto in URSS e il pilota viene catturato e condannato per spionaggio, il temerario Donovan, con l’aiuto della CIA, organizza uno dei più grandi e complessi scambi che la storia diplomatica possa ricordare: negoziare il rilascio del pilota americano Gary Powers in cambio della spia sovietica Abel. Il campo della trattativa sarà l’ultimo fronte americano, Berlino, la capitale che ha subito l’onta del nazismo e ora si trova spezzata in due da un muro che ha segnato l’incrinazione dei rapporti diplomatici USA-URSS. Il 10 febbraio del 1962 presso il ponte di Glienicker Brücke (chiamato Il Ponte delle Spie) venne organizzato lo scambio, ma tutto andrà liscio? Saprà l’avvocato Donovan mantenere i nervi saldi?

Il ponte delle spie

Steven Spielberg dimostra di avere le idee ancora molto chiare, portando sotto i riflettori un prodotto maturo e cinico allo stesso tempo. 140 minuti di pathos crescente dove le tensioni dell’avvocato finiscono con essere di pari binario con quelle internazionali. Donovan rappresenta il tentativo di riportare la pace in un mondo mai sazio di sangue. dove la semplicità di un muro nasconde l’orridume del separazionismo e dove l’uomo non è libero di scavalcare l’oppressione. Se la morte è la conclusione più ovvia, Abel dimostra con il suo apparato emozionale spento di non temerla anzi, quasi di abbracciarla.

Donovan:”Ma non ha paura?” Abel:”Cambierebbe qualcosa?”

Il temere nulla è l’ultimo fronte prima dell’abisso, la sfacciataggine di chi ha vissuto coscientemente e senza rimorsi. Impossibile non identificarsi con i bambini che scavalcano una recinzione, nobile metafora significante il desiderio represso di libertà europea. Spielberg, attraverso una fotografia dapprima brillante poi lentamente più opaca e grigia, ci mostra il meglio del peggio dei due blocchi, da un lato il finto perbenismo americano, dall’altro lo stato di libertà soppressa della tirannia sovietica. Un film che regala emozioni non solo per la sua profondità, ma anche per la sua enorme semplicità, Il Ponte delle Spie è una perfetta sintesi della civiltà moderna, dove la bramosia di libertà cozza con il desiderio quasi genitale dell’uomo di imporre il proprio ego sull’altro.

Il Ponte delle Spie (Trailer QUI) uscirà al cinema il 16 dicembre distribuito da 20th Century Fox.

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