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Tra i titoli più attesi dagli abbonati di Netflix rilasciati nel mese di gennaio ed entrati ufficialmente nel catalogo del broadcaster statunitense a partire dal giorno 13 c’è Outside the Wire, il fanta-action in chiave bellica che ha dato la possibilità a Mikael Håfström di misurarsi con un genere tutto sommato diverso da quelli affrontati in precedenza attraverso film inscrivibili per lo più nella famiglia allargata dell’horror (tra cui Il rito e l’adattamento da Stephen King di 1408), con qualche incursione nel dramma (Evil – Il ribelle e Leva livet) e nel thriller (Derailed e Quick). Con la sua ultima fatica dietro la macchina da presa, il cineasta scandinavo ha deciso di mettere da parte brividi e intrighi vari, come ai tempi di Vendetta e più di recente di Escape Plan – Fuga dall’inferno, a favore di una pellicola nella quale a “cantare” sono soprattutto i proiettili. Suo e nostro malgrado però le “armi” utilizzate in fase di scrittura dagli sceneggiatori Rowan Athale e Rob Yescombe hanno sparato a salve, andando ben al di là del risultato desiderato.

Outside the Wire: un esempio di cinema muscolare e dinamitardo sacrificato sull’altare dell’intrattenimento a buon mercato

Outside the Wire cinematographe.it

In Outside the Wire si passa dalle parole ai fatti con un cinema concepito e sviluppato per essere sacrificato sull’altare dell’intrattenimento a buon mercato. Un cinema muscolare, testosteronico, senza pretese mezze misure, iper-cinetico, caotico e rumoroso, che nasce e muore come una dose di adrenalina iniettata nelle vene e nelle pupille degli spettatori di turno. Un dosaggio, in questo caso, piuttosto massiccio e a lungo rilascio, somministrato nell’arco di due ore circa. La componente action, infatti, viene spalmata in maniera generosa su una timeline che a conti fatti risulta troppo estesa rispetto alle reali esigenze narrative e drammaturgiche di un plot ridotto al minimo sindacale. Una componente che Håfström ha usato per gettare più fumo possibile negli occhi del fruitore, con il chiaro intento di distrarlo dalle mancanze e dalle debolezze strutturali di uno script che si scontra rovinosamente contro il muro del vorrei ma non posso.

Un blockbuster che prova maldestramente ad affrontare tematiche dal peso specifico rilevante

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Nonostante la sua dichiarata natura da blockbuster senza se e senza ma, nel quale il racconto è ridotto all’osso per lasciare campo aperto alle numerose incursioni dinamitarde, balistiche e marziali, Athale e Yescombe hanno provato a farcire la pietanza con tematiche dal peso specifico rilevante che finiscono però con lo sfuggirgli di mano perdendone presto il controllo. Geologicamente quello che resta del racconto si va a collocare nell’Europa dell’Est, in una zona di frontiera senza legge in cui è in corso una violenta guerra civile. Da terze incomode, le truppe della missione di pace statunitense sono stanziate in un’area controllata da uno spietato signore della guerra che senza pietà elimina le sacche di resistenza. In questo contesto un pilota di droni (Damson Idris visto in Snowfall), declassato per insubordinazione, viene spedito a lavorare fianco a fianco con un androide tecnologicamente avanzatissimo (interpretato dal Falcon dei supereroi Marvel, Anthony Mackie), con un’intelligenza artificiale stupefacente e la cui esistenza è top secret. Insieme dovranno affrontare una missione molto delicata che consiste nella consegna di vaccini in un villaggio gestito dalla resistenza, ma che in realtà è una copertura per qualcosa di più grosso, dal quale dipende il destino del mondo intero e che consiste nello sventare un imminente attacco nucleare.

Scenari bellici futuristici, ucronia e scontro uomo/macchina sono gli ingredienti del menù offerto da Outside the Wire

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Insomma la solita solfa alla quale il filone war-movie ci ha ampiamente abituato, mescolando il DNA con gli ingredienti fanta-action che chiamano in causa l’eterno confronto tra macchina ed essere umano, le riflessioni ataviche sull’intelligenza artificiale, sul limite da non oltrepassare e sull’avanzamento tecnologico in campo militare. Outside the Wire ci catapulta nel 2036, per proporre una visione futuristica di quella che potrebbero essere le guerre. Il ricorso ai droni è ormai all’ordine del giorno, con le sue implicazioni che cinematograficamente parlando sono state già affrontate in film come a Good Kill o Il diritto di uccidere. In tal senso, la pellicola in questione non aggiunge assolutamente nulla, se non ribadire ulteriormente quanto ampiamente esplicato nelle opere che l’hanno preceduta. Stesso discorso per l’affiancamento all’uomo di robot e cyborg per scopi militari, che al cinema è stato più volte oggetto di discussione tanto da rendere impossibile una lista precisa di titoli in cui l’incontro/scontro tra carne, sangue, acciaio e circuiti elettrici ha trovato spazio sul grande schermo. Per anlogie I nuovi eroi e sequel sono i prodotti audiovisivi che più si avvicinano. In merito all’ucronia, quello che si consuma in Outside the Wire è l’ennesimo capitolo dell’eterna rivalità tra USA e Russia, dove stavolta a farne le spese in uno scenario fantapolitico è l’Ucraina.

A una scrittura debole arriva in soccorso una regia cinetica e d’impatto

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Dal canto suo, assecondandolo, il regista svedese è stato complice in tutto e per tutto di questo tentativo andato a vuoto. Da mero esecutore si è quindi limitato a mettere in quadro ciò che gli è stato affidato e per provare a uscirne fuori senza tutte le ossa rotte ha cercato di dare il massimo con quello che aveva a disposizione, puntando tutto sull’elemento combat da sparatutto videoludico,  laddove i bersagli umani e non cadono in rapida successione uno dopo l’altro sotto i colpi e i proiettili dei protagonisti come dei birilli. Da questo punto di vista il prodotto finale non è da gettare nel dimenticatoio, con Håfström che confeziona scene d’azione di buona fattura (il prologo, l’imboscata nella città distrutta, il conflitto a fuoco con i robot made in Russia fuori e dentro la banca e lo scontro nel quartier generale di Kovac), che almeno ripagano lo spettatore per la pazienza e il tempo che ha voluto dedicare alla visione del film.