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Sono talmente tanti i prodotti audiovisivi ambientati nel mondo della danza nella sua moltitudine di espressioni ad essere approdati sul piccolo e grande schermo sino ad oggi, da rendere difficile un qualche tipo di censimento più o meno esaustivo. Il numero di serie e di film prodotti alle diverse latitudini è infatti piuttosto elevato e variegato, molti dei quali sono entrati a fare parte del catalogo di Netflix. Tra le ultime acquisizioni c’è Into the Beat, il dance-movie made in Germania diretto da Stefan Westerwelle, rilasciato sulla piattaforma statunitense il 16 aprile, che di fatto accoglie un altro degli innumerevoli cloni che da una ventina di anni a questa parte hanno visto la luce. In tal senso, sfogliando i titoli presenti sulla piattaforma (da Feel the Beat a Break, da Battle a Full Out, passando per Let’s Dance e Work It) è facile imbattersi in trame fotocopia che sembrano sfornate da una catena di montaggio piuttosto che dalle penne di sceneggiatori. Nella stragrande maggioranza dei casi le analogie sul piano narrativo e nelle one lines dei personaggi tra una pellicola e l’altra sono talmente forti da trasmettere immediatamente allo spettatore di turno una fastidiosissima sensazione di déjà-vu. Il ché pone il fruitore al cospetto di un copione già scritto, per non dire di una minestra riscaldata con qualche aggiunta qua e là nella ricetta base, nel quale l’originalità è merce rara.

Vedere Into the Beat è come leggere un copione già scritto

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Da qui il dono della preveggenza per quanto concerne i fatti narrati, i suoi sviluppi ed epiloghi. Da questa critica non è esente nemmeno la pellicola in questione, riconducibile per caratteristiche al nutrito filone del film danzeresco, che ha alle spalle pochi illustri precedenti che hanno qualcosa da dire e una miriade di copie sbiadite che si limitano a replicare. Di conseguenza, vedere Into the Beat è come fare un salto in un passato non troppo remoto per ritrovarsi faccia a faccia con storie dai tratti comuni che non aggiungono nulla sul piano drammaturgico e narrativo, a differenza di quello del ballo e della sua messa in quadro dove si cerca di sorprendere e coinvolgere la platea con coreografie sempre più spettacolari ed elaborate. Tutto porta inevitabilmente a Save the Last Dance, Battle of the Year, alla saga di Step Up e a quella di StreetDance. Film, questi, che a loro volta hanno attinto a piene mani da capisaldi divenuti cult, a cominciare da Footloose o Flashdance. Sembra quindi di rileggere sempre le stesse righe di un libro che sappiamo con capitoli di anticipo come finirà e quale sia il destino del ballerino o della ballerina chiamato/a in causa.

In Into the Beat i paragrafi del coming of age confluiscono nel tipico show coreografico

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Per questo motivo la curiosità e le aspettative nei confronti di Into the Beat erano basse già in partenza. È bastato gettare un occhio sulla sinossi del quarto lungometraggio di Westerwelle per sentire risuonare  ancora una volta quel campanello d’allarme. È stato sufficiente assistere ai primi 30 minuti dei 102 complessivi per avere la conferma. Ciononostante un’occasione non si nega a nessuno ed eccoci catapultati al seguito di una giovane ballerina di danza classica, per di più figlia d’arte,  fulminata sulla via di Damasco quando incontrerà un gruppo di ballerini di strada, scoprendo una passione irrefrenabile per l’hip hop. Il ché la metterà di fronte a una scelta da prendere. Nel mezzo i conflitti familiari, i dubbi amletici e i turbamenti amorosi. Insomma, tutto il campionario che si è soliti trovare in ogni romanzo di formazione che si rispetti. Un campionario che ritroviamo puntualmente nel film del cineasta tedesco, che vede i paragrafi del coming of age confluire nel tipico show coreografico.

Into the Beat: alla pigrizia della scrittura fa da contraltare la qualità delle coreografie

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Sentimenti e danza, gioie e dolori, baci e passi, punte e scarpe da ginnastica, sbarra e strada, diventano la materia prima su e intorno alla quale prende forma e poca sostanza un’opera pigra dal punto di vista della scrittura, ma generosa quando si tratta di passare dalle parole ai fatti. Le note positive, infatti, arrivano dalle sequenze di ballo, non molte a dire la verità rispetto al numero al quale siamo abituati. Into the Beat si tiene a galla grazie a una manciata di coreografie nelle quali la street dance si mescola senza soluzione di continuità con la danza classica, partorendo delle session coinvolgenti e d’impatto (quella nei vagoni della metro, quella sul ponte della nave da crociera e ovviamente quello finale dell’audizione). Insomma, pochi ma buoni, piuttosto che tanti e di scarsa qualità.