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Sono tanti gli esempi nel mondo del cinema di film ambientati in uno spazio chiuso, film che intersecano i propri fili in spazi circoscritti i quali diventano – quasi automaticamente – personaggi rilevanti tanto quanto gli esseri viventi che li abitano. Nel 2015 Jeremy Saulnier (Hold the Dark) ha l’idea di ambientare un film in una green room – la “sala d’attesa” che ospita gli artisti in un locale o in un teatro prima e dopo una performance -, lo scrive, lo dirige e dentro ci mette Anton Yelchin, Imogen Poots e Patrick Stewart.

Green Room debutta alla Quinzaine des Réalisateurs al Festival di Cannes, poi al Toronto International Film Festival, ma col pubblico non ha molto successo. Passa in sordina, nonostante un cast interessante e una storia potenzialmente attraente. La protagonista della storia è una scalcagnata band punk che, essendo in ristrettezze economiche, accetta di suonare in un locale di suprematisti bianchi. Isolati nel mezzo dell’Oregon, i musicisti affrontano i neonazisti a muso duro, ma quando – dopo un concerto caotico – tornano nella green room, trovano il cadavere di una ragazza, uccisa da un membro della banda che possiede il locale. Terrorizzati dall’idea di poter fare la stessa fine, si rinchiudono nella stanza alla disperata ricerca di un modo per sopravvivere.

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Green Room: la potenza di Patrick Stewart

Saulnier ha un’idea interessante, sceglie gli interpreti giusti, ma fallisce nel costruire la tensione claustrofobica che dovrebbe permeare un film del genere. Dopo una prima parte adeguatissima, che gioca sull’incoscienza dei protagonisti e sulla furbizia criminale dei neonazisti (i primi spacconi, ma giovani e ingenui; i secondi abituati alla violenza e, soprattutto, a nasconderla dalla polizia), il film perde di potenza man mano che si dimentica la propria identità: smette di essere un thriller claustrofobico e diventa un dramma disorganizzato, crudo, ma poco efficace.

Non basta nemmeno un cattivissimo Patrick Stewart, nei panni del leader suprematista, a risollevare il film dai suoi scivoloni. La sua è un’entrata in scena pazzesca, rivelata poco alla volta (partendo dalla riconoscibilissima testa calva, perfettamente adatta al ruolo per ovvi motivi) e che lascia spazio fino alla fine a un personaggio del quale vorremmo sapere di più, ma questo non accade. Non sappiamo nulla di lui e non sappiamo nulla di nessuno dei personaggi. Tutto rimane in superficie, stereotipato e, più di tutto, confuso. Le linee thriller sono davvero thriller, ci mancherebbe, ma non possiamo fare a meno di desiderare qualcosa di più dall’inevitabile dinamica gatto-topo del quale il film si impregna e che – al contrario delle aspettative – fallisce nel catturare davvero la nostra attenzione.

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Green Room e l’eredità di Anton Yelchin

Il resto del cast non è sempre al livello di Stewart, ma non possiamo fare a meno di aprire una parentesi su Anton Yelchin. L’attore è morto nel 2016 nella sua casa a Los Angeles quando, in seguito al malfunzionamento del freno a mano della sua auto, è rimasto schiacciato tra il veicolo e il muretto della villa. Yelchin, che al momento della sua scomparsa aveva solo 27 anni, aveva già partecipato a film parecchio importanti, con ruoli che l’avevano fatto entrare di diritto nella lista degli attori emergenti più interessanti del panorama hollywoodiano. L’avevamo visto in Alpha Dog (2006), era stato Pavel Chekov nei film di Star Trek di J.J. Abrams, e aveva preso parte a film come Solo gli amanti sopravvivono di Jarmusch e Trollhunters di Guillermo del Toro.

Diventa inevitabile – e tristissimo – soffermarsi a immaginare quante altre cose avrebbe potuto fare, con quali ruoli ci avrebbe sorpreso (capace, sempre, di trasmettere le emozioni giuste, in un modo tutto suo) e che tipo di carriera avrebbe scelto di percorrere. Rimaniamo con la sua eredità, nella quale Green Room è un tassello importante: Yelchin è un protagonista lontanissimo dall’archetipo di eroe, ha continuamente una paura destabilizzante, adattissima alla situazione nella quale si trova. Non diventa (Deus Ex Machina) un action man pronto a risolvere la situazione: rimane un musicista timido e deboluccio, il cui unico approccio alla guerra è una partita di paintball. E i suoi occhi sgranati e la voce tremolante fanno il proprio lavoro alla perfezione.

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Green Room non è pessimo. Rimane un thriller da vedere se vi piacciono i thriller e se siete alla ricerca di un concept nuovo. Desidererete che Saulnier avesse avuto il coraggio di rimanere fedele alla propria idea, senza scendere a compromessi con il possibile timore che un film ambientato in una green room potesse annoiare il pubblico, desideroso (sempre) di azione al cardiopalma. Ma il pubblico si adatta alle cose più impensate e, chissà, forse si sarebbe adattato anche a Green Room.

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