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Dovessimo individuare un prima e un dopo, all’interno della cinematografia del regista danese Nicolas Winding Refn, lo spartiacque andrebbe rintracciato senza dubbio in Drive. È con Drive – che nel 2011 vince a sorpresa a Cannes il Premio alla Miglior Regia – che Refn si mostra ufficialmente all’opinione pubblica, favorendo così anche la rivalutazione dei suoi 7 (!) film precedenti, che fino a quel momento avevano goduto di scarsissima visibilità. Da carneade a cineasta di culto, nel giro di 100 minuti che raccontano in effetti uno stile radicale, un approccio alla settima arte anomalo e fieramente post-moderno.

Too Old to Die Young: la giustizia secondo Nicolas Winding Refn

La storia del pilota senza nome, che di giorno fa il meccanico e di notte si trasforma in uno spietato driver mettendo a disposizione la sua non comune abilità alla guida, non inventa nulla; anzi, è apertamente un saggio di cinema di genere che riprende situazioni già vissute e masticate (su tutti Driver l’imprendibile di Walter Hill) dandogli una nuova affascinante forma. Da questo punto di vista (e, probabilmente, solo da questo), l’opera di Refn è “concettualmente” assimilabile a quella di Quentin Tarantino: il cinema va riletto, omaggiato, fuso in una nuova istanza che non assomiglia a nulla di quanto è stato fatto precedentemente, nonostante sia costruito sul déjà-vu e sulla coazione a ripetere.

Drive: le regole del gioco

Drive cinematographe.it“Ci sono 100.000 strade in questa città. Dimmi l’ora e il posto e ti do un margine di 5 minuti. Qualunque cosa succeda in quei 5 minuti, sono a tua disposizione. Qualunque cosa succeda passati i 5 minuti, sei da solo. Capito?”. Questa domanda, rivolta nell’incipit del film a un potenziale cliente, è anche in verità rivolta a noi spettatori: Drivetratto piuttosto fedelmente dall’omonimo romanzo di James Sallis – stabilisce delle proprie personalissime regole, ingabbiandoci senza la minima presentazione in una struttura narrativa di cui sappiamo pochissimo. Non conosciamo l’identità del protagonista, non è dato sapere quale sia stata la sua vita precedente né cosa l’abbia spinto a intraprendere la professione di pilota.

Too Old To Die Young: il ruolo della musica nella serie di Nicolas Winding Refn

Con un occhio al noir hollywoodiano, Refn stilizza la sua vicenda – scritta da Hossein Amini, autore anche degli script di 47 Ronin (2013) e di Il traditore tipo (2016) – ma la rende al contempo fortemente iperrealistica, la spinge agli estremi dell’estetica ma la trafigge con il pathos e col sentimentalismo. Perché il personaggio interpretato da Ryan Gosling (che con sole due o tre espressioni riesce a comunicare una gamma variegata di stati d’animo) mantiene sempre e comunque le distanze, ben consapevole che una “variabile umana” porterebbe all’imprevisto e alla perdita di controllo della situazione.

Drive: le conseguenze dell’amore

Drive cinematographe.itNonostante i silenzi e la distanza forzata da qualunque forma di contatto, nel momento in cui la fragile Irene (Carey Mulligan, che nel triennio 2011-2013 vive il suo periodo d’oro grazie a Shame e a Il grande Gatsby, oltre ovviamente a Drive) entra nella sua vita, lo scostante e trattenuto driver non può respingerla. Non può perché non vuole, ben sapendo tuttavia che nulla sarà come prima. Irene aspetta il ritorno di suo marito Standard (un nome per nulla casuale) dal carcere, ma al contempo chiede aiuto e comprensione, con lo sguardo, all’unica persona che forse può salvarla da se stessa e dall’oblio.

Too Old to Die Young: recensione della serie di Nicolas Winding Refn

È una relazione pura e per questo dolorosa, appena sussurrata e destinata, fin dalle sue prime battute, al fallimento. L’amore in Drive (non siamo i primi a dirlo) è solo potenza, possibilità non realizzata; e proprio in virtù di questo diventa, senza che sia necessario esplicitarlo, un miraggio struggente e spietato. Ci sono pudore e rassegnazione, nell’impossibile vicenda amorosa dei due personaggi principali, così come un innegabile senso di nichilismo e di morte attraversa il tentativo del protagonista di uscire dalla lotta malavitosa in cui è restato suo malgrado invischiato. La messinscena, in questo senso, diventa un piccolo miracolo compositivo: dal montaggio ritmico al contrappunto sonoro “sintetico” di Cliff Martinez, fino all’attenzione quasi ossessiva per i corpi (elemento che deflagrerà nel successivo The Neon Demon), tutto concorre alla rappresentazione di una ballata senza speranza, al manifesto dell’incontrovertibile solitudine dell’uomo contemporaneo.

Drive: la parabola e l’archetipo

Drive cinematographe.itDrive rappresenta probabilmente il capolavoro di Refn, il film per il quale verrà sempre e comunque ricordato. La misura e l’eliminazione degli eccessi sono le sue carte vincenti: non siamo più di fronte al – pur irresistibile – materiale grezzo e alla grana grossa della trilogia Pusher (1996, 2004, 2005), ma neanche al vacuo estetismo formale dei prodotti successivi (Solo Dio perdona, 2013; il sopraccitato The Neon Demon, 2016), in cui il cineasta s’è fatto brand di sé medesimo. In Drive vince l’equilibrio e trionfano la maturità e il controllo sui mezzi a disposizione. Senza rinunciare ai vezzi divenuti marchi di fabbrica (il ralenti, l’inquadratura fissa), ma gestendoli e tenendoli a briglia corta.

Con semplici tratti si materializza una parabola universale che ragiona per archetipi, suddividendo in modo netto e manicheo il mondo dei buoni (di cui fa parte anche l’ingenuo Shannon, interpretato da Bryan Cranston, vittima sacrificale designata) da quello dei cattivi. Un’opera che fin dalla sua prima proiezione cannense ha scatenato un dibattito che prosegue ancora, a distanza di anni. Che si ami o che si odi l’operato di Refn, Drive rappresenta l’espressione massima di una poetica che ha segnato il cinema contemporaneo, raggiungendo lo status di cult istantaneo. Un cult irripetibile, che nemmeno il suo creatore è stato più in grado di replicare.

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