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Partiamo dal presupposto che questa recensione, la recensione di Too Old to Die Young, è nella sezione sbagliata del sito. Questo perché non esiste una categorizzazione esistente per la nuova opera di Nicolas Winding Refn che è sì un prodotto a episodi, ma che non assomiglia a nient’altro che sia mai stato creato per il piccolo (ma nemmeno per il grande) schermo.

L’avvento delle piattaforme streaming ha permesso una sperimentazione che prima potevamo solo immaginare. Basti pensare a Netflix che, nell’ultimo anno, ha diffuso serie da 15 episodi, ma anche esperimenti mediali come Black Mirror: Bandersnatch (il film interattivo che ragiona sul libero arbitrio o, meglio, sulla sua assenza). Refn ha dedicato 2 anni alla produzione e all’editing della sua serie – che ha debuttato il 14 giugno su Amazon Prime Video – premettendo a spettatori e critica che di serie proprio non si sarebbe trattato. E aveva ragione: Too Old To Die Young (presentato a Cannes 2019) potrebbe essere un film di tredici ore, ma anche 10 film da un’ora (a volte un’ora e mezza) ciascuno.

È un prodotto audace e brillante che, senza alcun dubbio, mette alla prova i limiti del suo pubblico, anche di coloro che possono definirsi più disponibili alla sperimentazione artistica. Too Old to Die Young non è un’opera per il grande pubblico: il target è la critica, sono i cinefili e gli appassionati. Chiunque non appartenga a queste striminzite categorie e decida di approcciarvisi, abbandonerà immediatamente. Per capire quanto la visione della serie sia estraniante e diversa da qualunque altra cosa, basti pensare che alla stampa presente al Festival francese (e ai siti che hanno richiesto l’anteprima) sono stati resi disponibili gli episodi 4 e 5. Nel mezzo. Come se l’ordine di visione non contasse davvero. E forse è così: anche a detta di Refn stesso, non importa che si decida di vedere la serie per intero o solo qualche episodio.

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Di cosa parla Too Old to Die Young

Too Old to Die Young è talmente alienante che è difficile persino raccogliere le idee per capire di cosa parli. La storia ruota attorno a Martin (un Miles Teller bellissimo e iper-americano), un poliziotto di Los Angeles che si ritrova a lavorare come sicario per delle organizzazioni criminali. All’orizzonte, però, c’è un’importante crisi di coscienza che lo farà ragionare sulle sue scelte e sulle sue motivazioni. Attorno a lui c’è una fidanzata minorenne (Nell Tiger Free) e il padre cocainomane (William Baldwin), il capo di un cartello criminale messicano (Augusto Aguilera) e sua moglie (Cristina Rodlo), una medium e santona new age (Jena Malone) che grazie al suo scagnozzo (John Hawkes) dedica la sua vita a ripulire la società da stupratori, violenti e pedofili.

Il mondo che dipinge Refn, come ogni altro prodotto che porta il suo nome, è deformato e irreale. Psichedelico e (come sempre) al neon. Sui suoi abitanti aleggia un’aria minacciosa che rimanda ogni momento di più al giudizio universale: al momento in cui ognuno dovrà pagare per le sue colpe; perché in fondo siamo tutti colpevoli di qualcosa. Nessuno è davvero felice, nessuno è davvero al sicuro quando si parla di giustizia.

Insomma, accadono molte cose e tutte sono alquanto bizzarre nella serie che, però, non possiamo fare a meno di pensare, sia molto meno brillante e stratificata di quanto pensi di essere. La sceneggiatura scritta da Refn, Ed Brubaker e Halley Wegryn Gross è pretenziosa senza riuscire a raggiungere le vette dei lavori precedenti del filmmaker danese come Solo Dio perdona (2013) o The Neon Demon (2016). Refn dirige i suoi attori volutamente a ritmo sballato, prendendosi un tempo che pare infinito.

too old to die young

Con Too Old to Die Young, Nicolas Winding Refn dilata i tempi, allunga i dialoghi e crea sequenza potenzialmente infinite

Capita che il cast decida di uscire dal percorso tracciato per pronunciare più di una parola ogni 20 secondi perché il dramma lo richiede, ma tutto torna immediatamente al suo posto. Ci pensano Refn e il suo editor di lunga data Matthew Newman a dilatare le attese facendo decantare le scene come fossero vino rosso. Amano il silenzio: non esiste nessuno che riesca a sfruttare l’assenza di rumore come Nicolas Winding Refn. Il problema è uno solo, però: nella forzata intimità della sala cinematografica, questo funziona molto bene, è tollerabile e, anzi, coinvolgente. Gli spettatori seduti sul divano o su una sedia davanti al PC, avranno la stessa pazienza? Difficile: soprattutto perché in TOTDY spesso questa attesa non ripaga in alcun modo.

Ma non stiamo parlando di uno qualunque. Stiamo parlando di uno dei registi più apprezzati di questo decennio. Stiamo parlando di un uomo con una chiara visione del cinema e della vita e, per questo, con diverse remore non possiamo che apprezzare Too Old to Die Young e non possiamo che tessere le lodi di un individuo che ha deciso di sacrificare il mezzo per arrivare a un obiettivo più grande: l’arte in sé e per sé. E nel raggiungimento del fine, a volte ci si diverte pure. Nella serie ci sono momenti di cinema puro, momenti erotici e violentissimi, momenti bizzarri e che strappano persino una risata.

Ci sono inseguimenti d’auto nei quali diventa fondamentale per gli inseguitori decidere quale canzone ascoltare nel mentre. Ci sono masturbazioni distaccate, sesso sadomaso, stupri e incesti immaginati. Ci sono mani mozzate. Più in generale, però, c’è una cosa che funziona più di tutto: l’estetica di Nicolas Winding Refn. Essa lavora a pieno regime, accompagnata dai ritmi elettronici e riconoscibilissimi di Cliff Martinez che pulsano per tutta la serie.

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Too Old to Die Young è Nicolas Winding Refn all’ennesima potenza

Refn è quello che anni fa, durante un’intervista, disse che l’arte è un atto di violenza. Questa filosofia torna e ritorna nei suoi film e non poteva mancare in Too Old to Die Young che è un inno alla violenza, sui suoi protagonisti e sugli spettatori. Il cineasta – durante la conferenza di presentazione disse che nella serie le donne sono “la speranza” e che gli uomini vengono “demoliti”. Questo concetto non è mai davvero chiaro e contemporaneamente è sbandierato in maniera sfacciatissima, tra eroine, assassine e profetesse, tutte accomunate da una vena vendicativa che gli uomini non riescono davvero a portare a termine allo stesso modo. Almeno non in TOTDY.

Le donne sono oggetti sessuali, ma solo finché lo desiderano. O finché non riescono a liberarsi. La liberazione, però, avviene ovviamente attraverso la violenza perché nel mondo di Refn non c’è altro modo.

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Too Old to Die Young è un eccessivo esercizio di stile che urla in faccia al suo pubblico e per dimostrargli con angoscioso desiderio di essere all’altezza delle aspettative. Sequenze lunghissime, dialoghi svuotati, scatti di estrema brutalità: è tutto parte del processo e la sua accettazione è una decisione totalmente personale. Sta allo spettatore scegliere se continuare a guardare, senza obblighi di trama e continuità. A Refn non importa se lo crediamo pretenzioso, fa parte del suo fascino. La serie presenta tutto ciò che i suoi detrattori considerano debolezze e di cui i suoi ammiratori non possono fare a meno.

Sostenere che il lavoro di Refn sia provocatorio in maniera gratuita non ha alcun senso. È come dire che David Lynch è surreale: è così vero da essere ovvio e non è questo il punto. Il format di Amazon permette al regista di abbandonarsi alla sua natura. Di nuovo la cosa più importante nei film (e nella serie) di Refn, è Refn stesso. Prendere o lasciare.

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