American Gods

Avete fede? In cosa credete? Gli Dei nascono insieme agli uomini. Le esistenze di entrambi sono legate ad una necessità che è essenza fondamentale della loro esistenza. Gli uomini hanno bisogno di credere in qualcosa, gli Dei hanno bisogno della fede dei loro fedeli: uno scambio alla pari che, con l’avvento della modernità si è tramutato. Gli dei antichi sono stati sostituiti da nuovi idoli, pronti a soddisfare le nuove impellenti esigenze dei comuni mortali. E di questo spostamento di fede parla American Gods, racconto favolosamente mistico della battaglia tra dei antichi e moderni.

La serie distribuita in Italia da Amazon è tratta dall’omonimo romanzo di Neil Gaiman. A spostare il fascinoso testo dell’autore britannico dalla carta stampata al piccolo schermo sono stati Bryan Fuller (Heroes e Hannibal) e Michael Green (sceneggiatore, tra le altre cose, di Blade Runner 2049 e Logan), attenti a mantenere intatta l’atmosfera surreale del libro originale. American Gods è riuscito a portare a termine un’impresa titanica: è una gioia per il lettore che cerca di dare forma all’immaginazione che Gaiman stuzzica e aizza. La serie riesce a mantenere proprio quell’aspetto onirico di cui, in fondo, avevamo un disperato bisogno.

American Gods è una processione verso la scoperta delle fede verso un Dio, uno qualunque.

American Gods

La prima stagione è un vero e proprio viaggio. Un’avventura on the road alla scoperta di quel mondo sovraumano fatto di divinità dimenticate, di essere occulti, veggenti. Seguiamo Shadow Moon (Ricky Whittle) e Mr. Wednesday (Ian McShane) attraverso l’America, attraverso tradizioni sconosciute, perdute, riscoperte. Attraverso gli occhi di Shadow – personaggio ancora circondato da un alone di mistero – passiamo dallo scetticismo alla fede cieca nel vendicativo Odino, Dio dai mille nomi, nella zuccherosa Eostre, nel guerrafondaio Vulcano, nella lussuriosa e seducente Bilquis, regina di Saba. All’inizio di ogni episodio conosciamo meglio un nuovo pezzo della storia, della mitologia divina che appartiene alle culture più disparate. Passiamo dall’antico Egitto alle leggende nordiche, dall’Etiopia all’Iran, passando per la cultura germanica.

Avevamo davvero bisogno di American Gods. Non lo sapevamo (o, meglio, solo gli accaniti lettori di Neil Gaiman lo sapevano), ma nell’immenso panorama televisivo – che negli ultimi anni ha sfornato prodotti incredibili, pensate liberamente al vostro preferito, che sia Game of Thrones, Breaking Bad o The Leftovers, per dirne alcuni – avevamo bisogno di qualcosa che unisse così tanti ingredienti diversi. Avevamo bisogno di appagare lo sguardo tanto quanto la nostra sete di conoscenza, di narrazione, di scoperta creativa.

American Gods

Senza troppi giri di parole, American Gods è esteticamente impeccabile.

Non è di certo la prima serie TV che raggiunge l’obiettivo e che sorprende i suoi spettatori con splendidi visual, ma in questo caso quello che ci troviamo davanti è descrivibile con una sola parola: mistico. E a noi il mistico piace da morire. Ci piace soprattutto se a tenere insieme un elemento con l’altro è una misticità onirica, brillante, fatta di ombre ben allineate, computer grafica impeccabile e bellezza oltre ogni cosa, anche oltre la bruttezza: una bruttezza fatta di pelle rovinata, di imperfezione, di cicatrici. Una bruttezza dell’umano contrapposto alla perfezione divina, ai colori pastello, all’oro, alla meraviglia dell’aldilà.

Ogni descrizione, ogni critica positiva ad American Gods appare iperbolica, esagerata, vero, ma non si può descrivere una serie del genere con parole normali, senza esaltazione, senza passione. Se avete visto la serie, sapete di cosa stiamo parlando e sentite, in questo momento, una sensazione nel petto: è l’eccitazione di aver scoperto un mondo e la voglia di volerne di più. Se non l’avete ancora vista, speriamo che di questa sensazione voi abbiate bisogno e che la troviate in uno show che potrebbe entrare negli annali della televisione d’oltreoceano.