Napoli, 1972. Peppino Lo Cicero è un killer in pensione. Vive dei ricordi della sua amata moglie defunta e dei consigli per suo figlio Antonino, di professione guappo anch’egli. L’equilibrio si spezza quando Antonino viene assassinato, e da lì suo padre tornerà in strada per vendicarsi del ragazzo. 5 è il numero perfetto è lo stesso titolo della graphic novel edita nel 2000 ad opera di Igort, che per l’occasione esordisce dietro la macchina da presa, portando in sala la sua creatura letteraria. Il film, presentato oggi alla Mostra del Cinema di Venezia nella sezione Giornate degli Autori e contemporaneamente portato in sala da 01 Distribution, è prodotto da Propaganda Italia, Jean Vigo e Rai Cinema.

5 è il numero perfetto: dal fumetto al film

Per la sua prima volta da regista Igort sceglie una partizione molto vicina al linguaggio del fumetto. In particolare al suo modo di dar vita alle pagine di carta. Non è solo il ritmo del genere noir a definire l’anima di questo film, ma anche le scelte grafiche, le inquadrature multiple, le sequenze spezzate in montaggio come fossero tavole da disegno da girare con la precisione di una matita. Si nota soprattutto una cadenza della narrazione che alterna il lirismo di tavole mute, con scene di silenzio ricche di eloquenza, alle sparatorie messe in scena come coreografie. Una scelta lontana dall’odierno iperrealismo cinematografico, e più vicine, appunto, alla dimensione onirica e iconografica che troviamo più spesso tra le pagine di un fumetto.

Nell’opera cartacea, questa storia era segnata da una bicromia nero-blu, asciugatura estetica al servizio di un raccoglimento fruitivo totalmente diverso da quello stimolato dal grande schermo. Infatti qui sboccia un una fotografia che definisce i colori esaltandoli negli interni, e per gli esterni si racconta per immagini una Napoli oscura come una piccola Gotham City à la Bob Kane, o, ancora di più, come una italiana Sin City à la Frank Miller. Notturna e piovosa come mai prima, in questa Napoli, uniche tracce di allegoria sono i cartelli pubblicitari d’epoca post-caroselli.

I protagonisti sono Toni Servillo, Lo Cicero, Carlo Buccirosso, fedele compagno di guerre trasversali, e Valeria Golino, vecchia fiamma del killer vendicatore. In particolare, il profilo di Servillo si fa aquilino come quello marcatissimo del suo personaggio nel fumetto. Ha uno stile retrò anche per gli anni settanta, da com’è abbigliato sembra più vicino ai boss di Dick Tracy che ai contemporanei figli dei fiori, o a mise da poliziotteschi.

Anche in questo, Igort porta oltre la carta il suo sottile gioco del fuoriluogo, costruzione certosina di elementi essenziali di varie origini che creano la giusta tensione già dall’immediato impatto estetico.

5 è il numero perfetto

5 è il numero perfetto: musica, parole e guapperia

Il pastiche cesellato nelle sue geometrie visive viene accompagnato dalle musiche originali di D-Ross e Startuffo. Tra iniezioni elettroniche vengono rispolverate, anche grazie ai suoni di oboi e mandole, atmosfere sornione che giocano a ricordarci Il Padrino e i più classici gangster movie americani del passato. Su questo scenario si appoggia furtiva la narrazione vera e propria di Igort, una storia di vendetta, nostalgia, tradimenti, amori ritrovati, amicizia tra guappi e soprattutto di risveglio verso la libertà. Lo Cicero è un vecchio che torna in auge suo malgrado. Rappresenta anche il familismo tutto italiano delle vecchie generazioni che mantengono le nuove, fosse anche nella vendetta.

Nel Padrino era infatti era il figlio Michael a succedere al padre, Don Vito Corleone. Invece da noi tutto s’inverte producendo una rarefazione oscura, contrastata soltanto da numerosi innesti d’autoironia. “L’uomo non è quello che mangia, l’uomo non è quello che caca. L’uomo è come uccide”. Dirà al figlio Lo Cicero in un napoletano eduardiano, davanti a un caffè bollente tra le mura di casa. Essere killer di padre in figlio, la tradizione familiare di un male reso quotidiano, e quindi bene. Qui non si cercano giudizi, mitizzazione o condanne come in Gomorra. Gli elementi narrativi galleggiano in un silenzio cosmico tutto letterario, cartaceo, che Igort restituisce al cinema con tutta la potenza di cui è capace.

5 è il numero perfetto, cinematographe

5 è il numero perfetto: il bene e il male

C’è tanto di buono in questo film, ma a volte, si sente un po’ troppo il peso onnipresente del linguaggio disegnato a discapito di quello più dinamicamente cinematografico. L’opera prima dell’autore cagliaritano cresciuto artisticamente a Bologna tra le pagine di Linus, Alter e Frigidaire, risulta estremamente coraggiosa per questa scelta, ma al tempo stesso ne fa il suo limite. Eppure ce ne fossero, di bei confini come questo.

Prestare il fianco per il nobile travaso di un’arte, il fumetto, che caparbiamente stringe a sé i suoi dettami pur sul grande schermo – a sua volta fascinoso corruttore di linguaggi e media da sempre – risulta in ultima analisi come la misura della durezza, e quindi del valore, d’una pietra preziosa, che seppur grezza in alcune sue sfaccettature, regala piacere alla visione.

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