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Non c’è niente come Friends. Non era mai esistito niente come Friends e, per quanto Hollywood non smetta di provarci, non ci sarà mai più niente come Friends. È il 22 settembre 1994 quando sul network americano NBC debutta una sitcom che si prepara a dominare il panorama televisivo e che, in quel giorno, imposta senza fatica uno schema vincente, così semplice che (ora) sembra ovvio. Al centro della scena, davanti a un pubblico che assiste dal vivo alle loro avventure, non ci sono solo sei ragazzi attraenti, simpatici, magnetici. A essere colpito dai riflettori del teatro di posa Stage Five dei Warner Bros. Studios di Burbank, California, c’è un concetto astratto e contemporaneamente iper-tangibile: l’amicizia profonda, quella che è in grado di sostituire la famiglia, nella vita e nelle serie TV.

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Sì, perché all’alba di quella stagione televisiva di metà anni Novanta sembra quasi che i network si siano messi d’accordo: quello sarà l’anno della “famiglia”. Il successo di Otto sotto un tetto (1989-1998) è ancora apicale e stanno per debuttare sitcom come All-American Girl, Me and the Boys (entrambe andate in onda solo per una stagione) e non uno, ma ben due show su un gruppo di orfani che tenta di crescere senza genitori: On Our Own (1994-1995) e Cinque in famiglia (1994-2000). E il 1994 è davvero l’anno della famiglia per la TV americana, solo non in senso stretto.

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Marta Kauffman (che recentemente ha scritto il brillante Grace & Frankie di Netflix) e David Crane (tornato a lavorare con Matt LeBlanc per Episodes) sviluppano una serie che ruota attorno a un gruppo di amici che affronta la vita a New York, tra problemi amorosi e guai lavorativi. Cambiano il titolo più volte (da Insomnia Cafe, diventa Friends Like Us e poi solo Friends). Trovano sei protagonisti fortissimi e attorno alle loro personalità creano personaggi credibili e affascinanti. Ci sono il paleontologo nevrotico Ross (David Schwimmer) e la sorella Monica (Courteney Cox), ossessionata dalla pulizia. Ci sono il sarcastico Chandler (Matthew Perry) e il coinquilino Joey (Matt LeBlanc), attore squattrinato e donnaiolo. C’è la bizzarra e svampita Phoebe (Lisa Kudrow) e c’è la stilosissima Rachel (Jennifer Aniston), appena fuggita dal suo matrimonio, viziata e alla ricerca di una nuova vita fatta d’indipendenza e soddisfazione personale. Come disse David Schwimmer a Vanity Fair: “Trovare magicamente un attore che sia perfetto per un ruolo è difficile, ma trovarne sei e che abbiano anche chimica tra di loro è semplicemente un miracolo”. Un miracolo.

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Di nuovo, è il 22 settembre 1994, lo schermo si accende e c’è una scritta: F•R•I•E•N•D•S. Un riff di chitarra accompagna l’apparizione di una fontana illuminata che fa da sfondo a un divano marrone. Quelle prime note si allineano per diventare una sigla che, da quel momento, tutti conosceranno a memoria e che sarà impossibile togliersi dalla testa (ed evitare di cantarla senza fermarsi a battere le mani 5 volte al momento giusto). È I’ll Be There for You dei Rembrandts – che potete ascoltare qui sotto, non c’è di che – e diventa un tutt’uno con la serie. Sul divano marrone compaiono sei ragazzi che iniziano a ballare, ridere, abbracciarsi. Si buttano nella fontana, giocano. Hanno già conquistato tutti.

La sigla (che, diciamolo, è una delle migliori sigle di sempre) finisce e dalla dissolvenza in nero appare l’insegna della caffetteria Central Perk. In maniera poco organica, a mo’ di scenette, ci viene chiarita fin da subito la natura di ogni personaggio e il ruolo di ognuno nella compagnia. È uno stile registico estremamente respingente, bruttino, ma poco importa: Friends ci ha già risucchiati e non possiamo fare a meno di scoprire a nostre spese quanto sia, nonostante tutto, coinvolgente.

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Sono passati tre minuti e tutto è molto chiaro. Tutti hanno problemi amorosi, ma ognuno li vive a modo suo. Monica è sfortunata, ma speranzosa. Phoebe è strana e attira gente strana. Chandler è l’eterno sfigato afflitto da problemi quasi edipici. Joey è un giocatore, uno scapolo incallito. Ross, che entra in scena fradicio di pioggia e tristissimo, non agogna altro che l’Amore (con la A maiuscola). E Rachel – la bella ragazza vestita da sposa che ha appena fatto irruzione nel locale – sta cercando di coltivare l’amore per se stessa fuggendo dalla gabbia di un rapporto senza vie d’uscita.

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Friends: gli amici ci saranno sempre, anche 10 anni dopo

Per i successivi 10 anni ognuno di loro subirà un’evoluzione personale (quasi sempre) coerente. L’amore non sarà sempre l’unico problema: muovere i passi nell’età adulta significa trovare lavoro e sbagliare carriera. Significa essere al verde e riuscire a diventare quello che si vuole, oppure no. Significa spostarsi, sposarsi, rimanere incinte o non riuscirci. Succedono tantissime cose in 10 anni, ma una certezza c’è: quegli amici tanto preziosi rimarranno gli uni al fianco degli altri e lo faranno nonostante tutto.

Quel pilota e i seguenti 235 episodi rivoluzionano il modo di concepire le sitcom e piazzano Friends tra i capisaldi della serialità. Che siate o meno fan dello show (se esiste nel mondo qualcuno che può coscientemente dire di non apprezzare Friends senza essere un folle o uno sprovveduto) è innegabile, quasi scientifico, che esso abbia cambiato per sempre il piccolo schermo, il pubblico e la cultura pop. Come pochi altri prodotti, Friends ha condizionato la società dell’epoca attraverso nuove mode, tormentoni e copie carbone che negli anni a venire hanno guadagnato un successo impressionante, tutto grazie al sapiente sentiero tracciato da Kauffman e Crane. Alcuni sono omaggi (chiamiamoli così) palesi, altri sono vaghi riferimenti, ma tutti ne sono stati innegabilmente condizionati: How I Met Your Mother (2005–2014), New Girl (2011–2018), The Big Bang Theory (2007–2019) e altri che hanno avuto molto meno seguito.

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Cosa rende Friends così speciale?

Eppure Friends non è stata la prima sitcom con protagonista un gruppo di amici. Prima era venuto Frasier (1993-2004), ma anche Seinfeld (1989-1998). Cos’ha di diverso? Cosa lo rende tanto fondamentale? La risposta è nell’empatia, è in un meccanismo creato in laboratorio con precisione tale da essere infallibile. È impossibile non riconoscersi nei suoi protagonisti, non rimanere invischiati nei loro fallimenti e nelle loro vittorie. È impossibile non affezionarsi e non vivere – in maniera catartica ed esemplare – i propri problemi attraverso di loro.

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Sono passati 25 anni dalla prima messa in onda di Friends, ma nulla è cambiato; non per coloro che sono ancora in grado di guardare la serie senza lasciarsi condizionare dal revisionismo millennial, il quale ha provato a confutarne il valore appellandosi a misoginia, fat shaming e omofobia. Elementi tristemente presenti in Friends come in qualsiasi altro prodotto precedente al 2000, quando l’attenzione al politicamente corretto era inesistente. Dobbiamo fingere che Friends non avesse problemi di questo tipo? Assolutamente no, ma la chiave sta nella contestualizzazione.

Friends rappresentava la generazione X. Per la prima volta tutti i suoi protagonisti erano giovani e “abbandonati a loro stessi”, privi di una figura più anziana (tipica dei teen drama, per esempio) che servisse da guida, da autorità (per i personaggi e per il pubblico). Mancava la diversità che oggi è necessaria (sia etnica che per quanto riguarda l’orientamento sessuale) e la comicità, come è ovvio che sia, era radicata nella società che la circondava: gli anni Novanta e la loro mancanza di sensibilità agli argomenti sopracitati.

Eppure se, come dicevamo, si riesce a ignorare queste polemiche (superficiali e inutili), dopo un quarto di secolo Friends continua a essere un tassello chiave nella cultura di massa. L’enorme influenza che lo show ha avuto su tutti noi è quasi sconvolgente. Dai tagli di capelli iconici (il Rachel, indimenticabile) e i look che, diciamocelo, sono più attuali che mai, alle battute e ai tormentoni tramandati senza esitazioni (quante GIF di Friends usate ogni giorno?).

Friends: nessuno ti aveva avvertito che la tua vita sarebbe stata così

Nel panorama culturale di allora (e di oggi, in fondo), Friends, la sua sigla e i suoi temi principali hanno perfettamente senso: “Nessuno ti aveva detto che la tua vita sarebbe stata così / Il tuo lavoro fa schifo, non hai un soldo, la tua vita amorosa è morta e defunta”. La sitcom predicava il sorriso contro le avversità, nella certezza che giorni migliori arriveranno. Quell’episodio pilota tanto efficace termina con Monica che dice a Rachel: “Benvenuta nel mondo reale. Fa schifo! Lo adorerai”. 

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Friends ha stabilito il ritmo delle sitcom a venire abituando il pubblico a divertirsi osservando un gruppo di persone che sta bene insieme e la cui forza arriva, appunto, dal rimanere in gruppo, uniti contro le avversità. Sebbene la serie abbia perso gran parte del suo mordente nel corso delle stagioni, a causa di sottotrame ripetitive e un cambiamento inarrestabile nel modo di fruire l’intrattenimento, la sua eredità rimane indelebile. Fissa. Nitida. Incorniciata come quella porta viola che, ancora oggi, riesce a farci sentire a casa.

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