La dolce vita Palma d'oro, cinematographe.it

Era il 1938 quando il diplomatico francese Philippe Erlanger ebbe l’idea di creare un festival del cinema a Cannes, in Francia. All’epoca erano già sei anni che il Festival di Venezia aveva aperto i battenti, ma era ormai chiaro come quell’evento fosse diventato prigioniero del controllo del regime fascista e quindi difficilmente coniugabile con la libertà richiesta dall’arte che celebrava.

L’intento di Erlanger raccolse un consenso così rapido che la prima edizione venne organizzata per il primo settembre dell’anno successivo, data sfortunatamente coincidente con il giorno dell’invasione nazista in Polonia. Si dovette aspettare il 1946, la fine della Seconda Guerra Mondiale, per la nascita del Festival di Cannes. Non fu un successo subitaneo, a dir la verità i suoi primi passi non furono per niente positivi, tant’è che i problemi di bilancio e il poco riscontro di pubblico portarono alla cancellazione della terza e della quinta edizione del Festival e da quella successiva si decise di spostarlo in primavera, perché troppo sofferente della contemporaneità con Venezia. Eppure, nonostante questa scelta, ci vollero comunque diversi anni prima che Cannes divenisse l’evento internazionale che conosciamo oggi.

Per anni rimase un festival elitario, dedicato esclusivamente ai film d’autore, carico di fascino e di mistero, e luogo dove si potevano ammirare le opere più straordinarie del cinema europeo, ma il cui successo usciva dal Vecchio Continente solo in un secondo momento. Una delle edizioni più importanti e anche quella che cominciò ad attirare avventori anche dall’altra parte dell’Atlantico fu quella del 1960, l’anno della vittoria della Palma d’oro de La dolce vita di Federico Fellini.

In questo 2020 in cui non avremo il Festival di Cannes, non nella forma classica almeno, e che segna il centenario dalla nascita del cineasta di Rimini, celebriamo quella leggendaria edizione e ripercorriamo insieme ciò che accadde.

 Cannes: un festival elitario

La dolce vita Palma d'oro, cinematographe.it

Prima del decennio 70/80, che vide la consacrazione dell’internazionalizzazione del Festival di Cannes, grazie alla presenza di attori e registi americani e le vittorie del 1976 di Taxi Driver e del 1979 di Apocalypse Now, una prima grande pietra la mise la vittoria del La dolce vita, in un’edizione in cui, come ricordò il famoso critico statunitense Todd McCarthy, il solo giornalista cinematografico americano presente spediva le sue recensioni in delle buste indirizzate a  New York, dove venivano pubblicate con diversi giorni di ritardo. Così film attesissimi come L’Avventura di Michelangelo Antonioni ma anche, appunto, il film di Federico Fellini, non riuscirono ad arrivare al grande pubblico se non anni dopo.

In quegli anni fuori dalla Francia si parlava del Festival solo in riviste specializzate e la maggior parte delle volte non si scriveva delle pellicole, piuttosto si potevano ammirare gli scatti dal red carpet, famose in questo senso le prime fotografie di Grace Kelly con il principe Ranieri III di Monaco, riducendo Cannes ad un evento mondano, carico di fascino, ma incapace di aprirsi al mondo.

La vittoria de La Dolce Vita e il pianto di Giulietta Masina

Fellini e Simenon, cinematographe.it

Il film è troppo importante perché se ne possa parlare come di solito si fa di un film. Benché non grande come Chaplin, Eisenstein o Mizoguchi, Fellini è senza dubbio un ‘autore’, non ‘regista’. Perciò il film è unicamente suo: non vi esistono né attori né tecnici: niente è casuale.

Pier Paolo Pasolini, Filmcritica, 94, febbraio 1960

La 13esima edizione del Festival di Cannes fu completamente all’insegna del cinema italiano, nonostante la presenza de La fontana della vergine di Ingmar Bergman, Violenza per una giovane di Luis Buñuel e il Ben-Hur di William Wyler, sebbene fuori concorso. Infatti a spartirsi i premi più importanti furono Antonioni (premiato con Prix spécial du Jury) e Fellini, sebbene quest’ultimo contro il favore del pronostico.

Il pubblico di quella edizione non accolse bene la sua pellicola, tant’è che la reazione alla proiezione de La dolce vita non fu assolutamente incoraggiante. Eppure la giuria, presieduta dallo scrittore George Simenon, non ebbe dubbi nel premiarlo come miglior film della competizione, dimostrandosi lungimirante rispetto al pubblico, che accolse l’annuncio della vittoria addirittura subissandolo di fischi e ascoltando il discorso del regista di Rimini con un silenzio gelido, provocando così la famosa crisi di pianto di Giulietta Masina.

La notte romana di Cannes 1960 e le gli aneddoti di Fellini

Come cinegiornale, il film è splendido: divertente e tragico, mosso e svariante. È nella sua estrema libertà di composizione, ricchissimo: senza principio né fine, così stratificato, è lungo tre ore e potrebbe durarne due o sei. Immagine del caos, sembra caotico ed è calcolatissimo; e il suo linguaggio è tenero e aggressivo, smagliante e profondo. Infallibile, viene la tentazione di dire: quasi che il dinamico e pittoresco barocchismo di Fellini avesse raggiunto-non sembri una contraddizione-un classico rigore.

Morando Morandini, “La Notte”, 6 febbraio 1960

Subito dopo la presentazione de La dolce vita, l’amministrazione di quella edizione del Festival di Cannes decise di organizzare un ricevimento speciale, dedicato alla pellicola, dal nome La notte romana. Inutile dire che Federico Fellini fu l’ospite d’onore della serata, un ospite molto entusiasta, stando a quello che si raccontò.

Oltre ai soliti festeggiamenti furono organizzati dei giochi particolari, come la pesca delle bottiglie di champagne e, per omaggiare Anita Ekberg, non mancarono le ragazze che si tuffavano in piscina vestite.

Fellini stesso raccontò di come la sua protagonista in primis, ma in generale l’intero film nel suo variopinto immaginario, furono causa di grande scalpore e oggetto di curiosità da parte dei personaggi più particolari e sopra le righe che si potessero incontrare in quella edizione del Festival. In un’intervista tenuta direttamente dal balcone della sua camera d’albergo a Cannes, il regista di Rimini raccontò di come fosse stato braccato per giorni da tre canadesi, interessati ad ogni minimo aspetto de La dolce vita, e di come, durante le sue passeggiate su La Croisette, avesse riscontrato critiche da marinai americani in borghese, provvisti di scarpe da donna nelle tasche posteriori dei pantaloni, e da signore con “un pezzo di naso d’oro” a bordo di Cadillac con tanto di scimmie al loro seguito.

Che siano veri o meno, gli aneddoti di Fellini, così come i racconti dei suoi famosi sogni, essi contribuirono a creare quell’istrionico personaggio che ha segnato per sempre la storia del cinema. Come disse anche Alberto Sordi:

Tutto quello che vi racconteranno, che non sia quello che vi ho raccontato io, probabilmente non sarà la verità. E sapete perché? Perché probabilmente l’ha raccontata lui a loro. Perché dovete sapere che, oltre ad essere un grande regista, Federico Fellini è anche un grande bugiardo. Forse l’uomo più bugiardo del mondo. Però, aoh, Federico c’ha na capoccia così!

La dolce vita di Federico Fellini – l’accoglienza del film in Italia

Cannes 1960, cinematographe.it

Scriveva Alberto Moravia su L’Espresso, il 14 febbraio 1960:

Pur tenendosi costantemente a un alto livello espressivo, Fellini pare cambiar maniera secondo gli argomenti degli episodi, in una gamma di rappresentazione che va dalla caricatura espressionista fino al più asciutto neorealismo. In generale si nota un’inclinazione alla deformazione caricaturale dovunque il giudizio morale si fa più crudele e più sprezzante, non senza una punta, del resto, di compiacimento e di complicità, come nella scena assai estrosa dell’orgia finale o in quella della festa dei nobili, ammirevole quest’ultima per sagacia descrittiva e ritmo narrativo.

Nonostante la ferma convinzione del distributore, il quale affermò che La dolce vita non avrebbe incassato una lira perché troppo pesante, e un’accoglienza problematica da parte di pubblico e critica, in cui si evidenziarono vari episodi negativi: dalla première a Milano, dove i fischi coprirono gli applausi e, leggenda vuole, Fellini fu oggetto di sputi, ai titoli dei giornali come quello riportato dall’Osservatore Romano (La sconcia vita), con un commento prima anonimo e poi attribuito a Oscar Luigi Scalfaro, senza dimenticare poi i famosi 400 telegrammi che Fellini ricevette in un solo giorno a Milano, che lo accusavano di essere comunista, ateo e traditore, il film riuscì solo nei primi quindici giorni di proiezione a coprire gli 800 milioni spesi dal produttore. In più, a dispetto dei due Oscar già vinti da Fellini, fu solo con l’uscita de La dolce vita che venne finalmente conosciuto e apprezzato anche da un pubblico lontano dall’ambiente artistico.

La storia ha poi raccontato come il capolavoro del maestro romagnolo è stato inserito in tutte le classifiche dei migliori film della storia del cinema mondiale e, nonostante le critiche, le richieste di censura da parte del mondo ecclesiastico, il divieto imposto ai minori di 16 anni, rimane oggi la sesta pellicola tra le più viste in Italia dal 1950. Solo nell’anno della sua uscita i dati registrarono 13 milioni e 600 mila spettatori, ordinati nelle leggendarie file fuori i cinema immortalate in Divorzio all’italiana di Pietro Germi e Nuovo Cinema Paradiso di Giuseppe Tornatore.

Per riportare ancora le parole di Morando Morandini (Storia del cinema, a cura di Adelio Ferrero, Marsilio, 1970):

Visto a distanza, col senno del poi, La dolce vita fa figura di spartiacque nel panorama del cinema italiano del dopoguerra. In un certo senso, anzi ne segna la fine, e l’inizio di una nuova epoca. La sua importanza e il suo significato possono essere riassunti in questi punti: 1) rappresentò, nella carriera del suo autore, l’approdo alla maturità espressiva; 2) contribuì a quel rinnovamento dei modi narrativi che fu il fenomeno più vistoso nel cinema degli anni sessanta; 3) ripropose, come già avevano fatto Rossellini prima e Antonioni poi, quel problema del neorealismo e del suo superamento che in quegli anni costituì la cattiva coscienza – e, in qualche caso, il tormento – della critica cinematografica italiana; 4) segnò una svolta fondamentale nella storia della libertà d’espressione in campo cinematografico.

 

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