La Dolce vita è un film speciale, la sua potenza evocativa ci trasporta irresistibilmente nella Roma del 1960, dove Marcello Rubini (Marcello Mastroianni), giovane arrivato dalla provincia romagnola con ambizioni letterarie, passa le sue giornate girovagando a caccia di scoop per un giornale scandalistico. Si muove tra le feste della Hollywood sul Tevere e i locali di Via Veneto, incontrando aristocratici, intellettuali e prostitute. Dai titoli di testa, nero su bianco, con dissolvenze incrociate sui cartelli e subito la sequenza spettacolare del volo in elicottero sulla Roma moderna dell’Eur trasportando la statua del Cristo lavoratore nella “città santa”, fino alla sequenza successiva nel night club in cui al volto familiare di Gesù succede la maschera orientale di uno spettacolo in corso nel locale, mentre Marcello e “Paparazzo” (Walter Santesso) cercano di rubare informazioni e foto della presenza di un Principe…

Così, sequenza per sequenza e personaggio per personaggio siamo trasportati nel film italiano per eccellenza, il più sconvolgente ed internazionale di tutti.

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Marcello e Maddalena con la prostituta incontrata per caso

Marcello, l’amica aristocratica Maddalena (Anouk Aimée), la fidanzata Emma (Yvonne Fourneaux)… L’irruzione di Roma Datte ‘na regolata Marcè... e la critica al “giornalismo” Che sia giornalismo il suo… e quando, usciti dal locale, Maddalena si dice annoiata di Roma mentre Marcello la vede come una giungla tiepida dove nascondersi bene, fino all’incontro con la prostituta (Adriana Moneta) che accompagnano a casa, nello scantinato ai “Cessati spiriti” e lì fanno l’amore (Ma vuoi fare l’amore qui?), in uno spaccato fulminante di realismo (la tavola sull’acqua del pavimento allagato, e Adriana: Io il caffè lo so fa bene, poi l’arrivo del protettore). E’ un film spartiacque, però, come si vedrà ancora più emblematicamente nella scena del falso miracolo, che rompe definitamente con i simulacri del neorealismo.

Vale una citazione tra le tante possibili, tratta da Il cinema italiano contemporaneo da La dolce vita a Centochiodi, di Gian Piero Brunetta, Laterza, 2007: Da questo momento uno dei fondamenti della poetica neorealistica, la tendenza a far coincidere il reale con il visibile, viene tranquillamente superato: il visibile si può aprire a dimensioni molto più vaste del reale e la macchina da presa si situa sulla linea di confine della realtà tentando sconfinamenti sempre più regolari. Il suo cinema – più di quello di qualsiasi altro regista italiano – è biologicamente legato alla sua esistenza, ne segue i ritmi e le trasformazioni. La dolce vita e 8 ½ (1963) ne rappresentano la fase esistenziale e creativa solare e meridiana, mentre, a partire da Toby Dammit (1967), breve episodio tratto da una novella di Edgar Allan Poe, fa la sua prima apparizione la morte, evento casuale, ma possibile, da cominciare a iscrivere nel cerchio narrativo e a ospitare in maniera sempre più ricorrente. […] «Il sogno, l’immaginazione, il ricordo, in quanto non essere, finiscono con l’avere il sopravvento sul cosiddetto mondo reale e, in quanto non- essere, diventano un messaggio indicativo del primato dell’autenticità – del mondo interiore rispetto al formalismo e all’automatismo della vita quotidiana».

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Marcello e Emma

All’alba Marcello scopre che Emma ha tentato il suicidio e la porta di corsa in ospedale, poi la riaccompagna a casa.

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Arriva a Roma la diva americana Sylvia (Anita Ekberg) che, assediata dai fotografi, visita San Pietro vestita da prete. Nella serata al night club Caracalla’s, dove si esibisce un giovane Adriano Celentano, Marcello ne è sedotto

Tu sei tutto Sylvia. Ma lo sai che sei tutto? You are everything … everything! Tu sei la prima donna del primo giorno della Creazione. Sei la madre, la sorella, l’amante,  l’amica, l’angelo,  il diavolo, la terra, la casa… Ah, ecco che cosa sei: la casa!

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Anita Ekberg

e si allontana con lei. Più tardi l’attrice lo invita a seguirla nel celeberrimo bagno nella Fontana di Trevi: Marcello, come here! Davanti all’hotel della donna, il compagno di Sylvia (Lex Barker) prima picchia lei e poi il povero cronista mondano, sotto i flash dei fotografi. Prima di un nuovo servizio, Marcello incontra il vecchio amico Steiner, un intellettuale estraneo alla mondanità, che gli fa i complimenti per un suo articolo mentre lui si schermisce Credo proprio di non saper scrivere, poi lo invita a seguirlo in una chiesa dove si siede all’organo e suona la Toccata e Fuga in Re min di J.S.Bach, lasciando Marcello turbato. La notte dopo, insieme con Emma e il fido Paparazzo, Marcello si reca in una località di campagna, dove sembra che due bambini abbiano visto la Madonna, ma il miracolo si rivela un inganno. Una donna straniera dice ad Emma che non è importante che si tratti davvero della Madonna: Ma si, non importa! La vostra Italia è una terra di culti antichi, ricca di forze naturali e soprannaturali e quindi ognuno ne sente l’influenza. Del resto chi cerca Dio lo trova dove vuole.

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scena del miracolo

Sotto una pioggia torrenziale, scoppia il caos e la folla travolge i malati provocando un morto. Paparazzo si commuove e si fa il segno della croce, poi riprende a scattare fotografie. Nella scena è espressa la spettacolarizzazione televisiva della realtà pur partendo dalla singolarità del miracolo. Qui Fellini mostra l’apparato televisivo come una presenza ingombrante ed importante. Come scrive Paolo Bertetto in Microfilosofia del cinema: la mediatizzazione audiovisiva è proposta come il livello inferiore della spettacolarizzazione del mondo, è il segno dell’avvento della società della comunicazione che Fellini coglie…

Nella sesta sequenza/capitolo, Marcello ed Emma sono ospiti a casa di Steiner, dove incontrano altri intellettuali e parlano di pittura, di poesia e della donna. Marcello è colpito dal clima di serenità che vi si respira e dice all’amico:

 Dovrei cambiare ambiente, dovrei cambiare tante cose. La tua casa è un vero rifugio. I tuoi figli, tua moglie, i tuoi libri, i tuoi amici straordinari. Io sto perdendo i miei giorni. Non combinerò più niente. Una volta avevo delle ambizioni, ma forse sto perdendo tutto.

E Steiner: Non credere che la salvezza stia nel chiudersi in casa. Non fare come me, Marcello. Io sono troppo serio per essere un dilettante ma non abbastanza per essere un professionista. Ecco. E’ meglio la vita più miserabile, credimi, che un’esistenza protetta da una società organizzata, in cui tutto sia previsto, tutto perfetto. Marcello, io posso soltanto esserti amico, quindi mi è impossibile consigliarti.

E si offre di parlare con un editore per fargli ottenere un lavoro più dignitoso che scrivere per giornaletti mezzo fascisti. Poi Steiner va nella camera dei bambini, si piega sui loro letti, e dice a Marcello, parlandogli vicino a una finestra che riflette la sua immagine mostrandolo come se parlasse a se stesso:

 Qualche volta, la notte, questa oscurità, questo silenzio mi pesano. E’ la pace che mi fa paura. Temo la pace più di ogni altra cosa. Mi sembra che sia soltanto un’apparenza e che nasconda l’inferno. Pensa che cosa vedranno i miei figli domani. Il mondo sarà meraviglioso, dicono. Ma da che punto di vista, se basta uno squillo di telefono ad annunciare la fine di tutto? Bisognerebbe vivere fuori dalle passioni, oltre i sentimenti. Nell’armonia che c’è nell’opera d’arte riuscita, in quell’ordine incantato. Dovremmo riuscire ad amarci tanto da vivere fuori del tempo, distaccati. Distaccati.

 Il giorno dopo Marcello va a scrivere svogliatamente in riva al mare, in una trattoria incontra la cameriera Paola (Valeria Ciangottini) e resta incantato dalla sua innocenza. La sera, arrivato in via Veneto, Marcello trova il padre ad aspettarlo (Annibale Ninchi), con lui si reca in un locale notturno, dove trovano la compagnia della ballerina Fanny (Magali Noel). La serata si conclude a casa della ragazza per mangiare gli spaghetti alla bolognese ma il padre di Marcello ha un malore e appena si riprende, va via. Di nuovo in Via Veneto, si parte per una festa nel palazzo del principe Mascalchi a Bassano di Sutri, Marcello incontra di nuovo Maddalena che gli parla degli ospiti e della casa, degli antenati e di una villa accanto, disabitata E anch’io sono disabitata, lo sai?. Il discorso tra i due si fa più intimo e Maddalena lo accompagna nella stanza dei discorsi seri, luogo in cui possono parlarsi senza vedersi, Marcello le dichiara il suo amore, senza successo perché lei sta già flirtando con un altro uomo e non lo ascolta più. Altra sequenza, alla periferia di Roma, Marcello litiga violentemente con Emma, la butta fuori dalla macchina e poi, qualche ora dopo, torna a riprenderla per tornare a casa senza scambiarsi una parola. La mattina dopo lo sveglia una telefonata. Corre a casa di Steiner, dove si è appena consumata una terribile tragedia: l’uomo ha ucciso i figli e si è suicidato. Sconvolto, Marcello accompagna il commissario ad aspettare la moglie di Steiner, ancora all’oscuro dell’accaduto. Quando la donna arriva, il commissario le balbetta qualche frase gettandola nella disperazione e poi la fa salire su una macchina della polizia, anche questo avviene sotto i flash dei fotografi. L’ultima sequenza è in una villa sul mare, dove si ritrova la solita banda di artisti, attori e cantanti. Marcello ne è il cinico capobrigata, ormai ha lasciato giornalismo e letteratura: fa il press-agent. L’ultima festa è uno squallido ritrovo di personaggi del sottobosco dello spettacolo, che degenera in una specie di orgia, lo spogliarello di Nadia (Nadia Gray) viene interrotto dall’arrivo del padrone di casa (Riccardo Garrone) che manda via tutti. Camminando sulla riva del mare trovano un grosso pesce spiaggiato che con il suo abnorme occhio vitreo pare fissare intensamente Marcello Cos’ha da guardare?

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L’occhio dell’animale è un richiamo all’obiettivo della macchina da presa cinematografica che osserva e scruta interiormente il personaggio sottolineando l’insensatezza della sua vita. Sulla spiaggia arriva la giovane cameriera Paola che riconosce Marcello e lo chiama. Echeggia la sua voce, quasi a ricordare lontanamente l’ammaliante Sylvia quando lo invitava ad entrare nella fontana.

Marcello come here! Questa volta Marcello non sente, non riconosce la ragazza e si allontana rassegnato.

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Il mondo cattolico attaccò ferocemente il film per l’immagine religiosa legata all’evento del miracolo (Basta! Tuonò l’Osservatore romano), ad eccezione di padre Angelo Arpa, gesuita amico di Fellini e di altri registi, che attribuì a Brunello Rondi, co-sceneggiatore di La Dolce Vita, questo giudizio: Il nuovo film di Federico è un’autentica bomba; non tanto per le storie che lo compongono, ma per le modalità dell’impianto narrativo, così audaci e così personali da scomporre canoni largamente acquisiti del fare cinema (Angelo Arpa, La Dolce Vita. Cronaca di una passione, Napoli, 1996). Da sinistra pure lo videro come un film ispirato al cattolicesimo ma ad un cattolicesimo putrefatto, cioè ateo. Che i cattolici dell’Osservatore romano ne dicano male questo non significa nulla (Belfagor). A Cannes, il presidente di giuria George Simenon gli attribuì la palma d’oro tra i fischi, e lo difese come pilastro della cinematografia.

De La Dolce vita si è parlato così tanto che ormai tutto quello che può dirne uno studente nato più di trent’anni dopo è “senza nulla a pretendere”. E’ un capolavoro epico, un affresco, un film-rotocalco, un’opera mondo… è tutto Fellini. E’ Fellini, che veniva già da due oscar (La Strada nel 1957 e Le notti di Cabiria nel 1958) e poteva rivelare il suo genio senza preamboli né vincoli. Racconta Tullio Kezich che il fido Tullio Pinelli aveva fatto a Federico questa raccomandazione:

La responsabilità di questo film sarà tutta registica. Altre sceneggiature ti hanno dato il sostegno preciso di una vicenda, di una costruzione logica. Qui non avrai niente. Dovrai dare sostanza attraverso la forma. Il film sarà bello solo se scavalcherai la sceneggiatura inventando un linguaggio nuovo.

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E’ andata proprio così, con assoluta libertà e felicità creativa. Il film continua ad attrarre irresistibilmente ancora oggi, come un grande classico parla al presente. Raccontava Roger Ebert: Ogni anno vado all’università del Colorado per analizzare un film fotogramma per fotogramma. Passiamo 10 ore utilizzando un proiettore stop motion o un laser disc per tutta la durata di un film. Ogni dieci anni riguardo La Dolce Vita. E quel che ho detto l’ultima volta che l’ho visto è stato: ‘Quando vidi questo film per la prima volta nel 1962, esso rappresentava tutto ciò che potessi sperare accadesse a me. Quando lo vidi la seconda volta, nel 1972, rappresentava tutto ciò su cui ero bloccato. Quando lo riguardai nel 1982, rappresentava tutto ciò da cui ero scappato e la prossima volta che lo vedrò, rappresenterà un bel film che ricordo dalla mia giovinezza.’ Ma il film non è cambiato. È una capsula temporale e ogni volta che lo vedi, esso evoca tutti i sentimenti precedentemente vissuti. Il film è lo stesso. Le emozioni che porta sono differenti. E se è un buon film – perché i brutti film non valgono la pena di essere visti più di una volta, seppure – ma i bei film valgono la pena di essere visti ancora e ancora perché, come la buona musica o un buon libro, evocano qualcosa di diverso ogni volta.

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E’ vero, è una grande opera di iniziazione e come tale va vista, e rivista, e rivista.

Regia: Federico Fellini; produzione: Giuseppe Amato, Angelo Rizzoli per Ria-ma/Pathé/Gray; soggetto: Federico Fellini, Tullio Pinelli, Ennio Flaiano; sceneggiatura:Federico Fellini, Tullio Pinelli, Ennio Flaiano, Brunello Rondi e (non accreditato) Pier Paolo Pasolini; fotografia: Otello Martelli; montaggio: Leo Catozzo; scenografia e costumi: Piero Gherardi; musica: Nino Rota.

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