Irréversible - Cinematographe.it

Entra nell’archivio di Amazon Prime Video a partire dal 25 aprile, distribuito da 102 Distribution, Irréversible, film-scandalo del Festival di Cannes del 2002, scritto e diretto da Gaspar Noé, con Monica Bellucci e Vincent Cassel, al tempo delle riprese ancora marito e moglie. Di acqua nel frattempo ne è passata sotto i ponti con l’opera seconda del cineasta argentino che ha potuto così sedimentare nella mente degli spettatori, compresi quei duecento circa dei tremila presenti che abbandonarono indignati la proiezione di gala durante l’anteprima alla kermesse francese nel Grand Théâtre Lumière. Risposta, questa, più che comprensibile nei confronti di una pellicola molto provocatoria sia per i contenuti forti – la famigerata scena dello stupro, che dura dodici minuti – che per la struttura, essendo il tutto raccontato a ritroso, partendo dalla brutale rivalsa di Marcus in seguito all’aggressione subita dalla compagna Alex per arrivare all’antefatto.

Mettiamo da parte i temi e le dinamiche narrative ampiamente dibattute per concentrarci unicamente sulla regia e l’approccio visivo iper-cinetico di Irréversible

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Quella che ci apprestiamo ad affrontare non è però l’ennesima recensione più o meno condivisibile, poiché sull’oggetto audiovisivo in questione si è già detto e scritto abbastanza, quanto basta per creare quell’insanabile frattura che ieri come oggi continua a dividere gli estimatori (noi compresi)  dagli agguerriti detrattori. Una spaccatura che non si è mai risanata, nemmeno in occasione della recente apparizione fuori concorso nella line-up della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia 2019, laddove a diciassette anni di distanza dal battesimo di fuoco sulla Croisette è stata presentata la new version battezzata Irréversible – Inversion intégrale, con la narrazione riportata alla cronologica scansione lineare degli eventi al centro del racconto. Messa da parte qualsiasi intenzione di inoltrarsi nuovamente in cervellotiche analisi e digressioni critiche sul tema, abbiamo preferito riavvicinarsi al film di Noé focalizzando l’attenzione unicamente sulla confezione e lo stile attraverso i quali ha preso forma e sostanza.

Questa nuova uscita della versione originale sulla piattaforma di Amazon ci è sembrata l’opportunità giusta per rivolgere ancora una volta lo sguardo all’opera, ma da una prospettiva più chirurgica, precisa e circoscritta. Pertanto al netto della trama, delle polemiche sollevate, della violenza più o meno esplicita dei contenuti, della costruzione dei personaggi e delle tematiche che animano il progetto, è sulla regia iper-cinetica con la quale l’autore ha dato vita a questa storia di vendetta ambientata nel ventre malato e notturno di una Parigi in “fiamme”.

Irréversible: una grammatica del linguaggio che va in netto contrasto tanto con il classicismo quanto con il rigore formale

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È dunque ampiamente risaputo della struttura “antioraria” del montaggio, composto da un lungo falso piano sequenza che dalla scena conclusiva in cui due persone sentono le ambulanze fuori dal locale gay ci porta alle origini del ménage tra Marcus e Alex. Pertanto è inutile tornare sull’uso di una tecnica che ha trovato in Memento, Peppermint Candy o Betrayal, espressioni altrettanto efficaci e convincenti. Il nostro focus si sposta dunque altrove, ossia al modus operandi che caratterizza la messa in quadro e l’approccio visivo del film, entrambi improntati all’insegna della continua sperimentazione di una grammatica del linguaggio che va in netto contrasto tanto con il classicismo quanto con il rigore formale. In Irréversible matura la visione estetica di un regista controcorrente, apparsa in forma embrionale nell’esordio Seul contre tous e giunta a compimento nelle prove successive sino al più recente Lux Æterna. Visione, la sua, che dagli addetti ai lavori è stata più volte associata a quella del movimento New French Extremity, caratterizzata da un uso ridotto della narrazione, oltre che da una cinematografia generalmente offensiva e spesso incomprensibile.

Irréversible: un’orgia visiva psicadelica e caotica resa attraverso chirurgici piani sequenza, long take “sporchi”, inquadrature sghembe e spirali vorticosi che sfidano le leggi di gravità

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La regia iper-cinetica di Noé si abbatte letteralmente sullo schermo, qualsiasi esso sia, come una scheggia impazzita e un animale chiuso in gabbia. La macchina da presa viene costantemente sollecitata e messa sotto stress, diventando lo strumento attraverso il quale il regista aggredisce l’occhio del fruitore. Il risultato è impattante e disturbante, come lo specchio che riflette il senso pervasivo del nichilismo e della disperazione della società malata che ritrae, quest’ultima immersa in un’orgia cromatica di neon e luci psicadeliche che fanno del rosso la propria base.  In tal senso, Irréversible si avvale tanto di chirurgici piani sequenza (vedi l’entrata nel tunnel) quanto di “sporchi” long take con camera a mano (il viaggio a bordo del taxi), ai quali si alternano inquadrature fuori bolla o a piombo, spirali vorticosi (efficacissimo quello nella scena del parco) che sfidano le leggi di gravità.

Tutto questo fa del film un’apoteosi caotica fuori controllo che  Noé utilizza per rompere la quarta parete e coinvolgere lo spettatore, con la mente che torna alla tipografia “stroboscopica”  di Enter the Void o all’indimenticabile e infinito piano sequenza iniziale di Climax. Vi invitiamo post lettura a dare una seconda chance al film ora che ci è data una nuova occasione e nel farlo provate come noi a (ri)guardarlo alla luce di quanto detto.