Da Berlino a Berlino, in un viaggio arredato da leggende metropolitane prima, in mezzo e anche dopo (perché in questi giorni hanno ricominciato a spuntare), i fratelli D’Innocenzo, Damiano e Fabio, tornano su luogo del delitto, dove debuttò nella sezione “Panorama” quel piccolo grande successo che porta il nome de La terra dell’abbastanza e presentano la loro opera seconda, quella canonicamente più difficile, Favolacce, bissando la vittoria italiana dell’Orso d’argento per la miglior sceneggiatura dopo La Paranza dei bambini di Claudio Giovannesi e firmandone un altro di successo, le cui dimensioni esondano anche dalla bellezza della pellicola in quanto tale e riecheggiano nell’intero movimento cinematografico italiano. Quindi per cui, stavolta, è un po’ più grande del primo.

Anche se entrambi i D’Innocenzo hanno esaustivamente esternato il loro bisogno in quanto autori di rendersi invisibili per fare in modo che i loro lavori potessero beneficiare della giusta distanza per emergere e parlare in modo il più possibile indipendente, già alla loro seconda opera (che poi tanto seconda non è se si pensa a quando è stata scritta, un dato che ha dell’incredibile già di per sé) è impossibile non attribuire loro dei meriti straordinari, il cui destino magari non dipenderà solamente dalla loro carriera, ma ciò non toglie neanche un briciolo della loro importanza. La più grande prova in questo senso è che neanche questi tempi così incomprensibili, che hanno tenuto il loro lavoro lontano dalle sale (e noi con lui), sono riusciti a fermarne l’impatto.

C’era una volta… Favolacce e la regia dei D’Innocenzo

I fratelli D’Innocenzo e il cast su Favolacce: o lo ami o potresti odiarlo fortissimo

Dal loro affresco iperealistico, dipinto rigorosamente con la camera a mano, della periferia de La terra dell’abbastanza, nato dai riferimenti a Garrone e Caligari, archetipico, ma comunque localizzato, i fratelli D’Innocenzo scelgono di ambientare il loro Favolacce in una realtà provinciale più universale, investita dal sogno capitalistico, ma condannata a rimanere in apnea, sdraiata a prendere il sole nei cortili delle sue villette a schiera o farsi una nuotata nelle sue piscine gonfiabili. Uno spaccato che tocca più da vicino lo spettatore, suo malgrado, dando il via ad un fastidioso gioco in cui si rischia di cercare per tutto il film di fuggire i momenti in cui un po’ ci si ritrova.

Il posto è Spinaceto, lo sappiamo dai dialoghi, perché la maggior parte di quello che vediamo è un quartiere colorato abitato da una fauna apparentemente serena, ma molto più “brutta, sporca e cattiva” di quello che sembra, inserita in delle case che più di Roma Sud sembrano uscite da un film di Tim Burton. Uno dei primi elementi di colore che i fratelli si divertono a destrutturare, a capovolgere, per mostrare il nero che nascondono. A seguire ci saranno i giochi dei bambini, le feste di compleanno, i barbecue in famiglia e i pomeriggi al mare. Un inferno del sottosuolo, che urla con i silenzi e che viene esorcizzato giocando a sparare ai mostri.

Le componenti di Favolacce, dalla colonna sonora al cast capeggiato da Elio Germano

La loro stavolta è una regia più lineare, che ragiona di primi piani e di scorrimenti orizzontali. Vive di dettagli, gioca con una colonna sonora atipica, che va dal pop italiano degli anni 2000 ad album avanguardisti e chiude con la riedizione di un’operetta classica di indubbio impatto, pondera ed esalta i piani sequenza ed è fissa sui personaggi: li scruta, li analizza, ma non si lascia coinvolgere, un occhio freddo dotato di un’attenzione maniacale. Le scelte che la indirizzano diventano scrittura filmica perché anticipano, giocano e rimescolano, parlando allo spettatore in continuazione al posto di personaggi a cui vengono lasciati i grugniti e i pugni sbattuti. Rubando da Haneke o dal più giovane Lanthimos, i D’Innocenzo collegano il grande lavoro sugli scorci urbani di Paolo Carnera (un’istituzione nel campo e negli ultimi anni il fedele occhio di Sollima, qui chiamato a rinnovare la collaborazione con i fratelli) e le splendide scenografie di  Paola Peraro, Emita Frigato e Paolo Bonfini al disagio quotidiano di una realtà già morta, che avvelena i nuovi arrivati, ne edulcora modelli e riferimenti e ne sconvolge la sessualità, quando non deroga il nutrimento a dei surrogati, soffocante nella sua prigione invisibile, nata con l’orizzonte di una vita ideale a cui non può aspirare perché semplicemente non è mai esistita e se lo fosse mai stata, non lo è mai stata per lei.

La triste non vita della classe piccolo-borghese messa in scena da un cast corale eterogeneo, ben diretto e azzeccato. Se la copertina appartiene ovviamente ad un Elio Germano inedito, ma magistrale come sempre, sono comunque da sottolineare i lavori svolti sui propri personaggi da Barbara Chichiarelli, protagonista tra l’altro di una delle riprese più horror della pellicola, dalla debuttante Ileana D’ambra, trasformata per l’occasione e alle prese con uno dei personaggi più caratterizzati (se non il più), da un bravissimo Gabriel Montesi e anche, in misura minore, da Max Malatesta. Accanto a loro ci sono tanti splendidi piccoli interpreti tra i quali spiccano Tommaso Nicola, Giulietta Rebegiani e Justin Korovkin (già nel cast di The Nest di Roberto De Feo). Infine, più sullo sfondo, è ottimo il lavoro di voiceover svolto da Max Tortora, alla seconda collaborazione con i fratelli D’Innocenzo nella quale conferma le sue doti al di fuori dei ruoli comici, e del mefistofelico Lino Musella. 

Fabulaccia. Convertire il racconto classico in un’idea funzionale e geniale

La loro favola nasce nell’atto del ritrovamento di un diario di una bambina, la speranza che si collega al suo immaginario è quella di poterlo completare per darle un fine diverso, uno lieto. La loro favolaccia nasce nello scontrarsi con il racconto antiretorico di una realtà che si ritrova grottesca quando cerca di tirare fuori una sua parvenza di umanità, estranea, scomoda e sbagliata, in cui regnano padri violenti, assecondati da madri prone e crescono figli terroristi perché, stavolta, malati di terrore. In mezzo c’è chi ha modo di rendersi conto, di vedere le sbarre, di notare la propria trasformazione, di riconoscere il mostro allo specchio, ma questo non può salvare da tale destino, visto che è già avvenuto.

Favolacce utilizza questa formula di racconto classico e la converte ad un’idea funzionale e geniale per dar vita nello spettatore a quella ossimorica sensazione di vicinanza/lontananza con la vicenda raccontata (la favola è per definizione una storia senza tempo e senza luogo, in cui è la vicenda a dover vincere sul contesto), a cui fa seguito l’illusione di possedere una certa libertà percettiva o una scelta su come posizionarsi al suo cospetto, sicurezza dettata dal poter tornare a rifugiarsi nella “monotonia estiva fatta di calciomercato, taglio di meloni e maledizioni dei villeggianti“. Altrimenti? Raccontarla da capo, ricominciare da zero, finché qualcosa non cambia. O muore.

Come contribuisce Favolacce dei fratelli D’Innocenzo al cambiamento dl cinema italiano?

Chiedersi se i fratelli stiano cambiando il cinema italiano o no è un quesito sterile, anche solo perché le accezioni del temine possono essere le più variabili, quello che è certo è che il loro è un cinema inedito, nuovo e universale, che nasce lontano dai paradigmi, dagli schemi, dalle scuole e dalle teorie, ma raccoglie i frutti delle strade, delle case e delle vite più comuni. Il cinema dei D’Innocenzo è una presa di coscienza. Non una minaccia, né una promessa e neanche un monito. Non c’è nulla da promettere, nulla da minacciare o da presagire, il loro cinema sta accadendo ora, è già qui, è già nato. Ha il suo posto e bisogna farci i conti. Le sue urla non saranno silenziose perché la sua voce è bella e terrificante allo stesso tempo. Il suo linguaggio vive delle contaminazioni del nostro tempo, non fa nessuna discriminazione nella letteratura da cui attinge e distrugge tutti gli inutili ricami sulle differenze tra cinema di genere e cinema d’autore. La sua missione è trovare una strada propria, la sua morale è superare i compromessi per riuscire a dare una dignità a ciò di cui si occupa, per restituire la sua visione e darla così anche a noi che assistiamo. È il figlio dei suoi tempi e non se ne vergogna, non facendo sconti a nessuno.

Favolacce è un film terribile perché è terribile quello che racconta e quello che racconta è il nostro mondo. Un mondo dove hanno fallito la società e la politica, ma in cui il danno maggiore lo ha fatto il fallimento della famiglia. Essa, svuotata di una sua cultura, è ormai teatro di una silenziosa lotta tra generazioni. La più anziana disillusa, distrutta ed egoista, che usa l’altra per le proprie meschinità, negandole ogni tipo di attenzione, calore o considerazione, sentendosi giustificata dal lutto mai superato di un futuro che le è stato negato. La più giovane in cerca di una sua esistenza, della sua possibilità di fare una scelta, basandosi solo sulle sue forze e ormai incapace di convivere con la prima, il cui cibo la strozza e la soffoca, con la quale il dialogo finisce solo in violenze e soprusi. I fratelli raccontano questo mondo morto con una poesia spietata, senza alzare la voce, senza torce e forconi, ma cantandone le odi, come i migliori cantastorie.

Favolacce: costi, produzione e distribuzione. Un film destinato a viaggiare!

Dopo la buona riuscita commerciale e di critica de La terra dell’abbastanza, distribuito all’epoca da Adler per l’Italia, coronata dalla vittoria del Nastro d’argento per la regia esordiente e le 5 nomination ai David nell’anno di Sulla mia pelle, per la realizzazione di Favolacce i fratelli D’Innocenzo tornano ad essere affiancati da Pepito produzioni, ma la maggiore dimensione del film (costato in totale circa 2 milioni e mezzo di euro) esige la collaborazione con Rai Cinema, Vision Distribution, Amka Films Productions e RSI (Radiotelevisione svizzera). La sua distribuzione nelle sale cinematografiche italiane era in programma per il 16 aprile 2020 ma, vittima anch’essa degli eventi, è stata distribuita sulle piattaforme on demand Sky Primafila Premiere, Timvision, Chili, Google Play, Infinity, CG Digital e Rakuten TV dall’11 maggio 2020, dove può essere noleggiato al costo di 7,90 euro. Con la promessa dell’uscita in sala, quando si potrà, garantita dal grande successo che sta giustamente riscuotendo sia di pubblico che di critica.

La loro opera prima ha goduto anche di una buona distribuzione all’estero, sotto il titolo di Boys Cry, dove anche la critica la ha a più riprese elogiata. Lo stesso destino sembra toccare a Favolacce (Bad Tales), già venduto a diversi Paesi, Giuseppe Saccà nel post festival accennò alla Francia e di come con Vision Distribution si stia ragionando sulla distribuzione estera, forse ancora on demand. Di sicuro il lavoro dei D’Innocenzo viaggerà per il mondo, speriamo nella misura e con le modalità che merita.

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