favolacce, cinematographe

Con Favolacce i fratelli D’Innocenzo hanno sovvertito un cinema facile e accomodante, un film che ha l’amaro sapore di una verità che non ci piace sentirci raccontare e che i giovani registi e sceneggiatori avevano iniziato a delineare con la loro opera di debutto La terra dell’abbastanza. Al loro secondo lungometraggio i cineasti romani si spingono ancora più lontano, abbandonando la periferia della metropoli per concentrare la propria lente di ingrandimento sulle villette pulite e ordinate di un quartiere semi-residenziale, una classe media che si nasconde dietro i voti alti delle pagelle dei propri figli e che nasconde sotto la superficie un ammasso di marciume.

La colonna sonora di Favolacce, dal pop italiano a uno dei più importanti album d’avanguardia italiani

Incanalando questa energia elettrizzante seppur negativa che i fratelli Fabio e Damiano D’Innocenzo rendono poesia nel loro Favolacce, non permettendoci però di dimenticare la bruttezza da cui viene, i cineasti hanno voluto dalla loro parte sonorità stridenti, animalesche, quasi a rappresentare creature pronte al macello che iniziano a vedere chiaramente il loro destino. Melodie che sono richiami a quel grottesco assurdo che i registi hanno tracciato con la pellicola, riempiendo anche l’aria di un nervosismo tirato, per un coraggio nell’utilizzo della colonna sonora che si riflette nelle scelte e nelle azioni degli sceneggiatori e registi del film.

Audacia che i giovani D’Innocenzo propongono con l’inserimento nella loro colonna sonora di uno degli album d’avanguardia più significativi della storia musicale italiana. Uscito nel 1972 Città Notte è l’affascinante ritratto musicale del compositore Egisto Macchi, un album dove l’equilibrio delle note va formando un quadro fremente e palpitante e in cui luce e oscurità di susseguono per avvolgere il tempo in un ciclone di mistero, lo stesso che va ad avvolgere il quadrato di mondo abitato dai protagonisti di Favolacce.

“Non si può guarire, bisogna morire”

In quest’aria di aldilà che, però, vuole porre il proprio sguardo scrutatore sulle nefandezze che ci uniscono tutti, i fratelli D’Innocenzo giocano anche con i rimandi a un determinato gusto musicale, a una determinata cultura pop italiana, quella fatta di fenomeni passeggeri che colpiscono le generazioni e che rimangono impresse nell’immaginario. Come la canzone Sara di Paolo Meneguzzi, uscita nel 2005 nonché tratta dall’album dal titolo, non a caso, Favola, la quale dovrebbe segnare un punto di svolta per uno dei loro personaggi.

Ma il più caratteristico dei brani che va a segnare l’opera seconda di Damiano e Fabio D’Innocenzo è Passacaglia della vita, composizione classica che va chiudendo come un sigillo Favolacce, non lasciando spazio alla storia di poter andare oltre, non consentendo alcuno spiraglio possibile da afferrare oltrepassata la soglia. “Non val medicina, non giova la China, non si può guarire, bisogna morire”. Sulle parole di questa canzonetta morale e spirituale la cui attribuzione originale rimane avvolta nell’arcano, lo stesso che assoggetta racconto e spettatore di quel meraviglioso incubo reale che è Favolacce, il film si arresta sulla versione del brano eseguito da Rosemary Standley & Dom La Nena, contenuto nell’album Birds On a Wire del 2014. Un singolo paradigmatico che racchiude l’essenza stessa dell’intera ultima sequenza del film, lasciando al pubblico l’impressione di aver vissuto una novella di cui ricorderà note lontane, come quelle di questa suggestiva canzone.

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