Un bambino di talento, un ideale da sfaldare e un regista tuttofare possono indurre anche il più insospettabile degli spettatori ad andare al cinema per ammirare la genialità sopra le righe di Taika Waititi e del suo ultimo film: Jojo Rabbit, candidato a 6 premi Oscar. Basandosi sul romanzo di Christine Leunens, il regista, sceneggiatore e attore neozelandese classe 1975 ha elaborato un’opera scenicamente accattivante e pluricentrica. Una commedia surreale che ha la capacità di riportare alla mente pellicole come Il Grande Dittatore di Charlie Chaplin e La Vita è bella di Roberto Benigni. Eppure, nonostante il dilagare di intrecci e incastri logici, Jojo Rabbit resta a suo modo un film a sé stante, in cui il nazismo sembra essere un pretesto per calarsi nella propria psiche, nella percezione che si ha del mondo e degli altri; nei concetti di bene e male e non per ultimo nel senso della vita che è resistenza più che esistenza.

Taika Waititi: il genio della satira

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Un film in cui Waititi funge da una sorta di one-man-show destreggiandosi dietro e davanti la macchina da presa e pensando persino alla sceneggiatura. Tuttavia, chi altro poteva cimentarsi in tale impresa?
Forte della notorietà acquisita soprattutto dopo la regia del marveliano Thor: Ragnarok, Taika Waititi ha dalla sua anche una formazione da commediante avvezzo alla teatralità (non dimentichiamo che ha mosso i primi passi nel gruppo comico So You’re a Man insieme a Jemaine Clement e che ha fondato il duo comico The Humourbeats, arrivando a vincere nel 1999 il Billy T Award).
Nato da madre ebrea e padre maori, ha forgiato col tempo la sua comicità, attraversata da una spiccata intelligenza e da un’ironia pungente. Nella sua formazione si intercettano così ampie praterie di ilarità nelle quali mettere a nudo con brillantezza il proprio talento. Un sarcasmo sempre ponderato e sincero e che punta spesso verso il basso. Ma non in termini di qualità, attenzione! Le quiete altezze sulle quali si adagia Waititi sono quelle dei protagonisti dei suoi film, quelle dell’undicenne di Boy interpretato da James Rolleston nel film del 2010 e quelle del Ricky di Julian Dennison in Selvaggi in fuga (2016). Espresse ancor prima nel cortometraggio candidato agli Oscar 2005 Two Cars, One Night in cui i protagonisti sono tre bambini che fanno conoscenza in un parcheggio, sullo sfondo di una situazione “da adulti”.

Jojo Rabbit: la vibrante fotografia di Mihai Mălaimare Jr. e i costumi chic di Mayes C. Rubeo

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Insomma, sono tanti i tasselli per i quali il volto e lo spirito di Waititi coincidono su più punti con la storia narrata in Jojo Rabbit: punta dell’iceberg di una lotta all’odio e al pregiudizio che per certi versi omaggia e strizza l’occhio ad alcuni degli idoli cinematografici del regista, da Chaplin a Stanley Kubrick, passando per Mel Brooks ed Ernest Lubitsch.
Nel parlarci del nazismo l’autore mette da parte i colori grigi e cupi per dare spazio a una fotografia quasi fumettistica, coloratissima, invadente. Una fotografia, firmata dal direttore rumeno Mihai Mălaimare Jr. (candidato al 24° Independent Spirit Awards per Un’altra giovinezza di Francis Ford Coppola, nel 2008), nella quale domina la luce: solarità invadente anche nel freddo inverno tedesco, anche nel ristretto ripostiglio di Elsa (Thomasin McKenzie). Le ombre di Mălaimare non sono aloni bui di invisibilità, bensì un brillante sibilare di sfumature e colori, nuance fredde che avvolgono perlopiù i personaggi, quasi a infondere un alone di tranquillità, trasmettendo al contempo rigore.

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E mentre la fotografia illumina e talvolta satura ogni cosa, a completare il quadro scenico provvedono i costumi della messicana Mayes C. Rubeo. Già apprezzata da Waititi, col quale ha lavorato in Thor: Ragnarok, la costume designer vanta un curriculum di tutto rispetto in cui spiccano Apocalypto di Mel Gibson e Avatar di James Cameron. In linea con l’ilarità che avvolge l’intera pellicola, gli abiti scelti rifuggono dal grigiore e dalla trasandatezza per essere invece perlopiù chic, colorati, fantasiosi. Un elogio alla vita, alla danza che è libertà, al pensiero che non vuole adeguarsi alla dittatura e che si concretizza soprattutto nell’abbigliamento di Rosie (Scarlett Johansson): la sua vitalità non sfuma neanche con la morte, alleggerita visivamente dalle scarpine alla moda che scendono a penzoloni, segno di riconoscimento di un’anima che non muta mai, a differenza di tutto ciò che circonda Jojo.
Impossibile non fare un focus poi sulla divisa di Hitler (Taika Waititi), caratterizzata da pantaloni da equitazione, che sembra esattamente ciò che è: un personaggio partorito dalla mente di un bambino, che mangia carne di unicorno e salta giù dalla finestra. Ma anche le altre divise appaiono, seppur fedeli all’originale, fumettistiche. E ciò avviene grazie alla verve degli interpreti, al modo stravagante col quale indossano la loro divisa, umiliando il rigore e tramutandolo in spettacolarità.

Jojo Rabbit e la forza del cast

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Per saperne di più leggi Il potere del cast in Jojo Rabbit: che interpretazione!

Già, perché proprio il cast è la vera forza del film. Non perché è composto soprattutto da attori famosi – che poi, si badi bene, il piccolo Roman Griffin Davis ha esordito proprio in Jojo Rabbit – ma perché ogni interprete sa esattamente dove e come deve essere. Anche l’ultimo dei militari ha una personalità a 360° che sa esprimere e affermare nel tempo concessogli dalla regia. E se Taika Waititi è il personaggio più esplosivo del film per via del suo Hitler clownesco, cinefilo, addirittura cordiale e goffo, ad avere la meglio è proprio l’attore dietro Jojo Rabbit: un’espressione facciale soccorsa dalla fisicità fanciullesca (è nato il 5 marzo 2007) che provvede a farci simpatizzare persino con un nazista!
Certo anche il suo migliore amico Yorki (Archie Yates) non scherza in quanto a bravura, così come sono encomiabili le prove di Scarlett Johansson nei panni dell’energica e rivoluzionaria madre del protagonista Rosie (per la quale ha meritato una candidatura agli Oscar 2020 come miglior attrice non protagonista), quella di Sam Rockwell nei panni del Capitano Klenzendorfome: egocentrico eroe di pochi minuti sempre in affanno per affermare il suo valore o quella della coraggiosa ebrea Elsa che si nasconde nella soffitta di Jojo, interpretata da Thomasin McKenzie (Il re di David Michôd). A loro si unisce anche l’amatissima Rebel Wilson, il cui personaggio scatena simpatia, innescando improvvisamente tutti i ricordi dei suoi ruoli da commediante pura.

A tutti loro Jojo Rabbit ha dato sicuramente un’opportunità. Di affermazione nel caso del giovane protagonista, che grazie al film ha vinto il premio come Miglior giovane interprete ai Critics’ Choice Awards, ma anche di crescita professionale. Basti pensare al personaggio della Johansson, marginale ma incisivo, giunto poi in un anno in cui l’attrice di Vedova Nera sembra iniziare a svestirsi della patina di bellezza e superficialità alla quale i tanti film Marvel l’hanno relegata (conferendole ovviamente anche la notorietà che forse non avrebbe raggiunto così prepotentemente) mostrando finalmente a tutti ciò che molti sapevano già: la stoffa di un talento versatile, maturo e pronto a ogni sfida, persino quella di andare contro il regime nazista!

Per Taika Waititi il ruolo del Führer è sicuramente quello che ne esalta al meglio le qualità comiche ed espressive. Nonostante abbia recitato in diversi film, come Lanterna Verde del 2011 o Avengers: Endgame (in cui presta la voce a Korg), è proprio in Jojo Rabbit che egli condensa tutto il suo talento, ciò per cui ha lavorato e in cui ha creduto per tutta la vita, ciò che è stato ed è. Il suo Hitler buca letteralmente lo schermo, oltrepassa l’immaginazione di Jojo per insinuarsi nella nostra ed esorcizzare il male, mettendo alla gogna l’orrore non semplicemente mostrandolo bensì trasformandolo nella sua parte migliore: la satira. 

Jojo Rabbit: la risposta del pubblico

Jojo Rabbit: scopri qui la colonna sonora completa del film 

E a proposito di leggerezza, non è un caso se accanto a brani rock e pop che nulla hanno a che spartire col periodo della Seconda Guerra Mondiale troviamo le composizioni da marcia allegra quanto solenne di Michael Giacchino, il cui nome è indissolubilmente legato anche a tante produzioni Marvel e Disney. Non siamo in grado di dire se questa è una delle sue performance musicali migliori e certamente, al netto di tutte le critiche, neanche l’intera struttura di Jojo Rabbit lo è. Come detto in apertura: il nazismo è solo un pretesto per raccontare la storia di un ragazzino che vuole essere parte di un gruppo, che ha paura del diverso, che non riesce a scindere tra parole e fatti. Il vero potenziale di Jojo Rabbit è racchiuso in poche battute d’effetto, in una costruzione basica ma vincente e nell’omissione di atti di violenza, che lo rendono godibile a grandi e piccini. Uno slogan contro l’odio che più lineare non si può, in un tempo eterno in cui professiamo la globalizzazione, ma ognuno a casa propria!

Ma arriviamo al dunque: quanto è stato apprezzato il film? Fermo restando che, a differenza di molti casi di certo Waititi non è incorso in problemi di produzione e distribuzione, avendo avuto alle spalle un colosso come 20th Century Fox (ormai etichetta Disney). Presentato allo scorso Toronto International Film Festival – dove ha vinto il People’s Choice Award – e poi durante il nostrano Torino Film Festival 2019, il film è stato accolto piuttosto tiepidamente dalla critica e, stando ai dati del box office, non brillantemente neanche dal pubblico. Su un costo di produzione di circa 14 milioni di dollari, Jojo Rabbit ne ha incassati un totale di 23,3 milioni di dollari, mentre in Italia, dove è uscito il 16 gennaio 2020, si è piazzato in sesta posizione con 330 mila euro. La bizzarria di Waititi non ha retto al successo dei Me contro te e di Zalone e ha suscitato meno curiosità del film su Craxi.

Infine, se vi state ancora chiedendo quanto il mondo del cinema aveva bisogno di questo film la risposta è che forse niente sarebbe cambiato più di tanto, ma sarebbe stato un vero peccato non poterne godere la visione. Perché si, è vero: Jojo Rabbit in fondo non porta nulla di nuovo al cinema, nulla che non abbiamo già visto. Ma tutti noi sappiamo che l’arte, oltre a essere continua evoluzione e sperimentazione, è anche un rito.

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