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Di certo gli assidui frequentatori del Torino Film Festival non potranno non ricordare con il sorriso stampato sulle labbra What We Do in the Shadows, insignito del premio per la miglior sceneggiatura nel 2014, il folgorante e travolgente folle mockumentary in sasla vampiresca firmato da Taika Waititi. Si trattava dell’evoluzione sulla lunga distanza di un precedente cortometraggio del 2005 da lui stesso diretto (What We Do in the Shadows: Interviews with Some Vampires), destinato dopo la suddetta trasposizione a prendere più di recente la strada del piccolo schermo nella serialità omonima giunta alla sua seconda stagione. Da quella prima fortunata partecipazione alla kermesse piemontese di acqua sotto i ponti ne è passata con l’attore e regista neozelandese che nel frattempo si è guadagnato il rispetto di una Major che gli ha affidato la direzione di Thor: Ragnarok.

Jojo Rabbit: la trasposizione cinematografica del romanzo di Christine Leunens apertura del 37° Torino Film Festival

Ora, a cinque anni di distanza, Waititi è tornato sotto la Mole per aprire la 37esima edizione con la sua ultima fatica dietro la macchina da presa dal titolo Jojo Rabbit, adattamento cinematografico del romanzo di Christine Leunens. Le pagine del libro e il film che ne è nato ci portano indietro sino alla Germania del secondo conflitto mondiale, dove Jojo Betzler, fiero membro della Gioventù hitleriana, trascorre gran parte del proprio tempo in compagnia del suo amico immaginario Adolf, una versione del Führer adorabile, vitale, motivante. Nella sua completa adesione all’odio nazista, Jojo si infuria quando scopre che sua madre lavora per la Resistenza, e nasconde una giovane ragazza ebrea in soffitta. Con la Germania sull’orlo del collasso, si ritrova a dover affrontare una scelta: aggrapparsi alle sue convinzioni cariche d’odio o abbandonarsi alla propria umanità.

Jojo Rabbit: un mix di favola e black-comedy per stemperare il dramma di fondo

Jojo Rabbit ciematographe.it

Con Jojo Rabbit, Waititi torna a guardare il mondo e i suoi orrori attraverso gli occhi di un bambino, quelli di un adolescente alle prese con un percorso di formazione che segue le traiettorie basiche del coming of age all’interno di un contesto bellico. Filone che il cineasta neozelandese affronta appoggiandosi alla matrice letteraria e stemperando con i toni tanto della “favola” quanto della black-comedy il dramma di fondo. Con questi porta sullo schermo una raffica di battute sarcastiche e al vetriolo, incastonate in una successione di gag più o meno pungenti, tutte scritte per mettere alla berlina e puntare il dito contro le atrocità perpetrate dal nazismo. Il tutto stando attenti a non offendere mai la memoria delle vittime e di chi ha sofferto a causa di quelle azioni nefaste.

Jojo Rabbit: un film ricco di dialoghi surreali, situazioni esilaranti e momenti di grandissima ironia

Jojo Rabbit ciematographe.it

Siamo più sulle tracce de La vita è bella per intenzioni e approccio alla materia più che su quelle de Il grande Dittatore. L’Hitler impersonificato dallo stesso Waititi da minaccia reale si trasforma nel nemico immaginario, compagno e confidente del giovanissimo protagonista, un po’ come era stato in passato il gigantesco coniglio bianco in Harvey (1950), l’Humphrey Bogart di Provaci ancora Sam o l’Eric Cantona nei panni di se stesso in Il mio amico Eric. Il film è ricco di dialoghi surreali, situazioni esilaranti e momenti di grandissima ironia, ben supportati da un cast nel quale spiccano il promettente Roman Griffin Davis e un Sam Rockwell ancora in stato di grazia. Forse in prossimità del fotofinish il cineasta allunga un po’ troppo il brodo più del necessario, ma è un peccato di gola che ci sentiamo di abbonare.

Già vincitrice tra gli altri del premio del pubblico al Toronto International Film Festival, la pellicola arriverà nelle sale nostrane a partire dal 23 gennaio 2020 con 20th Century Fox. Completano il variegato cast Scarlett Johansson, Rebel Wilson e Thomasin McKenzie.

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