7 sconosciuti a el royale cinematographe.it

Nel 1969 la vita dell’isolato El Royale – un hotel esattamente al confine tra la California e il Nevada – si anima improvvisamente quando vengono ad alloggiare il prete cattolico padre Daniel Flynn, Darlene Sweet, una cantante jazz; il venditore Laramie Seymour Sullivan e Emily Summerspring, una giovane hippie – gli unici residenti assieme al concierge dell’hotel Miles Miller. Ognuno di loro nasconde una ragione ben precisa per aver scelto di soggiornare all’El Royale e nessuna di queste riguarda la qualità del servizio in camera. Questa la trama di 7 Sconosciuti a El Royale (2018), film corale diretto dallo sceneggiatore Drew Goddard (Cloverfield, The Martian, Daredevil) alla sua seconda regia dopo Quella Casa Nel Bosco (2012) con Jeff Bridges, Cynthia Erivo, Jon HammDakota Johnson, Lewis Pullman e Chris Hemsworth.

RomaFF13 – 7 sconosciuti a El Royale: recensione

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7 Sconosciuti a El Royale: niente è come sembra – Jeff Bridges “doppia-faccia”

Ogni personaggio in scena – a eccezion fatta della cantante Darlene che si ritrova suo malgrado coinvolta in un gioco del gatto col topo – non è chi dice di essere, muovendosi nell’ambiente narrativo secondo una maschera di facciata, un ruolo sociale che nella pellicola di Goddard assume anche un’accezione di archetipo del periodo socio-culturale, ma agendo secondo la propria natura. Laramie il venditore di Jon Hamm è in realtà Dwight Broadbeck – agente dell’FBI inviato dall’Agenzia all’El Royale per setacciare l’albergo in cerca di dispositivi di sorveglianza illegali. Il Padre Daniel Flynn di Jeff Bridges – su cui ruota la narrazione tra eventi passati e presenti – in realtà non è un padre, piuttosto un truffatore e rapinatore di banche di nome Donald O’Kelly che anni addietro nascose tra le assi di una stanza dell’El Royale il bottino di una rapina con suo fratello che prese rapidamente una brutta piega; e la dolce Emily è in realtà in fuga dalla banda di criminali di Billy Lee assieme alla sorellina Rose (interpretata da Cailee Spaeny) che nelle battute iniziali recita la parte della bambina rapita.

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Le linee narrative, fino a quel momento statiche e che procedevano secondo binari paralleli si intrecciano fino al punto in cui Broadbeck, testimone dell’apparente rapimento di Rose da parte di Emily – interviene nella camera d’albergo (pur avendo ricevuto l’ordine tassativo da J. Edgar Hoover in persona di non farlo) per poi essere freddato dalla stessa con un colpo di fucile. Nel frattempo Flynn invita la cantante Darlene a unirsi a lui per cena – guadagnata la sua fiducia, Flynn cerca di drogarla, Darlene interviene in tempo e lo colpisce con una bottiglia in testa, mandandolo al tappeto e cercando di fuggire dopo aver assistito all’omicidio di Broadbeck. Tutti a caccia del leggendario bottino degli O’Kelly, nascosto sotto le travi di una delle stanze dell’El Royale – che poi si scopre essere proprio quella di Darlene.

7 Sconosciuti a El Royale: un intreccio “vuoto” dalla cornice Tarantiniana

Il dipanarsi dell’intreccio di questo neo-noir/heist movie, abbellito da una cornice Tarantiniana di schizzi di sangue ovunque e colpi di scena ogni venti minuti – che rievoca pellicole come Le Iene (1992) e The Hateful Eight (2015) – non fa che nascondere un enorme vuoto narrativo alla base del racconto dei 7 Sconosciuti che si ritrovano  improvvisamente coinvolti in un’insolita caccia al bottino in un hotel al confine tra California e Nevada. Ciononostante però, anche grazie a qualche vezzo registico che – in particolare tra primo e secondo atto – coinvolge lo spettatore al punto da farlo immergere nei cunicoli del El Royale, permette a questa pellicola “Tarantino light” d’intrattenere lo spettatore e di trascinarlo nella propria follia filmica senza troppi pensieri.

Drew Goddard su 7 sconosciuti a El Royale: “scrivo quello che vorrei vedere”

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Si potrebbe obiettare che Goddard ha voluto realizzare un’idea molto poco originale che rievoca moltissimo il cinema del regista italo-americano, ma è anche vero che saper “copiare” bene da un regista come Quentin Tarantino, non è esattamente cosa da tutti.

7 Sconosciuti a El Royale: un atto finale infuocato da un giro di roulette

7 sconosciuti a El Royale, cinematographe.it

Nel terzo atto compare il famigerato Billy Lee di Chris Hemsworth (in totale overacting) la cui presenza è come un fantasma nel corso del dipanarsi dei primi due atti, e che scombina decisamente le carte di una narrazione già parecchio intrecciata, tenendo in ostaggio Emily e Miles. Terrorizzando il gruppo, Lee scopre che c’è qualcosa di molto più prezioso dei soldi degli O’Kelly, il filmino nascosto nel El Royale raffigurante una personalità politica recentemente trapassata (probabilmente JFK ma nella pellicola non ne viene mai fatto cenno in modo esplicito) in atteggiamenti intimi scandalosi. Organizza così una roulette per decidere chi uccidere tra i due ostaggi dando a Emily la scelta del colore; perdendo, viene uccisa a bruciapelo davanti alla sorella Rose innamorata del proprio aguzzino.

7 sconosciuti a El Royale: chi era il personaggio nella pellicola?

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Al secondo giro di roulette, Donald attacca Lee mentre la sala prende velocemente fuoco. Darlene, ancora ammanettata intima a Miles di prendere la pistola scappata di mano a Lee ma questi – inaspettatamente – dice di non poter uccidere ancora persone dopo il suo servizio in Vietnam. L’istinto di sopravvivenza però fa da padrone e presa la pistola, Miles fa fuoco su Lee e i suoi sgherri. Rose disperata per aver perso il suo unico Amore, pugnala a morte Miles per poi essere abbattuta da Donald.

Poco prima di morire, Miles a Donald/padre Flynn, la sua benedizione sapendo benissimo entrambi di star recitando una farsa spinta dal bisogno di sentirsi finalmente perdonato dopo il male fatto in tempo di guerra. Donald acconsente per poi lasciare l’El Royale arso vivo dalle fiamme assieme a Darlene, e al malloppo della rapina dissotterrato.

L’indomani, Darlene si esibisce in uno spettacolo a Reno e Donald è lì pronto ad ascoltare la sua voce.

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