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Dopo il successo di Quella casa nel bosco, geniale rielaborazione del genere horror, Drew Goddard torna dietro alla regia cinematografica con 7 sconosciuti a El Royale, scelto come film d’apertura della Festa del Cinema di Roma 2018. Una pellicola forte di un eccellente cast (Jeff Bridges, Jon Hamm, Dakota Johnson, Cynthia Erivo, Chris Hemsworth, Cailee Spaeny e Lewis Pullman), che si propone come noir moderno per poi lavorare su temi più complessi e profondi, come la morte del cosiddetto Sogno Americano a cavallo fra anni ’60 e ’70, il tutto con una pungente ironia, una pregevole cura dei dialoghi, una insistita violenza e un tocco pulp che faranno sicuramente sentire a casa i fan del cinema di Quentin Tarantino.

7 sconosciuti a El Royale: una torbida storia di confini e di doppiezza7 sconosciuti a El Royale

All’inizio del 1969 e della presidenza Nixon, nelle vicinanze del Lago Tahoe si erge l’El Royale, motel attraversato dal confine fra California e Nevada. Il gestore del motel Miles Miller (Lewis Pullman) fa la conoscenza di 4 particolari avventori: Padre Daniel Flynn (Jeff Bridges), la squattrinata cantante Darlene Sweet (Cynthia Erivo), il venditore di aspirapolvere Seymour Sullivan (Jon Hamm) e l’hippie Emily Summerspring (Dakota Johnson). Quello che nonostante il violento temporale che imperversa sull’El Royale si configura come un tranquillo ristoro per i protagonisti, anche a causa dell’inserimento nel quadro della giovane Rose (Cailee Spaeny) e dell’enigmatico Billy Lee (Chris Hemsworth) si trasforma con il passare dei minuti una nottata infernale, che farà emergere la doppiezza dei protagonisti e li porterà a un conflitto sempre più intenso e brutale.

7 sconosciuti a El Royale

Drew Goddard fa nuovamente centro, confermandosi non soltanto uno dei più talentuosi giovani cineasti in circolazione, ma anche uno dei più attenti verso i personaggi e la loro evoluzione e uno dei pochi a saper ancora attraversare generi e atmosfere con un approccio del tutto fresco e personale. In 7 sconosciuti a El Royale ci troviamo al confine fra l’assolata  California e il libertario Nevada e, più concettualmente, sulla linea di separazione fra i primi gioiosi anni ’60 e i più cupi anni ’70, afflitti in successione dall’uccisione di JFK, dalla guerra del Vietnam e dalla presidenza Nixon, culminata con il celeberrimo caso Watergate.

7 sconosciuti a El Royale gioca con le nostre aspettative di spettatore

Un contesto di profondo mutamento etico e sociale, sottolineato dalla splendida colonna sonora, che passa con invidiabile agilità dal soul al rock, esaltando le sequenze più intense e il talento canoro di Cynthia Erivo, splendida protagonista e interprete di gran parte dei brani. Con 7 sconosciuti a El Royale, Drew Goddard gioca però anche con le nostre aspettative di spettatore e con la temporalità del racconto, portando il tema della doppiezza dei personaggi, manifesto fin dai primi minuti, in territori inattesi e piegando la narrazione alla propria volontà, con varie sequenze ripetute da diversi punti di vista e improvvisi flashback volti a scandagliare la personalità e il passato dei protagonisti.

La prima parte di 7 sconosciuti a El Royale è un pregevole esempio di costruzione di atmosfere e personaggi, con pochi eguali nel cinema contemporaneo. Respiriamo la stessa aria malsana dei personaggi, percepiamo la tensione fra loro e pregustiamo le rivelazioni dei loro scheletri nell’armadio, sapientemente dosate da Drew Goddard. Tutto questo grazie a una sceneggiatura calibrata in ogni suo dialogo, in ogni pausa e in ogni sguardo, e a interpreti quasi tutti in stato di grazia, fra i quali si ergono uno spregevole e allo stesso tempo fortemente umano Jeff Bridges e un Chris Hemsworth che lontano dal Marvel Cinematic Universe riesce a rappresentare abilmente la follia e l’istrionismo di un personaggio che ci ha ricordato Charles Manson.

I 7 sconosciuti a El Royale ricordano gli Hateful Eight di Tarantino

Come in un torbido gioco di scatole cinesi, ogni rivelazione ci mostra uno strato superiore di realtà, sconquassando le nostre certezze e delineando sempre più la complessa personalità dei protagonisti. Fra duelli psicologici e verbali, accenni al tema del razzismo, forte critica alla politica del tempo (dal Vietnam a Nixon, passando per i continui riferimenti a un personaggio pubblico che sembra rispecchiare in tutto e per tutto i pregi e i vizi di JFK) e sequenze di grande impatto emotivo, come le interpretazioni di Cynthia Erivo inquadrate da vetri che ricordano le telecamere nascoste di Quella casa nel bosco7 sconosciuti a El Royale semina il terreno per efficaci colpi di scena e improvvise scariche di violenza, che si fanno via via più frequenti nella seconda parte del film.

Facile riscontrare l’influenza del cinema di Quentin Tarantino (ammessa dallo stesso regista) e in particolare del suo ultimo lavoro The Hateful Eight, con gli sconosciuti 7 di Goddard costretti a convivere in spazi stretti e a sfogare i loro più brutali istinti in maniera non dissimile dagli odiosi 8 tarantiniani, ma il cineasta americano ha il carisma e lo spessore artistico necessari per saper divergere dal maestro, e portare il racconto in direzioni impreviste. Fra corpi smembrati da colpi di arma da fuoco a distanza ravvicinata, minacce e umiliazioni psicologiche emerge una disillusa rappresentazione della fine del Sogno Americano, annullato dall’utopico inseguimento a un miglioramento della propria vita con facili mezzi e dal fallimento della cultura hippie e definitivamente distrutto dal tragico conflitto del Vietnam e dalla svolta autoritaria di Nixon.

7 sconosciuti a El Royale: un potenziale cult di quest’annata cinematografica

Drew Goddard mette tanta carne al fuoco, dai riferimenti alle intercettazioni che faranno deflagrare il caso Watergate, a flashback estemporanei che diventano quasi storie nella storia,  passando per l’esplicito cammino di redenzione e affrancamento di alcuni dei personaggi principali, ma riesce a tenere sempre in mano il racconto, nonostante nell’ultimo atto si danzi pericolosamente sul sottile filo che separa la godibile esagerazione dalla fastidiosa sovrabbondanza. L’anello debole è semmai rappresentato, in maniera non del tutto imprevedibile, dall’inespressiva performance di Dakota Johnson, che ancora una volta non riesce a essere né sensuale né inquietante, né ironica né pungente, affossando il ritmo del film  a ogni sua entrata in scena e non facendo così onore a un personaggio potenzialmente esplosivo.

7 sconosciuti a El Royale

In conclusione, con 7 sconosciuti a El Royale ci troviamo di fronte a un potenziale cult di quest’annata cinematografica, capace di intrattenere senza compromessi o limitazioni e di fotografare al contempo il conflittuale e doloroso passaggio fra due epoche. Un film di solida e avvincente scrittura, di variopinta e avvolgente fotografia e forte di una memorabile colonna sonora (oltre alle musiche originali di Michael Giacchino, troviamo fra gli altri brani Unchained MelodyYou Can’t Hurry LoveHushCan’t Take My Eyes Off You), che dopo averci mostrato i lati più torbidi dell’umanità ci lascia con la piccola speranza di poter tutti trovare, nonostante i nostri errori e i nostri demoni interiori, una strada appagante e confortante per la nostra esistenza.

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